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Apocalittici o integrati?

Sempre più spesso, negli ultimi tempi, dai docenti che incontro nelle varie scuole del Sud Italia e della Sicilia si leva questa domanda: “Ma secondo lei, la scuola verso dove va?”. Forse immaginano di trovare una risposta consolatoria. “Verso la catastrofe” é la mia risposta volutamente provocatoria. Infatti mi reputo l’ultimo dei catastrofisti, ma gli argomenti e le analisi per esserlo non mancherebbero. Come mostrano questi questi due illuminati contributi:

Ambel 20 aprile

Sinopoli 9 maggio

 

Nel nome di Socrate

Socrate bevve la cicuta perché non si sottrasse alle leggi di Atene. La nostra cicuta si chiama prove Invalsi. Le abbiamo fatte svolgere perché continuiamo a non condividere chi le boicotta – docenti, studenti e famiglie – e boicottandole finisce per prenderle troppo sul serio. Le hanno tolte, dopo anni di stolta pervicacia, dall’Esame del primo ciclo, ma le piazzano qua e là durante l’anno e le vogliono fatte per ammettere agli Esami di Stato. Da apprezzare la tenacia di chi ritiene che dicano qualcosa di vero sugli apprendimenti degli alunni. O, peggio, di chi ritiene che rilevino competenze. Il rispetto e la stima per le amiche e gli amici che ci credono e collaborano per realizzarle sono sinceri. Ma la nostra idea di scuola, di alunni, di sapere, di apprendimento e soprattutto di valutazione é un’altra. E operando nella formazione comprendiamo di trovarci in affollata compagnia. Ma non sono soltanto i riottosi docenti a pensarla così. Come dimostra questo autorevole parere….

Se poi volete dedicare qualche minuto a quel che ne pensano i nostri studenti…….

Studenti1    Studenti2

Tutti spernacchiati dal professore

Il professor Ernesto Galli Della Loggia, noto esperto di scuola ed editorialista del Corriere della Sera, in un suo editoriale del 28 aprile scorso ha ridicolizzato tutti coloro che facciamo la scuola ogni giorno. Nell’ordine: il MIUR, i Direttori degli UUSSRR, i Dirigenti Scolastici, i Docenti, gli Studenti e le loro famiglie. Il sistema è lassista. E tutti siamo complici. I fanatici dell’inclusione hanno rovinato la scuola. Se fosse lui Ministro, ogni alunno avrebbe quel che si merita e non verrebbe promosso più del 20 per cento degli studenti. Rinunciando a selezionare gli alunni in base al merito, la scuola italiana risulta essere una vera pagliacciata (parola non detta da lui).

Il problema non è Della Loggia. E’ che se scrive queste cose vuol dire che sa di potere contare o su lettori già compiacenti o su lettori – peggio – capaci di convertirsi al suo credo. Certamente conta su quelli che mastrocoleggiano ogni mattina nelle sale professori perché vorrebbero la buona scuola di una volta fate-silenzio-che-devo-spiegare-se-non-studi-ti-boccio.

Se le competenze non le volete ditelo chiaro

Le deleghe sulla Buona Scuola sono approdate. Sul tema della valutazione nel primo ciclo c’era l’occasione d’oro. Mandare in soffitta i voti numerici e cominciare a fare sul serio. Invece ha vinto, ancora una volta, l’incompetenza. L’incoerenza. La sciatteria pedagogica. Hanno lasciato i voti nel primo ciclo, anziché toglierli come avevano annunciato. Quindi hanno gettato la maschera. Non vogliono le competenze. Il trucco è svelato. Ed è bene dirlo a chiare lettere. Chi continua a volere dagli insegnanti i voti numerici non è vero che non ha capito nulla di competenze. Semplicemente non le vuole. La politica italiana non vuole le competenze, perché le competenze sono scomode.

Sono inclusive, le puoi trovare in ogni alunno.

Sono anti-competitive, non creano graduatorie.

Sono costruttive, non riproducono nozioni.

Sono qualitative, rendono le conoscenze significative e profonde.

Per questo la politica non le vuole. Perché se le volesse avrebbe dovuto cacciar via i voti e far diventare quindi la formazione una cosa veramente seria, perché per lavorare alle competenze occorre modificare in profondità i paradigmi pedagogici degli insegnanti italiani e studiare, riflettere, ricercare, sperimentare. E invece la formazione deve fare in fretta perché quel che conta non è farla ma rendicontarla. Per dichiarare che si è fatta. E potere mettere in graduatoria i Dirigenti che l’hanno fatta. E potere incassare gli attestati dei docenti che l’hanno fatta. L’efficienza della formazione. La burocrazia della formazione. Che ben si concilia con la palese volontà di NON condurre gli alunni italiani verso apprendimenti competenti. Cioè intelligenti. Cioè profondi. Così è più facile credere alla bufala che le prove Invalsi constaterebbero le competenze degli studenti, quando è palesemente vero che non è così. Perché le competenze si vedono attraverso compiti e non attraverso prove. Ma la pervicacia parlamentare che induce a mantenere il virus del voto numerico – principale ostacolo alla valutazione per competenze – mostra chiaramente che al Parlamento e al Governo italiano delle competenze non interessa nulla. Di quelle degli allievi e di quelle degli insegnanti.

Miracoli del gelmi-renzismo pedagogico.

Lettera aperta al Direttore dell’Invalsi

 “Finora non è stata neanche ipotizzata una valutazione dei docenti in base ai risultati Invalsi assoluti. Valutare i singoli docenti in base ai risultati Invalsi sarebbe una sciocchezza. Non è mai stato detto da nessun politico, e se qualcuno lo dicesse sarei il primo a contestarlo, che gli stipendi degli insegnanti debbano dipendere dai risultati ottenuti dalle loro classi nelle prove Invalsi. Non è questo lo scopo né il significato delle prove. Le prove dovrebbero mostrare la qualità dell’apprendimento degli studenti di ogni scuola. Non servono per le politiche di incentivazione, ma sono utili per i docenti che possono riflettere sulla validità della loro stessa didattica” (P. Mazzoli, Direttore Invalsi)

http://www.galileonet.it/2015/11/a-cosa-servono-davvero-i-test-invalsi/

Lettera aperta al Dott. Paolo Mazzoli, Direttore Generale dell’Invalsi

Il Sistema Nazionale di Valutazione è sorto per consentire all’intera rete scolastica di migliorare la qualità degli apprendimenti degli studenti. Non dobbiamo perdere mai di vista questa intenzione virtuosa. Che sta a cuore a tutti. Alcuni processi attivati dal SNV si sono andati rivelando di una certa utilità. L’elaborazione del RAV, ad esempio, ha “costretto” le scuole ad autoosservarsi, e la struttura del format ministeriale ha consentito a tutti di narrarsi anche sul terreno dei contesti e dei processi. Bene. Non ho riscontrato, nei confronti delle prassi di autoanalisi, già presenti nella cultura valutativa di molte scuole (vedi esperienza rete FARO), l’indignazione ed il malessere registrati a proposito dei test standardizzati Invalsi, come mostra il feedback (quasi 40.000 ingressi in tre giorni) suscitato dal mio recente post (https://mauriziomuraglia.com/2016/06/20/lalunno-immaginario-dellinvalsi/).

Questo non può non fare riflettere, con onestà intellettuale e quella buona dose di umiltà e capacità di ascolto senza la quale i decisori politici finiscono per essere autoreferenziali o, come nella stagione che stiamo vivendo, sterilmente muscolari. Non La inganni la dimensione di minoranza rivestita da quelli che qui rappresento. E’ pericoloso, nella scuola, indulgere alle maggioranze silenziose o signorsì. Seduce il politico, ma non può sedurre lo studioso. La filiera di studiosi, esperti pedagogisti, dirigenti tecnici e scolastici e docenti che hanno argomentato in modo critico verso la possibilità che i test Invalsi rilevino elementi fondamentali per la qualità degli apprendimenti degli studenti è ben nota. Non val la pena insistere qui. Le basi teoriche per diffidare dell’attendibilità e dell’utilità di test siffatti – alla luce di quel che la comunità scientifica ci dice sulle competenze, pur sostenute dalla normativa ministeriale – non manca, e tacciarle di ideologia significa voler creare un fossato incolmabile tra l’Apparato e la scuola che lavora. I test Invalsi devono restringere di molto il loro perimetro di incidenza, e probabilmente troveranno una base più ampia di consenso. La si deve smettere di enfatizzare oltre il ragionevole limite la loro capacità di indicare la qualità formativa di una scuola. E la si deve smettere di somministrarli all’interno dell’Esame di Stato del primo ciclo, con palese mistificazione della loro finalità sistemica. Invalsi, insomma, deve ridurre la sua “muscolarità”, ed i suoi mentori devono sapere accettare il confronto con la scuola, che in questa fase è prossimo allo zero. Abbiamo deplorato il gelminismo ed il berlusconismo proprio per queste derive, che non piacevano neppure a molti dei protagonisti di questa stagione politica.

Conosco la Sua sensibilità pedagogica perché ho avuto modo di constatarla discutendone personalmente qualche anno fa a Palermo attorno al tema delle (belle) Indicazioni Nazionali, del cui nucleo redazionale Lei ha fatto autorevolmente parte.  Aiuti la scuola a ritrovare il benessere e aiuti il MIUR a tornare in se stesso.

Con stima

Maurizio Muraglia

 

 

 

 

Il rebus del bonus

RepubblicaLa Repubblica ed. Palermo

22 giugno 2016

Maurizio Muraglia

L’inchiesta di Repubblica tra alcune scuole palermitane sulla questione del bonus di merito ai docenti richiede un approfondimento. Quando una legge è avversata dalla quasi totalità dei suoi destinatari, qualcosa non quadra. E non regge il luogo comune dell’idiosincrasia dei docenti verso qualsiasi forma di valutazione per il semplice fatto che non è vera. Questo dispositivo di legge con la valutazione, intesa seriamente, ha scarsi nessi. Una valutazione seria, a mio modo di vedere, sa distinguere tra merito ed eccellenza e, soprattutto, non confonde merito con normale deontologia. Quest’ultimo è il punto-chiave. Gli insegnanti dal punto di vista economico se la passano male. E il legislatore lo sa bene. Non solo, ma sa anche che la scarsa retribuzione dei docenti è determinata dall’egualitarismo che fa convivere raffinatissimi intellettuali e gente che dovrebbe essere messa alla porta domattina. Inutile aggiungere che la presenza di questi estremi è ben nota all’interno delle comunità professionali che vanno alla ricerca dei dati “obiettivi”. Leggi il resto di questa voce

L’alunno immaginario dell’Invalsi

InvalsiA rischio di farsi tacciare di ideologici, bisogna dirlo sui tetti. Qualcuno ha dato un’occhiata alla prova Invalsi di Italiano somministrata agli Esami di Stato del primo ciclo?

Qualcuno ha visto cosa deve riuscire a fare un quattordicenne italiano in 75 minuti dopo averne trascorsi altri 75 a decifrare il test di Matematica?

Se qualcuno lo ha fatto desidero confrontarmi con lui o lei che sia. Voglio chiedergli o chiederle: a chi giova tutto questo? Che conclusioni saranno tratte dai risultati? E poi voglio fare una proposta: proviamo a somministrare la stessa prova a studenti del biennio delle superiori, che ormai peraltro la disertano regolarmente? O ancora: proviamo a somministrarla ad un gruppo di docenti di Italiano del primo ciclo e vediamo cosa combinano in 75 minuti?

C’è qualcosa di disumano sotto il cielo della nostra scuola. C’è qualcosa che prima o poi qualcuno dovrà rivisitare. Si chiama delirio misurativo. Si chiama religione del risultato. Si chiama culto del punteggio e del numero. Desidero incontrare una di queste formatrici e formatori Invalsi, radunare dieci docenti di Italiano del primo ciclo e quindici studenti “bravi”. Metterci tutti attorno a un tavolo con quella roba somministrata il 16. E discutere. Discutere, approfondire, tornare forse con i piedi per terra. Togliamo questa assurdità dagli Esami del primo ciclo. Le menti più intelligenti e preparate si uniscano per ottenere questo. I sindacati. Le associazioni, dei docenti e dei dirigenti. Perché questo, o meglio la sua retroazione, e la sua presenza nei RAV, nei PDM, nei PTOF e soprattutto nell’immaginario collettivo delle scuole e delle famiglie, sta avvelenando tutti i curricoli, gli ambienti di apprendimento ed i percorsi della formazione in servizio. Qualcuno fermi il treno in corsa ed i suoi macchinisti impazziti che distaccati qua e là nelle stanze dell’apparato hanno dimenticato (o non hanno mai saputo) cos’è un quattordicenne nel terzo millennio.

Obbligatoria, permanente e strutturale

La legge 107 (comma 124) dice che la formazione in servizio dei docenti di ruolo è obbligatoria, permanente, strutturale. Qui come ogni anno racconto un pezzo di scuola dal lato di chi viene chiamato ad “accompagnare” la formazione. Quest’anno lo farò per lemmi. Per permettere a ciascuno di collocarsi dove vuole.

Certificazione
Collegialità
Didattica per competenze
Dirigenti
Indicazioni nazionali
Invalsi
Modello trasmissivo
Professionalità
Sperimentazione
Valutazione

Ecco, lemma per lemma, il report, ma prima una cornice doverosa, che lega tutti i lemmi e lega tutte le esperienze formative che ho “accompagnato”. La scuola italiana vuole essere inclusiva. Quando la didattica, la relazione educativa, la valutazione vogliono essere inclusive i docenti ci stanno. Ma c’è un’obiezione, unica, dovunque: “ma poi ci sono gli esami…”. Non so quanto chi decide sulla scuola lo colga questo iato tra inclusione e prestazione. La scuola è la mamma. Il Commissario è il papà. I docenti sono la mamma. Il RAV è il papà. E’ mammismo pedagogico? Non ne sono sicuro. Quando la mamma zittisce il papà, la scuola prende vita, i ragazzi sorridono, si sperimentano vie nuove. Se papà RAV, o papà Esami o papà Invalsi invece ringhiano, è tutto un rintanarsi nella lezione frontale, nei contenuti, nella trasmissione. Sembra che il sorriso di un bambino ed il punteggio alto in un RAV non siano conciliabili. Quando mi chiedono la formazione, mi propongo come obiettivo che l’indomani un bambino o un adolescente sorridano, e tutti i miei interventi si concludono con questa slide:

“Nino, non aver paura di tirare un calcio di rigore…non è da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia”.

(Francesco De Gregori).

Qualche foto…..