Archivio dell'autore: Muraglia

Torna il blog….impressioni a caldo sulla “Buona Scuola” di Gianrenzi

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Veniamo da una stagione in cui la scuola pubblica è stata massacrata. Non può non influire questo retropensiero su chi scorre le 136 pagine prodotte dal Governo e intitolate, con vago sapore demagogico, “La buona scuola”. E’ scritto in tutte le salse che la scuola diventa la priorità del Paese. Amen. Credo che sia doveroso non chiudere la porta in faccia pregiudizialmente agli estensori di questo documento, che contiene tantissime cose, alcune davvero da applaudire, altre da rivalutare con calma, altre ancora discutibili. La questione del buon insegnamento – vero cuore della “buona scuola” – è affrontata di striscio. E forse non era davvero di pertinenza di questo Rapporto, che invece vuole creare le condizioni strutturali per arrivare al buon insegnamento. Chi pensava di poter guadagnare di più facendo l’insegnante leggendo il testo può star tranquillo. Se l’anzianità cede il passo al merito e il merito genera 60 euro mensili netti ogni tre anni stiamo freschi. Basterebbe rinunciare ad un ristorante al mese in coppia per raggiungere lo stesso risultato. In una scuola fatta da 100 insegnanti 66 possono ritrovarsi ogni tre anni con questo incremento. Perché sono meritevoli.
A proposito del demagogico “Fare uscire i docenti dal grigiore dei trattamenti indifferenziati”, si deve considerare che mediamente in una scuola la percentuale di docenti veramente ad alto livello qualitativo non supera il 10-20 per cento. Per arrivare ai due-terzi il ritocco di stipendio non poteva superare la soglia dell’obolo. E per non accedervi bisogna essere davvero inguardabili. A regime una formazione in servizio obbligatoria, come previsto, insieme a tante altre virtù, dovrebbe generare questo miniesercito di meritevoli. Chi temeva che una sparuta minoranza acquisisse privilegi economici oggi può tranquillizzarsi perché, tra il 34 per cento dei docenti di una scuola che non percepisce triennalmente i 60 euro netti in più (perché magari ne percepisce dieci volte di più facendo altre cose nella vita, alla faccia dell’appetibilità della professione….) ed il 66 che lo percepisce, lo sbandierato concetto di “differenziazione” si va a fare benedire. Tanto valeva non legare il merito e la differenza al portafoglio e individuare qualche meccanismo di prestigio professionale e sociale che facesse valer la pena di far parte dei 66. Sarà il docente mentor la qualifica più appetibile, anche economicamente? Vedremo.
Almeno un terzo del contenuto del documento è molto renziano. Effetti speciali, linguaggio facci-sognare, largo respiro. Se tutto quel che è scritto nel documento si realizzasse ci sarebbe comunque da allietarsi, detto senza ironia. Dai tagli-Gelmini a questo plafond di interventi il salto è cospicuo. In rete è possibile vedere la ridda di reazioni dei sindacati e di tutti coloro che se ne intendono veramente di precariato, di contratti e di costi. Qui, in modo molto più dozzinale e plebeo, si prova a leggere il testo per vederci cosa ne viene, da tutto quel che vi è contenuto, alla formazione dei ragazzi. Resto dell’idea che la chiave è la formazione in servizio, e della formazione bene si parla. Non tanto per l’obbligatorietà, quanto per il format, tagliato sulla cooperazione e sullo scambio di esperienze, e sugli attori della formazione. La frase più bella di tutto il documento è questa: “Un docente è il formatore più credibile per un altro docente” (p.47).
Due mesi di consultazioni. Per farne poi che cosa? Staremo a vedere. Vale la pena comunque non distrarsi. Nessun dorma, in questa fase, perché almeno sperare non costa niente.

Ottime riflessioni dall’amico e collega Carlo Columba: http://www.columba.it/le-nuove-opportunita-per-tutti-i-docenti-formazione-e-carriera-nella-buona-scuola/

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Il Prof. Keating se n’è andato

imagesIl Prof. Keating de “L’attimo fuggente” è inattuale. Ci ha fatto sognare tutti e molti di noi vi si sono rispecchiati. Cominciai a insegnare due anni prima di quel film e non posso negare di esserne rimasto sedotto. E tutt’ora lo sono. E non mi faccio scrupolo di far cose strane in classe, di far ridere i miei alunni, di ridere con loro, se è il caso di strappare una pagina del libro di testo. E di fare altre cose che hanno il solo scopo di far sentire che l’avventura della conoscenza è la cosa più bella che ci sia, anche nei rischi che comporta. “Lei ci mette in crisi”, ancor oggi mi sento dire. E ripenso a quel film. Ma in tempi di Invalsi, di punteggi, di voti numerici, di graduatorie, di standard e di profili in uscita mi sento non poche volte profondamente inattuale. L’autonomia scolastica avrebbe potuto e dovuto liberare energia, creatività, divergenza, facendo giustizia dei vecchi noiosissimi programmi, e invece i nostri Esami di Stato sono il trionfo del conformismo e del nozionismo. Uno come Keating non avrebbe avuto cosa scrivere in un documento del 15 maggio perché un occhiuto commissario esterno avrebbe subito avuto qualcosa da ridire sulla “completezza dei programmi” e sulle “griglie di valutazione”. La scuola che cacciò via Keating non è meno burbera di questa di un quarto di secolo dopo, che non caccia nessuno dalle classi ma insegue i meritevoli promettendo lauti guadagni a chi assumerà incarichi organizzativi o porterà innovazioni tecnologiche strepitose. Non sono convinto che oggi salire sulla cattedra ed esortare a strappare pagine dai libri di testo costituirebbe criterio preferenziale per l’attribuzione del merito. Con buona pace di coloro che cercano ogni mattina di fare qualcosa che per i nostri ragazzi abbia il sapore della libertà.

“T’ho visto, insegnante….” Bilancio di un anno insieme a te

0. Lavorare da insegnante con insegnanti di altre scuole è una sfida rischiosa ma affascinante. Rischiosa perché un pari grado è sempre un pari grado – altra cosa un Dirigente o un Accademico -, affascinante perché se le cose riescono non si tratta di pura teoria. E’ esperienza ragionata insieme, narrazione, inquadramento di pratiche in quadri concettuali che a loro volta sorgono dall’esperire quotidiano. Per questo fa piacere essere chiamati “esperti”. Perché l’etimo rimanda al prova e riprova. E allora la cosidetta formazione in servizio diventa riflessività professionale.

Anche quest’anno, senza etichette né appartenenze, ho corso il rischio di far da accompagnatore a tanti, tantissimi colleghi, di ogni ordine e grado. E anche quest’anno non si può non raccontare la scuola militante, fatta di insegnanti di ogni genere, geniali, creativi, estroversi, diligenti, stakhanovisti, ma anche, perché no, tradizionalisti, selettivi, nozionisti, mugugnoni, disfattisti, sempre pronti a buttarla sul rivendicativo, non quello serio (e ce n’è da rivendicare!), ma quello che maschera il vuoto di motivazione. La scuola reale è fatta di tutti questi approcci all’unico tema che è il solito antico tema: imparano, i ragazzi, o no?

1. Ho incontrato un sacco di maestre, dell’infanzia e della primaria, sostenendole nelle loro sperimentazioni (vedi foto). Le ho incontrate insieme alle loro colleghe professoresse della secondaria di primo grado, impegnate tutte, e talora precettate dalle loro dirigenti (si perdoni il femminile, ma quando hai davanti il 99 per cento di donne la grammatica mi appare davvero immorale…), nella questione delle Indicazioni nazionali 2012, quelle Misure di accompagnamento che, appunto, necessitano di accompagnatori. E così in Sicilia a Misilmeri, Villafrati e Mezzojuso come a Corleone e Chiusa Sclafani, a Gela, a Siracusa, ma anche nel Lazio, ad Anagni e a Ferentino, si è lavorato sul curricolo verticale, che è quella cosa un po’ oscura per cui bisogna capire tutti che i bambini primari non diventano ragazzini secondari così, solo perché da una o due maestre passano a dieci professoresse, ma lo diventano se sono accompagnati (rieccolo!) dagli insegnanti nell’avventura dell’apprendimento in modo graduale e concordato.

Ma c’è chi ha a continuato a lavorare sulla motivazione allo studio in Sicilia nell’ambito del Comenius Regio, grazie all’USR Sicilia. Ci hanno lavorato sempre i colleghi della “Guastella” di Misilmeri insieme a quelli della Tomasi di Lampedusa e a quelli dei Licei di Catania, che hanno accettato la scommessa di continuare a ragionare di motivazione allo studio pur in un contesto (appunto i Licei) in cui la demotivazione non si manifesta come dispersione e abbandono ma come distrazione e irrilevanza. La dispersione scolastica è al centro del lavoro di una grande rete di scuole del primo e del secondo ciclo coordinata dalla DD di Pallavicino, che ho l’onore di accompagnare ormai da quasi un anno, mentre la motivazione allo studio ha interpellato i colleghi dell’ITC “Dalla Chiesa” di Partinico, e si sa che in quelle scuole essa rappresenta il cuore della questione didattica.

Gia, le scuole superiori. Anch’esse quest’anno hanno dato un bel da fare. Il tema forte rimane quello delle competenze, quest’altra cosa un po’ oscura che l’Europa e l’Italia pretendono dagli insegnanti (qualcuno al MIUR ha fatto un’indagine sul tempo e sul modo impiegato dai docenti a certificare le competenze al termine del biennio?) senza che gli insegnanti abbiano avuto tempo e modo – e risorse – per rendersi conto che apprendere nella società conoscitiva e’ tutt’altra faccenda rispetto a quando eravamo studenti noi. Ma non solo competenze. L’altra questione cruciale resta quella della valutazione, che ha percorso come un filo rosso tutti i discorsi fatti quest’anno nelle scuole. E così nel Molise, a Termoli e Isernia, e ancora in Campania ad Ercolano, e qui in Sicilia a S. Agata di Militello e a Partinico, come all’ IP “Cascino” di Palermo, non è stato possibile ignorare il nesso strettissimo che chi va in classe facilmente istituisce tra motivazione, insuccesso e valutazione. E il volerci ragionare con lo sfondo delle competenze ha rappresentato la sfida più impegnativa perché è quella che integra indissolubilmente (e gramscianamente) educazione e istruzione, tradizionalmente separate nel retorico didattichese imperante.

2. Ancora. Ci sono luoghi in cui sei chiamato da “esperto” e ci sono luoghi in cui vai come in famiglia. Il CIDI e l’Agesci sono questi. Il CIDI anche quest’anno ha lasciato il segno nella scuola. Tanto lavoro a Roma, col grande Beppe Bagni al timone del CIDI nazionale, tanto lavoro nei CIDI di tutta Italia e tanto lavoro nel CIDI di Palermo – che ha festeggiato insieme agli amici di sempre i suoi 30 anni di vita – sotto la guida dei valorosissimi Silvio Vitellaro e Valentina Chinnici. L’Agesci, sigla scout per chi non lo sapesse, lavora da sempre nella formazione. Non sono mai stato scout ma queste persone le incontro volentieri perché sono un raro esempio di entusiasmo e vitalità, insieme a desiderio di conoscere, discutere, approfondire. E finisci per incontrarli dovunque, nel Lazio a Bracciano, e in Sicilia a S.Giovanni la Punta, a Naro, a Terrasini, a Capaci, a Castellammare, nei dintorni di Palermo.

3. Ci sono anche luoghi della lettura e della scrittura per gli insegnanti che vogliono coltivare il cosiddetto Sé professionale. Tutti annunciano una stagione di rilancio della formazione e dell’aggiornamento, ma non si muove granché a livello istituzionale. Promettono valutazione e riconoscimento del merito, ma non una sola parola su ciò che li rende possibili, appunto la formazione. Non ti curo per 20 anni, ti lascio morire, poi valuto che sei morto e riconosco che non hai “meriti”. E per avere un po’ di formazione di qualità allora ci si dà da fare come si può, anche col passa parola, o con luoghi storici della lettura come la Tecnodid, che recentemente, grazie alla dedizione del patron Antonio Crusco, ha anche avviato una scuola per formatori; ci si tiene stretti a letture di alto livello, come quelle che propone Insegnareonline di Mario Ambel o Voci della scuola di Giancarlo Cerini e Mariella Spinosi o ancora la Rivista dell’Istruzione diretta sempre da Cerini o certi siti che val la pena frequentare e che questo blog segnala. Anche un periodico cartaceo come “Le nuove frontiere della scuola” di Salvatore La Rosa, edito a Palermo, col suo taglio tematico è davvero prezioso per la riflessione sulle questioni formative.

4. Ma occorrerebbe uscire dalla logica del volontariato per erigere a sistema e generalizzare la prassi dell’autoformazione. Su questo la politica è distratta e quando se ne interessa lo fa solo per risparmiare. La scuola reale che ho avuto l’onore e il privilegio di incontrare non merita questa disattenzione della politica e dell’opinione pubblica. Forse le prossime generazioni ricorderanno questa stagione come una stagione di vera banalizzazione del discorso pubblico sull’istruzione che ormai è solo un discorso ordinamentale, occupazionale e finanziario. E valutativo (?). Dopo l’ultima prova Invalsi alle superiori, una mia alunna quindicenne, Martina, ha commentato così, dimostrando di avere capito tutto: “Prof, a questi quesiti una risponde in modo svogliato…”. Alla faccia del discorso culturale. Come se si potessero immaginare le competenze (Invalsi rileva competenze? Mah!) al di fuori della motivazione a svilupparle e dell’attribuzione di significato suscitata negli studenti da quest’impresa.

Solo chi va in classe ogni mattina e incontra nel pomeriggio coloro che vanno in classe può testimoniare quanta ricchezza professionale c’è in giro, una ricchezza che non riesce ad essere messa fuori gioco dal fuoco amico (?) di politiche scolastiche schiacciate su registrazioni di risultati piuttosto che su innesco di processi virtuosi. E’ la stessa ricchezza che esprimevano amiche e amici conterranei che non ci sono più e a cui dedico queste note: a Filippo Spagnolo, cultore della ricerca in didattica, a Paola Fertitta, amante della letteratura, ad Alessandra Siragusa, appassionata di tutti i bambini e i ragazzini di tutte le scuole, a Poldo Ceraulo, mite e sapiente studioso del sistema, che ha vissuto sperando invano che la scuola diventasse un po’ peggiore dei suoi decisori politici e sindacali. E invece, ahimé, é davvero migliore.

Auguro a tutti di pensare e vivere la scuola come la pensa e la vive un altro caro amico il cui entusiasmo da ultraottantenne non finisce mai di sbalordirmi e da cui tanti giovani colleghi quarantenni attardati su pensieri e prassi da anni Cinquanta potrebbero trarre esempio: Maurizio Tiriticco. 

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Maurizio Tiriticco ex Dirigente tecnico ed esperto conoscitore della scuola

 

La passione per l’ignoranza

Ho sempre avuto passione per l’ignoranza, e ho sempre pensato che fosse un problema intellettualmente stimolante… ma i miei professori non si sono mai appassionati alla mia! Secondo me diventare insegnante vuol dire proprio questo: appassionarsi all’ignoranza, trovare in essa la radice della creatività, della conoscenza, a qualsiasi età.

         Daniel Pennac

Pennac

 

 

Il problema non è timbrare il cartellino

“Smettere di andare a traino di qualunque balbettio della politica e riprendere a parlare di scuola, imponendo la discussione, prima che sugli orari dei professori, sul loro profilo professionale. Perché ciò che fanno a scuola è più importante di quanto ci stanno.” (Giuseppe Bagni, Presidente nazionale del CIDI)

La grande bugia dei voti scolastici

In tempi di scrutini ed esami, non è male tornare su argomenti che sollevano il delicatissimo tema della cultura valutativa degli insegnanti italiani, di cui l’uso falsamente oggettivo del voto numerico e del numero in generale è il tristissimo emblema. Da tempo denunciamo il totale offuscamento di gran parte degli insegnanti del secondo ciclo, che non riescono più ormai a parlare degli apprendimenti dei ragazzi se non etichettandoli con un linguaggio assolutamente inadeguato ovvero quello dei numeri e delle medie numeriche, che risultano essere la banale caricatura del momento valutativo.

imagesLa Repubblica del 25 giugno ha pubblicato un servizio sui voti scolastici che non merita affatto di essere trascurato. La svolta del sistema scolastico francese viene commentata da Anna Maria Ajello e da Maria Pia Veladiano. Per non nascondersi dietro un dito, segnalo che l’opinione delle due studiose coincide perfettamente con quella di chi qui scrive.

 

Poldo Ceraulo ci lascia

Se n’è andato mercoledì scorso nell’esercizio delle sue funzioni. Di cittadino. Tornava dalla convention con Renzi al Politeama di Palermo. Se n’è andato presto, come Filippo Spagnolo, come Paola Fertitta, come Alessandra Siragusa. Ci lasciano con un sacco di rimpianti e di ricordi.

Poldo lo conobbi negli anni 90 quando era segretario dell’IRRSAE. Persona seria. Autorevole. Discuteva di scuola tenendo insieme ordinamenti, organizzazione (era un seguace di Piero Romei, un altro che se n’è andato troppo presto….), formazione, didattica. In quegli anni iniziava l’autonomia scolastica. E lui ci credeva. Tanto.

Nel tempo imparai ad apprezzarne un tratto che ne costituiva in qualche modo l’essenza: la laicità. Il suo parlare non era mai ideologico. E soprattutto era un parlare sempre preceduto dall’ascoltare e dal leggere. Alle iniziative di formazione per docenti e dirigenti, e soprattutto a quelle del CIDI di Palermo da me condotto per otto anni, non mancava mai anche se non era invitato come relatore. Si sedeva in mezzo al pubblico: “vengo per imparare”, diceva.

Con questo stile ha marcato la sua presenza tra di noi. Era un animale politico e sapeva guardare la scuola con occhi intelligentemente politici. Dico intelligentemente perché il suo modo politico di guardare la scuola era quello di coloro che la scuola non la chiacchierano ma la amano. “Passione vera per una scuola migliore” è il commento via SMS di Giancarlo Cerini alla notizia della sua scomparsa.

Era amico di Alessandra Siragusa, che da ieri dà il nome al Circolo Didattico di PallavicinoPallavicino. Ci hanno lasciati a breve distanza di tempo l’uno dall’altra, come prima ci avevano lasciati Paola Fertitta (di cui si farà memoria alla Palumbo martedì pomeriggio prossimo) e Filippo Spagnolo. Nella grande aula dove stiamo seduti tutti coloro che amiamo la scuola, ad ascoltare le lezioni dei nostri bambini e dei nostri studenti, resta vuoto un banco. Il banco di Poldo e Alessandra.

Quando la didattica sale in cattedra

La giornata sul curricolo del CIDI anche quest’anno ha centrato il bersaglio. Dirigenti e docenti si sono confrontati l’8 maggio nella scuola Uditore-Setti Carraro di Palermo. Ancora una volta la qualità delle pratiche didattiche condivise è stata alta, a conferma che la scuola degli studenti e degli apprendimenti è capace di rispondere alla scuola delle chiacchiere e dei tagli. Presto il CIDI metterà a disposizione i materiali elaborati. Qui condivido il mio intervento sul tema delle competenze.