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Nessun tempo è perduto

Circola un appello, ad opera di un tal gruppo Condorcet, volto a far recuperare agli studenti il tempo perduto per colpa del virus. Stralcio due passaggi.

La seconda richiesta è di iniziare da subito a programmare il recupero del tempo scuola perso. Il tempo scuola in presenza perso è enorme: dal 5 marzo al 10 giugno 2020, 75 giorni, che diventano 84 per quelle regioni in cui il lockdown è iniziato il 25 febbraio. A questi vanno sommati i giorni persi in questo anno scolastico almeno a partire dal 24 ottobre, cioè da quando è iniziata la riduzione al 25% del tempo scuola in presenza alle superiori. Se si aggiunge la pausa estiva, che è stata troppo lunga anche in questo anno di emergenza, il quadro è molto grave.

[…]

La nostra proposta è questa: iniziamo a calendarizzare settimane per il recupero del tempo scuola perso a causa di queste interruzioni, pensiamo cioè a rimodulare i periodi di vacanza e allungare l’anno scolastico molto oltre il 10 giugno. Va fatto in modo flessibile e differenziato, a seconda delle regioni, anche interrompendo quando occorre l’attività a distanza, per consentire a studenti e docenti di prendere un po’ di respiro. Un calendario «europeo», caratterizzato da vacanze estive più corte (quando il virus è meno aggressivo) e sospensioni dell’attività di alcuni giorni durante l’anno. Aiuterebbe ulteriormente far sì che il personale in servizio rimanga il più possibile nelle stesse classi anche per il prossimo anno scolastico, in modo da consentire una programmazione dei recuperi più distesa e che includa per lo meno anche i primi mesi del prossimo autunno.

Ho letto molte volte questo appello. E ho voluto farlo da insegnante, facendomi scorrere in mente i visi dei miei alunni, quelli attuali e quelli passati. E mi sono chiesto se questi signori hanno consultato le consulte degli studenti prima di fare questo genere di proposte. E le loro famiglie. La mia sensazione è che non lo abbiano fatto.

E comunque, lo abbiano fatto o meno, ho la sensazione che qualcosa non torni. Cioè che dietro proposte del genere ci sia una certa idea di scuola e di apprendimento. Un’idea quantitativa, di “cose” che si dovevano fare e non si sono fatte, e che pertanto andrebbero “recuperate”, in qualsiasi modo, accorciando l’estate, includendo pezzi di anno scolastico successivo, o mettendo in essere altre strategie. Nelle interviste riconoscono che il sovraccarico subito dai ragazzi è stato di gran lunga superiore in DAD. E propongono sospensioni della stessa per “prendere respiro”. Ma sono pronti a infliggere in presenza recuperi che reintegrino ciò che non si è fatto durante il….respiro.

Insomma parrebbe che i ragazzi nel tempo del lockdown primaverile non abbiano imparato niente o che abbiano imparato aspetti della vita e della cultura non paragonabili qualitativamente a quanto avrebbero imparato in condizioni normali. È vero che la didattica a distanza non è la didattica in presenza, ma è quella che comunque hanno affrontato, che abbiamo affrontato, mettendo in campo tutte le risorse possibili. Dunque non mi pare che occorra acchiappare i mesi estivi per riposizionarli su italiano, matematica, lingue, storia, filosofia, scienze, dando loro quel che il virus ha loro tolto. Qualcuno di questi signori, torno a dire, ha intervistato i ragazzi?

Chiedono di aderire. E a scorrere l’elenco dei primi firmatari sorprendono alcune firme. Viene da pensare che qualcuno abbia letto distrattamente o non abbia incrociato la lettura dell’appello con i suoi fondamentali pedagogici. Riterrei utile che si costruisse un movimento di opinione parallelo capace di prendere le distanze da un’impostazione pedagogica basata sul recupero-di-ciò-che-si-perde. Nulla si perde, perché ogni stagione ha i suoi apprendimenti, e sta a chi educa ed insegna fare di ogni stagione occasione di apprendimento. Lasciamoli in pace i ragazzi.

 

Lettera a una professoressa (o a un professore)

Cara professoressa del tempo Covid/DAD,

vorrei chiederti come stai. No, non mi riferisco al contagio. È che giungono da ogni parte d’Italia grida di dolore dagli studenti che stanno facendo la didattica a distanza. Dicono tutti, in ogni comitato studentesco, in ogni consiglio di classe, che sono stremati, che sono assillati da compiti e interrogazioni, che non ce la fanno più a stare sempre davanti al monitor. È per questo che ti chiedo come stai. È molto importante il tuo benessere, credimi, per il loro benessere. Se me lo permetti vorrei condividere con te qualche pensiero affinché tu possa trovarvi motivo di rasserenamento.

Mi chiederai: cosa ti fa pensare che io non sia serena? Semplice: quel che raccontano i ragazzi, ma non solo quelli che se la tirano. Tutti i ragazzi, anche quelli che la voglia di studiare ce l’hanno. È questo che mi fa pensare che ci sia bisogno per te di qualcosa che ti dia benessere, una sorta di tisana rilassante. Ci provo. Poi mi dirai cosa ne pensi.

Non hai un traguardo davanti che non sia il benessere dei tuoi allievi. Senza di questo non ti servirà a niente avere spiegato un sacco di cose. Le dimenticheranno. Potrai scrivere tutto diligentemente su Argo, ma non avrai spostato di una virgola il loro apprendimento, perché comunque impareranno quel che il loro benessere consentirà loro di imparare. Vittoria di Pirro per te: chi ti elogerà? Il tuo Dirigente? No, non sperarci, sarà il primo a dissociarsi dal tuo zelo.   

Forse qualcuno, tempo fa, ti avrà spiegato che senza motivazione e interesse non si impara niente. Vero. Ma anche senza relazione umana. Senza anima. Senza mai un sorriso. Una battuta. Una pausa di leggerezza. Per questo è importante anche il tuo benessere. Perché non basta la preparazione, e neppure lo zelo, e la serietà. In questo infausto tempo queste cose non ti bastano più. Ti bastavano in presenza, perché gli allievi erano più disponibili. Ora non ti bastano più. Devi stare bene. Devi sapere sorridere. Non hai alternative davanti a loro. O li perderai. Sempre che non perderli ti interessi. Insomma fai poche cose e con passione. Ameranno la tua materia e ricorderanno quello che hanno fatto con te. E ricorderanno te.

Un’altra cosa. Ma davvero ti pare così importante valutare? Interrogare? Mettere voti? Ti pare davvero che sia la cosa più importante nella relazione umana che hai con i tuoi allievi? Ti pare davvero un dovere così cogente da richiedere, in suo nome, di sacrificare tutta la leggerezza e la solarità che sarebbero necessarie in questo tempo così difficile per tutti? Io non ci credo. Io credo che se tu stessi davvero bene non riterresti che le cose stiano così. Ecco perché ti scrivo. Perché sono davvero convinto che tu hai bisogno di serenità, di passeggiate all’aria aperta, magari di sentirti voluta bene.

Se tu stessi davvero bene capiresti che è giunto il tempo in cui tutto questo tuo armamentario scolastico – il programma da svolgere, le verifiche, i voti – può solo far stare male tutti, i tuoi allievi e te stessa. Ti occorre una metanoia, un cambiamento di prospettiva. Devono entrare nella tua vita professionale il piacere e la gratuità. Il piacere di insegnare le cose non per l’interrogazione ma perché le cose che insegni piacciono per prime a te; il piacere di intrattenerti con loro a parlare anche di ciò che accade a loro e a te; il piacere di ascoltare le fesserie che a quell’età normalmente piace dire, e magari di riderci su con loro; il piacere di non guardare che stai perdendo tempo, perché tutto il tempo che impieghi nella convivialità con loro è tempo che hai guadagnato in qualità e motivazione. Fai tutto gratis. Non fare niente perché poi devi riavere in cambio qualcosa. Spiega perché è bello.

E stai davvero serena, perché non hai bisogno di indossare i paramenti sacri per fare verifiche-ufficiali. Gli ufficiali lasciali nell’esercito. I ragazzi ti daranno sempre occasione di farti vedere quanto valgono e stai serena che meno si chiederà loro di mettersi in posa meglio riusciranno le foto scattate. Mia cara, tutto è valutazione, anche l’aria che si respira, e se lo desideri avrai sempre mille elementi per valutare, e davvero rilassati se questi elementi non sono oggettivi. Sono tuoi e loro, cercati e condivisi insieme, e quindi saranno molto più veri che se fossero oggettivi. Ricordalo: chi cerca l’oggettività trova la solitudine.

Carissima, davvero stai serena. Non stare sempre a prenderti maledettamente sul serio, tu e tutto il tuo programma. Di virus ne basta già uno. La formula è semplice: non sono necessari corsi di aggiornamento o letture particolari. Basta rasserenarsi, togliersi un po’ di ansia addosso e ricordarsi di sapere sorridere. Sorridi ai tuoi alunni, anche dietro ad un monitor. E scoprirai che sono vivi. Come te.

 

Siete nella Storia

È stata sobria la Ministra. Se a soli 38 anni mi avessero fatto ministro, se ripenso a come ero a 38 anni, sarei stato molto più esagerato. Non avrei detto “Siete nella storia”. Avrei detto siete nell’Empireo, nell’ eterna beatitudine di chi non ha più niente da chiedere alla vita perché dalla vita ha ricevuto tutto ed è sazio di giorni e di esperienze. Altro che nella Storia. Invece la Ministra si è fermata alla Storia, che può soggiacere, come ci insegna Foscolo, all’oblio.

Ma non è detta l’ultima parola. Sempre sulla falsariga del poeta dei Sepolcri, c’è sempre qualche possibilità di restarci a lungo nella Storia, soprattutto per coloro che compiono “egregie cose”. E quali cose più egregie possono esserci nell’aver praticato la “resilienza” (sempre la Ministra) in quel periodo terribile di lockdown, lì, ammassati senza distanziamento all’interno dei rifugi antiaerei sotterranei, oppure, sempre senza distanziamento, sui barconi stracarichi sempre a rischio di affondare, o ancora in una baracca perché il terremoto si è portato via tutto.

La resilienza di questi nostri ragazzi merita davvero l’ingresso trionfale nella Storia.

Che dire? La Storia è davvero una passione di questi nostri ministri dell’istruzione meteora. Da anni credo che non se ne sia visto alcuno che non l’abbia invocata, così come la invocano i loro partiti di riferimento. I Cinquestelle in questo sono maestri – vedi abolizione della povertà – , forse perché avvertono oscuramente che la Storia li spazzerà via e senza tanti ringraziamenti. Per loro la Storia è davvero un pensiero ricorrente.

Chissà che però, magari raggruppati insieme in un paragrafo, questi ministri possano beneficiare di un posticino in qualche manuale di storia della scuola italiana. Lavorare sul titolo del paragrafo può essere un bell’esercizio interpretativo.

É risorta la valutazione formativa

Avevo detto che non sapevo se il terzo sarebbe stato l’ultimo. In realtà credo occorra andare avanti con la riflessione. Aggiungendo un (prevedibile) mantra di queste ore: la valutazione. Come al solito, entra in gioco il gioco delle fonti, che gioca a mischiare le carte. Tra note ministeriali, siti scolastici, circolari dei DS e chat impazzite dei docenti e dei dirigenti vien difficile trovare qualcuno che non dica “si deve fare…”, “hanno detto…”, “è previsto che….”, come se per agire, anziché rovistare nella propria testa ed esperienza, si abbia sempre la necessità di appoggiarsi ad una fonte. Beninteso, le fonti sono preziose per evitare l’autoreferenzialità. Sono invece perniciose se finiscono per fungere da sedativi ed inibitori del pensiero autonomo.

Dunque, l’ultimo arrivato sembra la valutazione formativa. Chi negli ultimi trent’anni ha letto qualcosa su questi temi salterà. Come l’ultimo arrivato? Sì, arrivato per ultimo come tante cose che spuntano come virtù quando si accampa la necessità. Questo blog almeno negli ultimi cinque anni non ha fatto che denunciare il delirio docimologico che ha preso la scuola italiana, con una netta prevalenza delle attitudini comparative, quantitative, docimologiche e sommative degli insegnanti, sempre sedotti dalla chimera dell’Esattezza e dell’Oggettività.

Oggi il virus ha abbattuto il Sommativo perché la didattica a distanza esclude questa possibilità, così come autorevolmente evidenziato da chi si intende di normativa. Niente voti, punteggi, medie ed altri totem cari a tantissimi insegnanti, soprattutto nella secondaria. E che rimane? Senza la matematica, che rimane? Ed ecco rispuntare la valutazione formativa, su cui si diffondono esperti e osservatori presenti qua e là nel web.

Che dire? Quanto già evidenziato in un post precedente: che quanto non si realizza per virtù non può realizzarsi per necessità. La valutazione formativa non è una tecnica, non è una procedura. É un fatto culturale. Un fatto di cultura professionale, un’ interpretazione professionale del momento valutativo quale momento formativo, appunto, cioè euristico, negoziale, intersoggettivo. La valutazione formativa si fa insieme agli alunni, ma non nel senso di “fare conoscere gli obiettivi” o “dichiarare i criteri”. Sa molto, questa impostazione, di elargizione. Si tratta di cercare insieme ai ragazzi – sì, sono “lezioni” anche queste – le soglie che servono per qualificare un apprendimento. Cercarle insieme – anche quando la pigrizia intellettuale dei ragazzi fa resistenza – significa assumere con forza l’idea che la verifica non è un atto di controllo del docente ma un bisogno formativo del discente. Come dire che, in una prospettiva in cui il verificare ed il valutare non assumono i contorni del controllo e della sanzione, sono gli alunni stessi a gradire sommamente occasioni in cui constatare che cosa sta accadendo alle proprie conoscenze.

É una rivoluzione epistemologica. Non è avvenuta in questi decenni, fin da quando scienziati dell’apprendimento come Mario Comoglio hanno iniziato a ragionare di queste cose. A prendere le distanze da ogni forma di testificazione del sapere e di matematizzazione della valutazione. Il mondo è andato da un’altra parte. E tanti dirigenti e docenti, si sa, vanno appresso alle chimere dell’Esattezza, cioè quel che mette al riparo dai ricorsi e dalle contestazioni delle famiglie assetate di cifre (quelle dei più bravi, ovviamente). Quel che chiude la bocca ai ragazzi, perché figurati se puoi discutere la perfetta oggettività di un bel 5,73, che non è “6”, quindi signora lo faccia seguire.

Sotto dunque con la valutazione formativa, che giunge al capezzale della didattica frontal-nozionistica agonizzante non per colpa del virus ma per colpa della lotta al virus. Sbucheranno da domani ragionamenti che enfatizzeranno l’attenzione, l’impegno, l’interesse, la partecipazione, la motivazione, il coinvolgimento, la metacognizione, la cooperazione e tutta quella roba che in presenza viene utilizzata per salvare dal baratro gli sfigati col 5,73 allo scrutinio di giugno, ma a distanza diventa improvvisamente l’ultima trincea in cui posizionarsi per valutare il rendimento dei ragazzi.

Un giorno forse ringrazieremo questo COVID-19 per averci fatto uscire tutti dalla caverna platonica.

Didattica digitale: primum non nocére

Terzo (e non so se ultimo) step sulla didattica a distanza. Riepiloghiamo. Nel primo (aspetto epistemologico) abbiamo ribadito la coessenzialità tra contenuto di insegnamento e corpi umani; nel secondo (aspetto pedagogico-istituzionale) abbiamo puntualizzato l’illusorietà della palingenesi che deriverebbe dalle mitiche Piattaforme, rafforzata dalla nullologia ministeriale. Adesso (aspetto didattico), prevenendo le obiezioni di astrattezza, proviamo a ragionare di come nella pratica possa essere ragionevolmente interpretata la distanza. Ma non senza una premessa. Doverosa.

Una minindagine informale a campione su un gruppo di dirigenti e docenti di mia conoscenza che agiscono sul territorio nazionale mi induce a segnalare la compulsività didattico-digitale che sta contagiando svariati docenti in questo periodo. Grida di dolore giungono dal fronte dei genitori delle scuole primarie, ma anche da alunni delle secondarie, massacrati da incursioni prive di qualsiasi rispetto per l’orario di servizio. Pare che non paia vero, a tanti Nembo Kid della didattica digitale, di surrogare l’impulso enciclopedico, nozionistico e pedantesco – già da essi stessi nocivamente praticato in presenza – con l’immissione in piattaforma di materiali, percorsi, esercizi, links di ogni genere. Quando non di cosiddette videolezioni che dal punto di vista della pedanteria differiscono da quelle in presenza solo per il canale utilizzato. É evidente che scompare nelle piattaforme la deterrenza prodotta dai volti dei bambini e dei ragazzi in presenza. Quella deterrenza che fa di solito da termostato dell’ansia enciclopedica e valutativa che abita il burocrate presente in ogni insegnante.
Questa schiera di docenti (tra cui maestre!) rischia di diventare il virus che tenuto fuori dalla porta rientra dalla finestra. Non è la schiera dei pigri. Magari lo fossero, é il caso di dire! É la schiera degli zelanti digitali, genìa molto più pericolosa dei semplici insegnanti tradizionalisti, nostalgici e antidigitali. Condisci il trasmissivo nozionistico, che é nel loro DNA, di digitale, e in assenza di corpi – quindi di emozioni – avrai la catastrofe dell’apprendimento. Come dire che il mezzo digitale non può rendere significativo un contenuto non significativo per gli allievi. Ma c’è di più. Si tratta qui anche di insensibilità. Perché non si comprende che per tutti prima dei compiti c’è la paura. La tristezza. Che ha bisogno di adulti capaci, soprattutto in questo momento, di rivestire anche la conoscenza di umanità e di leggerezza.

Fatta questa premessa, anzi, alla luce di questa premessa, dico quel che mi parrebbe sensato fare a distanza con i ragazzi a partire da questa minimale scheda attorno a cui potrebbe ruotare la loro attività domestica. Una scheda da riprodurre per ogni unità formativa che, utilizzata da tutti i docenti chessò di un consiglio di classe come format, potrebbe dare ai discenti il senso dell’omogeneità comunicativa e metodologica. Già collaudata da qualche docente in qualche scuola, sta riscuotendo molto gradimento e “serenità cognitiva” da parte dei ragazzi stessi. Ovviamente attorno ad essa possono ruotare altre forme di presenza nella vita scolastica degli alunni, come piccole clip (non più di 15 minuti) in cui l’insegnante può supportare la stessa scheda con brevi linee guida, o ancora può fare qualche inquadramento riepilogativo sugli apprendimenti realizzati. Si tratta di leggeri interventi che marcherebbero, anche su un piano simbolico, la presenza pedagogica di chi insegna. Ripeto: su un piano simbolico. Che é quel che più serve. Di questi tempi.

La scheda nasce da una riflessione sull’essenziale dell’insegnare e dell’imparare, e cerca di rispondere alle seguenti sette domande di base:

  1. Qual è la cornice generale di quel che devo imparare?
  2. Quali sono gli argomenti essenziali a cui si lega quel che devo imparare?
  3. In quanto tempo sono chiamato a mostrare che ho saputo fare quello che mi si chiede?
  4. Cosa vuole il mio insegnante che io, specificamente, impari? O impari a fare?
  5. Si tratta di argomento noto oppure di novità?
  6. Quali suggerimenti metodologici mi dà per affrontare il compito?
  7. Quali eventuali approfondimenti mi suggerisce, qualora voglia saperne di più?

Tutto ciò si verifica anche in presenza, e si verifica in forme spesso implicite o rese superflue dalla condizione de visu. Qui diventano esplicite e strutturanti (e su questo inatteso indotto virtuoso mi riservo di tornare in un prossimo post). É evidente che il canale col docente va mantenuto aperto. Ma a mio parere non bisogna disorientare. Pertanto regola aurea sarebbe farsi vivi nei giorni in cui l’orario di servizio prevede la presenza, perché i ragazzi si nutrono di ritualità. Per gli stessi motivi le piattaforme non dovrebbero essere diverse da docente a docente, perché qui non è questione di dimostrare di essere abili nella didattica digitale e di far vedere quanto si é innovativi, ma di permettere ai bambini e ai ragazzi di tenere vivi gli apprendimenti, col giusto dosaggio.

Non occorrono virtuosismi. Per il semplice fatto che il virtuosismo tecnologico rischia di disorientare. Non occorre dismettere i libri di testo. Rappresentano sempre dei riferimenti realisticamente ineludibili. Non occorre esaltarsi con verifiche e valutazioni. Perché la priorità non è questa, e comunque diverrebbe molto problematico stabilire la vera paternità di un elaborato fatto in assenza del docente. Insomma, l’invito è quello di non pensare che adesso occorrano effetti speciali. E di ricordarsi che, per quanto elettronica, la videolezione rimane una lezione, e se é noiosa resta tale, con sommo gradimento dei ragazzi che possono far finta di seguire esattamente come in classe.

In ultima analisi occorre in modo concreto ed essenziale tenere vivi gli apprendimenti, e far sentire soprattutto ai ragazzi che quel che sta avvenendo è solo il frutto di un’emergenza e non il sopraggiungere delle magnifiche sorti e progressive.

Giustificare o non giustificare: questo il dilemma…..

Talvolta la vita scolastica é noiosa e si sente la necessità di movimentarla. Poi tutto ritorna alla bonaccia di prima. Adesso impazza la questione delle assenze giustificate o meno per la partecipazione alla manifestazione pro ambiente del 27. A partire dalla circolare ministeriale, che giustamente può esortare ma non disporre, si é scatenato il toto-giustificazione. Si invocano delibere dei collegi, partecipazioni in qualità di “uscita didattica” e ancora se ne vedranno di proposte…..

Onestamente viene da solo da chiedersi: ma di che si parla? Di un’assenza a scuola? Ma é una questione di sostanza o di principio? Se é di principio, allora si capisce perché tutti si affannino a volere de iure l’assenza non contabilizzata come tale. L’ha detto il Ministro! Quindi una non-assenza. Insomma, quella mattina tra chi sta a dormire e chi va al corteo nessuna differenza. Ora, invocare il pezzo di carta del genitore con la causale “per corteo” appare alquanto ridicolo per ragioni elementari che possono sfuggire soltanto a chi ha messo piede a scuola da un giorno. Se invece la questione é di sostanza, scommetto cene con chicchessia che nessuno studente italiano si ritroverà a fine anno scolastico con il monte-ore di assenze sforato solo per quel famigerato 27 settembre! Sarà cura dello studente semmai, quel giorno in cui avrà voglia di “buttarsela”, evitare di farlo per non sforare….

Il Ministro ha indicato un valore. E lì i suoi poteri si fermano. Convocare un Collegio per deliberare la liceità dell’assenza mi parrebbe ai limiti del grottesco. Negare il diritto allo studio agli alunni che democraticamente non ritengano quel giorno di partecipare al corteo mi parrebbe altrettanto discutibile. Cosa rimane? Non avendo il MIUR indetto ufficialmente “vacanza”, rimane che gli alunni più sensibili vadano al corteo ed i loro genitori firmino la giustificazione. Poi magari in classe di tutto questo se ne farà una bella attività didattica per chi ci é andato e per chi non ci é andato. I docenti loderanno, i dirigenti loderanno, i genitori vigileranno sulle assenze successive e a fine anno scolastico avere fatto 22 o 23 giorni di assenza non interesserà più a nessuno…….

 

 

I dati Invalsi e i loro Esegeti

I risultati degli studenti italiani pubblicati da Invalsi hanno avviato la solita stanca liturgia. Pubblicazione degli esiti, cancan sui media, riflettori spenti. Politiche scolastiche come prima e peggio di prima. Uccidere il malato e poi certificarne il decesso. Con conseguenti vesti stracciate dei commentatori.

Il quotidiano La Repubblica da diversi giorni ospita autorevoli contributi che probabilmente pochi leggono, ma che rivelano magnificamente il polso della scuola che hanno le nostre cosiddette élites.

Per non tediare i lettori di questo blog può valer la pena passare in rassegna solo qualche stralcio da alcuni di questi commenti, perché ho la sensazione che sul mondo della scuola dicano di più i commenti ai dati Invalsi che gli stessi dati Invalsi la cui pretesa valutativa é certamente più mite. Prenderò in considerazione alcuni spunti prodotti da Antonio Pennacchi (scrittore), Silvia Ronchey (filologa classica), Eraldo Affinati (scrittore con qualche esperienza di insegnamento) e Massimo Recalcati (psicoanalista e, da quel versante, noto tuttologo). Ricordo che il punto di partenza di queste dottissime dissertazioni, che arrivano fino ai massimi sistemi della cultura, sono i risultati delle prove Invalsi. La lettura mediatica è stata: “I nuovi analfabeti”. Leggi il resto di questa voce

Continueremo a volare basso?

Da tempo denuncio la carenza di dibattito pubblico sui temi dell’educazione e dell’istruzione. Paradossalmente fece più parlare di scuola la (brutta) legge sulla Buona Scuola. Oggi è calato il buio sui temi forti. Gli unici linguaggi sembrano il politichese delle ordinanze ministeriali ed il sindacalese della maggior parte dei siti, che giustamente per reclutare lettori devono solleticare l’impiegato che è in ogni insegnante. E poi cronache occasionali: manifestazioni ecologiste e alunni beccati con spinelli. La formazione, che dovrebbe aiutare tutti a mettere a fuoco i fondamentali dell’insegnamento, è il grande bluff: obbligatoria, strutturale e permanente, dissero: 2015. Ma c’è una piattaforma, Sofia, strapiena di cose e cosacce che nessuno controlla ed il popolo dei docenti che ormai ha mangiato la foglia e ha capito che di obbligatorio non c’è proprio nulla. I Dirigenti che dovrebbero presidiare il cosiddetto obbligo, si sa, hanno quasi sempre “impegni istituzionali”. Chiamano qualche esperto ogni tanto e poi si rassegnano al grigiore. Gli Ambiti territoriali fanno la formazione ad anno scolastico quasi concluso e con i formatori che vogliono adattarsi a cifre (con tutto il rispetto) da colf. Alla politica: dimmi quanto paghi i formatori e ti dirò che pensi della formazione.

Ma la resistenza umana ci tocca, e questo blog cerca pervicacemente di stare in prima linea.

Per questo mi permetto di suggerire alle colleghe e ai colleghi più sensibili un kit di autoconsapevolezza dal titolo: Tra saperi, competenze e democrazia oltre la tecnocrazia delle misurazioni: c’è spazio per un nuovo umanesimo professionale? Mi faccio guidare in questo piccolo viaggio da tre Virgilio: Umberto Galimberti, Enrico Bottero e Philippe Meirieu. So di sfidare la tendenza, che ormai prende anche i miei coetanei, tutti indaffaratissimi, alla lettura breve. Questa è invece scientemente una lettura che prende tempo, che chiede riflessione, che chiede rivisitazione delle proprie ragioni professionali profonde. Una lettura che pretende di essere (auto)formativa. Con evidenziatore e matita. E che chiede agli enti, che di formazione si occupano, di alzare le antenne oltre il Digitale, il BES, gli Esami di Stato, l’Alternanza, il Miglioramento, l’Invalsi e altra materia più o meno effimera che costituirebbe le “priorità” 2016-2019 (a proposito, triennio concluso: cosa è successo?).

***

Percorso in tre tappe.

Prima tappa: la cultura umanistica. Serve ancora una cultura umanistica? Galimberti è sempre utile, soprattutto quando permette di ragionare sul suo lessico: educazione, istruzione, formazione, competenze, prestazioni. Denuncia la presunta scomparsa della cultura umanistica a favore delle “molte competenze”. Poi però, con la solita ambiguità del termine, l’alunno dovrebbe fare i conti con “quella competenza che la cultura umanistica offre”: è la competenza emotiva. Aggiungo: quella creativa, come evidenzia questo bel documento.

Seconda tappa: le competenze che servono e la tecnocrazia. Meirieu e Bottero discutono di apprendimento. Dialogo sapiente, istruttivo, che fa giustizia sull’equivoco legato alle competenze. Da leggere e rileggere, anche più di una volta. Bottero da tempo fa obiezione di coscienza verso la lingua tecnocratica che ha invaso le nostre scuole. La sua alleanza con Meirieu è quanto di più prezioso io abbia visto ultimamente per la scuola.

Terza tappa: perle sull’apprendimento. Un concentrato di sapienza è nel libro di Meirieu edito nel 2011 in francia, nel 2015 qui da noi: Fare la Scuola, fare scuola. Francoangeli. Cartaceo. Un buon modo di utilizzare la Carta del docente.

Per invogliare alla lettura dei contributi proposti propongo qui brevi stralci di ciascuno di essi:

Galimberti: “L’educazione a sfondo umanistico non è necessariamente il rimedio al disagio giovanile, ma è senz’altro un aiuto perché questo disagio non diventi parossistico e non si traduca, se non in tragedia, in quei percorsi a rischio che spesso i giovani imboccano perché non hanno alcuna consapevolezza di sé e non intendono assaporare quotidianamente la loro insignificanza sociale”

Bottero: “Misurare le competenze raggiunte dagli allievi servirebbe a valutare i loro risultati. Volendo ‘misurare’, la competenza potrebbe snaturarsi e ridursi ad una semplice performance. Questo sospetto è avvalorato dal fatto che il concetto di competenza, come la pedagogia per obiettivi, è entrato nella scuola sotto la spinta del mondo dell’impresa”

“La scuola pubblica non ha il compito di far emergere i migliori  ma di far crescere le conoscenze di tutti. Essa è il luogo principale in cui si promuove l’apprendimento generale operando così per la riduzione delle disuguaglianze”.

Meirieu: “I saperi generalmente trasmessi a scuola non hanno nulla a che fare con i saperi scientifici. Sono saperi proposizionali, cioè un insieme di saperi espressi attraverso semplici contenuti, in molti casi privi di significato per l’allievo. Il loro contenitore simbolico è il manuale scolastico”.

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