Archivio dell'autore: Muraglia

Siete nella Storia

È stata sobria la Ministra. Se a soli 38 anni mi avessero fatto ministro, se ripenso a come ero a 38 anni, sarei stato molto più esagerato. Non avrei detto “Siete nella storia”. Avrei detto siete nell’Empireo, nell’ eterna beatitudine di chi non ha più niente da chiedere alla vita perché dalla vita ha ricevuto tutto ed è sazio di giorni e di esperienze. Altro che nella Storia. Invece la Ministra si è fermata alla Storia, che può soggiacere, come ci insegna Foscolo, all’oblio.

Ma non è detta l’ultima parola. Sempre sulla falsariga del poeta dei Sepolcri, c’è sempre qualche possibilità di restarci a lungo nella Storia, soprattutto per coloro che compiono “egregie cose”. E quali cose più egregie possono esserci nell’aver praticato la “resilienza” (sempre la Ministra) in quel periodo terribile di lockdown, lì, ammassati senza distanziamento all’interno dei rifugi antiaerei sotterranei, oppure, sempre senza distanziamento, sui barconi stracarichi sempre a rischio di affondare, o ancora in una baracca perché il terremoto si è portato via tutto.

La resilienza di questi nostri ragazzi merita davvero l’ingresso trionfale nella Storia.

Che dire? La Storia è davvero una passione di questi nostri ministri dell’istruzione meteora. Da anni credo che non se ne sia visto alcuno che non l’abbia invocata, così come la invocano i loro partiti di riferimento. I Cinquestelle in questo sono maestri – vedi abolizione della povertà – , forse perché avvertono oscuramente che la Storia li spazzerà via e senza tanti ringraziamenti. Per loro la Storia è davvero un pensiero ricorrente.

Chissà che però, magari raggruppati insieme in un paragrafo, questi ministri possano beneficiare di un posticino in qualche manuale di storia della scuola italiana. Lavorare sul titolo del paragrafo può essere un bell’esercizio interpretativo.

Un libro necessario ed esemplare

Ci sono libri che a leggerli danno soddisfazione. È il caso di Homo sum (sottotitolo: Essere “umani” nel mondo antico) scritto dal classicista Maurizio Bettini e pubblicato da Einaudi del 2019. E la soddisfazione aumenta nel passare in rassegna le persone che hanno contribuito, per esplicita ammissione dell’autore, alla realizzazione di questa perla di enorme valore culturale, figure di studiosi del meridione, ed in particolare palermitani a me cari come Isabella Tondo, Andrea Cozzo e Giusto Picone.

Il contenuto è pregevole di suo. Bettini esplora il senso di umanità dei Greci e dei Romani alla luce della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e soprattutto alla luce della politica salviniana di chiusura ai migranti che era attiva – e da lui radicalmente esecrata – nel momento in cui scriveva. Tanti spunti di riflessione, tante testimonianze provenienti dalla classicità e anche dall’ humus biblico cristiano. Si legge di un fiato e si gode di ogni parola.

Ma la bellezza non si ferma qui. La bellezza continua con l’approccio di Bettini al suo stesso sapere. Mai accademico, mai paludato, mai pedante, come quello che ahimè si vede nelle facoltà umanistiche e – ancora più ahimè – nei nostri licei classici. L’approccio di Bettini al mondo antico resta quello che consente allo stesso di rivelarsi davvero come fondativo: è l’approccio culturale. L’unico cioè in grado di rendere feconda quell’ esperienza perché capace di leggere il contemporaneo e dal contemporaneo farsi rileggere. C’è filologia, diritto, storia e letteratura, ma tutto rifluisce in cultura e in passione civile, quella che lo stesso Bettini riconosce a coloro che lo hanno sostenuto nel lavoro.

È un libro che parla dell’umanità con umanità. Con rigore di studio, chiarezza espositiva e desiderio di giovare. Per questo è un libro educativo. Non solo per i temi che tratta, ma anche e soprattutto per quel modo di far rivivere le testimonianze antiche che davvero convince dell’irrinunciabilità dei Greci e dei Romani molto più delle trite lamentazioni di docenti liceali che ti metto quattro perché non mi hai saputo ripetere l’aoristo.

Due spunti, di contenuto e di metodo, voglio lasciare qui per invitare a questa godibilissima lettura. Il primo riguarda la sostituzione del costrutto “diritti umani” con “doveri umani”. È il filo rosso che percorre il testo, ed è un chiaro mutamento di paradigma che gli antichi ci consegnano. Il secondo è un monito che riguarda le sorti dell’insegnamento della classicità e va rivolto soprattutto agli insegnanti più giovani, il cui zelo pedante troppo spesso rischia di mettere a repentaglio proprio ciò che quello zelo vorrebbe mantenere: “I tempi sono molto cambiati da quando le letterature classiche potevano, o dovevano, essere considerate solo un elegante patrimonio di figure poetiche o letterarie” (pag. 106).

Questo libro ci riporta a quell’umanesimo civile, di matrice dantesca, che considerava la cultura (costitutiva dell’ humanitas latina) quale nutrimento della vita civile e politica, quel che oggi viene chiamato dalla retorica ministeriale cittadinanza. Credo necessario che ognuno lo legga, e forse non solo una volta. Basterà il solo primo capitolo, che rivisita il primo libro dell’Eneide e l’accoglienza riservata ai profughi troiani dalla regina Didone, per fare venire voglia di arrivare fino alla fine.

Chi sono i Suoi scienziati signora Ministra?

In tempo di pandemia gli scienziati sono assurti ad un ruolo inedito di protagonisti, è stato riconosciuto. Non c’è giorno in cui tutti non si abbia bisogno di loro per comprendere l’evoluzione del contagio. Suppongo che anche la politica della scuola si avvalga della scienza. E pertanto chiederei volentieri alla nostra giovane Ministra, che frequentava le elementari quando chi scrive era già insegnante di ruolo, di quali scienziati si avvalga. Perché a leggere il modo in cui l’ordinanza sulla valutazione motiva il suo dissenso dalla proposta del CSPI di rinunciare ai voti finali per la scuola primaria viene voglia di conoscerli uno per uno.    Leggi il resto di questa voce

Quanto conta il corpo nell’atto valutativo

Forse non ci si è soffermati abbastanza su quanto sia decisiva la presenza del corpo nel momento in cui si dà un valore a un qualcosa fatto da qualcuno. Così nella vita come a scuola. Anzi, a scuola proprio come nella vita. In questo tempo distanziato, fatalmente il valutare da monitor perde anima. E potrà non avvertirne la perdita solo chi l’anima al valutare non la dava neppure in presenza. Per elaborare insieme il lutto del valutare live ecco un ragionamento, una volta tanto, visivo.

L’avanzata degli Entusiasti

“[…] L’insegnamento a distanza, in realtà, è piuttosto obsoleto e ha varie criticità. Spesso entusiasma chi ha una concezione “trasmissiva” del sapere, immaginato come un pacco da recapitare via web, facendo parti eguali fra diseguali. Rende plastica la distanza fra i figli dei ricchi (con la loro stanzetta singola, la fibra, l’iPad e la carta di credito già pronta per andare a una università vera) e i figli dei poveri a cui il ministero è riuscito a far giungere un tablet la cui webcam racconterà una cucina affollata di fratelli e adorna di angosce (e l’approdo al mondo opaco delle università telematiche e dei corsi telematici nelle università vere). Demotiva la vocazione dell’insegnante perché gli dice che un video scaricabile e un po’ di tecnologia interattiva possono rimpiazzare la maieutica educativa del “corpo (del) docente“. Avalla una riduzione “wikipediana” del sapere, ridotto a un tutorial video che somministra i come e i cosa e non riesce mai a interrompersi per domandare un perché. […]”

Questo è uno stralcio dell’articolo pubblicato a firma di Alberto Melloni su Repubblica di oggi. Lo rilancio perché lo sento molto affine a quanto a suo tempo da me pubblicato a proposito del contenuto in quarantena. La pratica della didattica a distanza mi va suggerendo ulteriori vie di ricerca che a suo tempo tenterò di strutturare, proprio attorno alla condizione del “contenuto” e del suo signore/servitore, cioè il docente.

Qui mi interessa fare due brevi considerazioni.

1. Un caro e intelligente collega mi ha accusato di essere apocalittico, e di tirare la volata a quelli che stanno in retroguardia. Chi legge con attenzione – e soprattutto conosce – sa che non è così, ma non dispiace qui ribadire che non c’è ostilità preconcetta a questo modo di insegnare. In tempo di emergenza meglio del nulla c’è questo. Quindi avanti così.

2. La seconda considerazione si lega alla prima, e si aggancia all’articolo di Melloni. Destano inquietudini, appunto, gli entusiasti, che sciorinano quotidianamente soluzioni sempre più avanzate per ridurre il gap tra le due didattiche, che non raramente coincidono con coloro che gli alunni non vorrebbero mai vedere in presenza e che trasferiscono dietro il monitor il loro desiderio insano di trasmissione di contenuti precotti, controllo esatto degli apprendimenti, valutazione docimologica premiante e punitiva. Siamo circondati da questo genere di approcci che oggi trova uno spazio più sofisticato di intervento, soprattutto se assecondato da dirigenti – e se ne vedono – ferrati soltanto di management e preoccupati di avere tutti gli adempimenti a posto per il loro portfolio valutativo annuale.

Presto una rassegna di cose intelligenti – spesso inviatemi da colleghe e colleghi preziosi – su questi temi. Sempre per resistenza umana.

 

Ma non chiamiamola Didattica

(Abbiate fede … il bello é nell’ultimo link)

Della Didattica con la D maiuscola non si parlava più. Al centro si erano accampate le valutazioni di sistema, l’Invalsi, l’Alternanza, le questioni del Merito. Stavamo tutti dentro gli echi della 107, e tutti si erano dimenticati di lei. Ci voleva il Covid-19 per fare risorgere la didattica, o meglio la riflessione seria su quello che vuol dire insegnamento, conoscenze e apprendimento. Come sempre accade, si prende coscienza dell’esistenza di qualcosa quando questa scompare. E in effetti, scomparendo gli alunni, ci si è accorti che la Didattica non può che eclissarsi, lasciando quale simulacro di sé un’altra cosa in cui il nobile costrutto “a distanza” rappresenta il sedativo che non fa avvertire il dolore della dipartita della parola che precede.

L’articolo più stimolante che ho fin qui letto è quello di Stefano Stefanel che invito a leggere con attenzione. Nonché il bellissimo documento del CIDI. Tra le tante cose che dicono, ci vedo il filo rosso che ho cercato di tenere nei miei post precedenti (basta scorrere). Che si sintetizza in questo modo: la scuola a distanza coprirà l’emergenza ma non è scuola, e le videolezioni, maxime se riproducono il trasmissivo/erogativo già noto in presenza (ed é difficile che non lo facciano, anche per ragioni di competenze tecnologiche), non sono scuola. La cosiddetta didattica a distanza, quale mera trasposizione della didattica in presenza, acuisce quel che c’è in quest’ultima: gli studenti bravi restano più o meno bravi, quelli più in difficoltà cadono nel baratro. Alla faccia dei monitoraggi ministeriali. I docenti già efficaci in presenza grosso modo restano tali, i docenti problematici in presenza diventano un disastro a distanza. E già si vede. Il vino nuovo in otri vecchi fa scoppiare gli otri. Leggi il resto di questa voce

É risorta la valutazione formativa

Avevo detto che non sapevo se il terzo sarebbe stato l’ultimo. In realtà credo occorra andare avanti con la riflessione. Aggiungendo un (prevedibile) mantra di queste ore: la valutazione. Come al solito, entra in gioco il gioco delle fonti, che gioca a mischiare le carte. Tra note ministeriali, siti scolastici, circolari dei DS e chat impazzite dei docenti e dei dirigenti vien difficile trovare qualcuno che non dica “si deve fare…”, “hanno detto…”, “è previsto che….”, come se per agire, anziché rovistare nella propria testa ed esperienza, si abbia sempre la necessità di appoggiarsi ad una fonte. Beninteso, le fonti sono preziose per evitare l’autoreferenzialità. Sono invece perniciose se finiscono per fungere da sedativi ed inibitori del pensiero autonomo.

Dunque, l’ultimo arrivato sembra la valutazione formativa. Chi negli ultimi trent’anni ha letto qualcosa su questi temi salterà. Come l’ultimo arrivato? Sì, arrivato per ultimo come tante cose che spuntano come virtù quando si accampa la necessità. Questo blog almeno negli ultimi cinque anni non ha fatto che denunciare il delirio docimologico che ha preso la scuola italiana, con una netta prevalenza delle attitudini comparative, quantitative, docimologiche e sommative degli insegnanti, sempre sedotti dalla chimera dell’Esattezza e dell’Oggettività.

Oggi il virus ha abbattuto il Sommativo perché la didattica a distanza esclude questa possibilità, così come autorevolmente evidenziato da chi si intende di normativa. Niente voti, punteggi, medie ed altri totem cari a tantissimi insegnanti, soprattutto nella secondaria. E che rimane? Senza la matematica, che rimane? Ed ecco rispuntare la valutazione formativa, su cui si diffondono esperti e osservatori presenti qua e là nel web.

Che dire? Quanto già evidenziato in un post precedente: che quanto non si realizza per virtù non può realizzarsi per necessità. La valutazione formativa non è una tecnica, non è una procedura. É un fatto culturale. Un fatto di cultura professionale, un’ interpretazione professionale del momento valutativo quale momento formativo, appunto, cioè euristico, negoziale, intersoggettivo. La valutazione formativa si fa insieme agli alunni, ma non nel senso di “fare conoscere gli obiettivi” o “dichiarare i criteri”. Sa molto, questa impostazione, di elargizione. Si tratta di cercare insieme ai ragazzi – sì, sono “lezioni” anche queste – le soglie che servono per qualificare un apprendimento. Cercarle insieme – anche quando la pigrizia intellettuale dei ragazzi fa resistenza – significa assumere con forza l’idea che la verifica non è un atto di controllo del docente ma un bisogno formativo del discente. Come dire che, in una prospettiva in cui il verificare ed il valutare non assumono i contorni del controllo e della sanzione, sono gli alunni stessi a gradire sommamente occasioni in cui constatare che cosa sta accadendo alle proprie conoscenze.

É una rivoluzione epistemologica. Non è avvenuta in questi decenni, fin da quando scienziati dell’apprendimento come Mario Comoglio hanno iniziato a ragionare di queste cose. A prendere le distanze da ogni forma di testificazione del sapere e di matematizzazione della valutazione. Il mondo è andato da un’altra parte. E tanti dirigenti e docenti, si sa, vanno appresso alle chimere dell’Esattezza, cioè quel che mette al riparo dai ricorsi e dalle contestazioni delle famiglie assetate di cifre (quelle dei più bravi, ovviamente). Quel che chiude la bocca ai ragazzi, perché figurati se puoi discutere la perfetta oggettività di un bel 5,73, che non è “6”, quindi signora lo faccia seguire.

Sotto dunque con la valutazione formativa, che giunge al capezzale della didattica frontal-nozionistica agonizzante non per colpa del virus ma per colpa della lotta al virus. Sbucheranno da domani ragionamenti che enfatizzeranno l’attenzione, l’impegno, l’interesse, la partecipazione, la motivazione, il coinvolgimento, la metacognizione, la cooperazione e tutta quella roba che in presenza viene utilizzata per salvare dal baratro gli sfigati col 5,73 allo scrutinio di giugno, ma a distanza diventa improvvisamente l’ultima trincea in cui posizionarsi per valutare il rendimento dei ragazzi.

Un giorno forse ringrazieremo questo COVID-19 per averci fatto uscire tutti dalla caverna platonica.

Didattica digitale: primum non nocére

Terzo (e non so se ultimo) step sulla didattica a distanza. Riepiloghiamo. Nel primo (aspetto epistemologico) abbiamo ribadito la coessenzialità tra contenuto di insegnamento e corpi umani; nel secondo (aspetto pedagogico-istituzionale) abbiamo puntualizzato l’illusorietà della palingenesi che deriverebbe dalle mitiche Piattaforme, rafforzata dalla nullologia ministeriale. Adesso (aspetto didattico), prevenendo le obiezioni di astrattezza, proviamo a ragionare di come nella pratica possa essere ragionevolmente interpretata la distanza. Ma non senza una premessa. Doverosa.

Una minindagine informale a campione su un gruppo di dirigenti e docenti di mia conoscenza che agiscono sul territorio nazionale mi induce a segnalare la compulsività didattico-digitale che sta contagiando svariati docenti in questo periodo. Grida di dolore giungono dal fronte dei genitori delle scuole primarie, ma anche da alunni delle secondarie, massacrati da incursioni prive di qualsiasi rispetto per l’orario di servizio. Pare che non paia vero, a tanti Nembo Kid della didattica digitale, di surrogare l’impulso enciclopedico, nozionistico e pedantesco – già da essi stessi nocivamente praticato in presenza – con l’immissione in piattaforma di materiali, percorsi, esercizi, links di ogni genere. Quando non di cosiddette videolezioni che dal punto di vista della pedanteria differiscono da quelle in presenza solo per il canale utilizzato. É evidente che scompare nelle piattaforme la deterrenza prodotta dai volti dei bambini e dei ragazzi in presenza. Quella deterrenza che fa di solito da termostato dell’ansia enciclopedica e valutativa che abita il burocrate presente in ogni insegnante.
Questa schiera di docenti (tra cui maestre!) rischia di diventare il virus che tenuto fuori dalla porta rientra dalla finestra. Non è la schiera dei pigri. Magari lo fossero, é il caso di dire! É la schiera degli zelanti digitali, genìa molto più pericolosa dei semplici insegnanti tradizionalisti, nostalgici e antidigitali. Condisci il trasmissivo nozionistico, che é nel loro DNA, di digitale, e in assenza di corpi – quindi di emozioni – avrai la catastrofe dell’apprendimento. Come dire che il mezzo digitale non può rendere significativo un contenuto non significativo per gli allievi. Ma c’è di più. Si tratta qui anche di insensibilità. Perché non si comprende che per tutti prima dei compiti c’è la paura. La tristezza. Che ha bisogno di adulti capaci, soprattutto in questo momento, di rivestire anche la conoscenza di umanità e di leggerezza.

Fatta questa premessa, anzi, alla luce di questa premessa, dico quel che mi parrebbe sensato fare a distanza con i ragazzi a partire da questa minimale scheda attorno a cui potrebbe ruotare la loro attività domestica. Una scheda da riprodurre per ogni unità formativa che, utilizzata da tutti i docenti chessò di un consiglio di classe come format, potrebbe dare ai discenti il senso dell’omogeneità comunicativa e metodologica. Già collaudata da qualche docente in qualche scuola, sta riscuotendo molto gradimento e “serenità cognitiva” da parte dei ragazzi stessi. Ovviamente attorno ad essa possono ruotare altre forme di presenza nella vita scolastica degli alunni, come piccole clip (non più di 15 minuti) in cui l’insegnante può supportare la stessa scheda con brevi linee guida, o ancora può fare qualche inquadramento riepilogativo sugli apprendimenti realizzati. Si tratta di leggeri interventi che marcherebbero, anche su un piano simbolico, la presenza pedagogica di chi insegna. Ripeto: su un piano simbolico. Che é quel che più serve. Di questi tempi.

La scheda nasce da una riflessione sull’essenziale dell’insegnare e dell’imparare, e cerca di rispondere alle seguenti sette domande di base:

  1. Qual è la cornice generale di quel che devo imparare?
  2. Quali sono gli argomenti essenziali a cui si lega quel che devo imparare?
  3. In quanto tempo sono chiamato a mostrare che ho saputo fare quello che mi si chiede?
  4. Cosa vuole il mio insegnante che io, specificamente, impari? O impari a fare?
  5. Si tratta di argomento noto oppure di novità?
  6. Quali suggerimenti metodologici mi dà per affrontare il compito?
  7. Quali eventuali approfondimenti mi suggerisce, qualora voglia saperne di più?

Tutto ciò si verifica anche in presenza, e si verifica in forme spesso implicite o rese superflue dalla condizione de visu. Qui diventano esplicite e strutturanti (e su questo inatteso indotto virtuoso mi riservo di tornare in un prossimo post). É evidente che il canale col docente va mantenuto aperto. Ma a mio parere non bisogna disorientare. Pertanto regola aurea sarebbe farsi vivi nei giorni in cui l’orario di servizio prevede la presenza, perché i ragazzi si nutrono di ritualità. Per gli stessi motivi le piattaforme non dovrebbero essere diverse da docente a docente, perché qui non è questione di dimostrare di essere abili nella didattica digitale e di far vedere quanto si é innovativi, ma di permettere ai bambini e ai ragazzi di tenere vivi gli apprendimenti, col giusto dosaggio.

Non occorrono virtuosismi. Per il semplice fatto che il virtuosismo tecnologico rischia di disorientare. Non occorre dismettere i libri di testo. Rappresentano sempre dei riferimenti realisticamente ineludibili. Non occorre esaltarsi con verifiche e valutazioni. Perché la priorità non è questa, e comunque diverrebbe molto problematico stabilire la vera paternità di un elaborato fatto in assenza del docente. Insomma, l’invito è quello di non pensare che adesso occorrano effetti speciali. E di ricordarsi che, per quanto elettronica, la videolezione rimane una lezione, e se é noiosa resta tale, con sommo gradimento dei ragazzi che possono far finta di seguire esattamente come in classe.

In ultima analisi occorre in modo concreto ed essenziale tenere vivi gli apprendimenti, e far sentire soprattutto ai ragazzi che quel che sta avvenendo è solo il frutto di un’emergenza e non il sopraggiungere delle magnifiche sorti e progressive.