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Continueremo a volare basso?

Da tempo denuncio la carenza di dibattito pubblico sui temi dell’educazione e dell’istruzione. Paradossalmente fece più parlare di scuola la (brutta) legge sulla Buona Scuola. Oggi è calato il buio sui temi forti. Gli unici linguaggi sembrano il politichese delle ordinanze ministeriali ed il sindacalese della maggior parte dei siti, che giustamente per reclutare lettori devono solleticare l’impiegato che è in ogni insegnante. E poi cronache occasionali: manifestazioni ecologiste e alunni beccati con spinelli. La formazione, che dovrebbe aiutare tutti a mettere a fuoco i fondamentali dell’insegnamento, è il grande bluff: obbligatoria, strutturale e permanente, dissero: 2015. Ma c’è una piattaforma, Sofia, strapiena di cose e cosacce che nessuno controlla ed il popolo dei docenti che ormai ha mangiato la foglia e ha capito che di obbligatorio non c’è proprio nulla. I Dirigenti che dovrebbero presidiare il cosiddetto obbligo, si sa, hanno quasi sempre “impegni istituzionali”. Chiamano qualche esperto ogni tanto e poi si rassegnano al grigiore. Gli Ambiti territoriali fanno la formazione ad anno scolastico quasi concluso e con i formatori che vogliono adattarsi a cifre (con tutto il rispetto) da colf. Alla politica: dimmi quanto paghi i formatori e ti dirò che pensi della formazione.

Ma la resistenza umana ci tocca, e questo blog cerca pervicacemente di stare in prima linea.

Per questo mi permetto di suggerire alle colleghe e ai colleghi più sensibili un kit di autoconsapevolezza dal titolo: Tra saperi, competenze e democrazia oltre la tecnocrazia delle misurazioni: c’è spazio per un nuovo umanesimo professionale? Mi faccio guidare in questo piccolo viaggio da tre Virgilio: Umberto Galimberti, Enrico Bottero e Philippe Meirieu. So di sfidare la tendenza, che ormai prende anche i miei coetanei, tutti indaffaratissimi, alla lettura breve. Questa è invece scientemente una lettura che prende tempo, che chiede riflessione, che chiede rivisitazione delle proprie ragioni professionali profonde. Una lettura che pretende di essere (auto)formativa. Con evidenziatore e matita. E che chiede agli enti, che di formazione si occupano, di alzare le antenne oltre il Digitale, il BES, gli Esami di Stato, l’Alternanza, il Miglioramento, l’Invalsi e altra materia più o meno effimera che costituirebbe le “priorità” 2016-2019 (a proposito, triennio concluso: cosa è successo?).

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Percorso in tre tappe.

Prima tappa: la cultura umanistica. Serve ancora una cultura umanistica? Galimberti è sempre utile, soprattutto quando permette di ragionare sul suo lessico: educazione, istruzione, formazione, competenze, prestazioni. Denuncia la presunta scomparsa della cultura umanistica a favore delle “molte competenze”. Poi però, con la solita ambiguità del termine, l’alunno dovrebbe fare i conti con “quella competenza che la cultura umanistica offre”: è la competenza emotiva. Aggiungo: quella creativa, come evidenzia questo bel documento.

Seconda tappa: le competenze che servono e la tecnocrazia. Meirieu e Bottero discutono di apprendimento. Dialogo sapiente, istruttivo, che fa giustizia sull’equivoco legato alle competenze. Da leggere e rileggere, anche più di una volta. Bottero da tempo fa obiezione di coscienza verso la lingua tecnocratica che ha invaso le nostre scuole. La sua alleanza con Meirieu è quanto di più prezioso io abbia visto ultimamente per la scuola.

Terza tappa: perle sull’apprendimento. Un concentrato di sapienza è nel libro di Meirieu edito nel 2011 in francia, nel 2015 qui da noi: Fare la Scuola, fare scuola. Francoangeli. Cartaceo. Un buon modo di utilizzare la Carta del docente.

Per invogliare alla lettura dei contributi proposti propongo qui brevi stralci di ciascuno di essi:

Galimberti: “L’educazione a sfondo umanistico non è necessariamente il rimedio al disagio giovanile, ma è senz’altro un aiuto perché questo disagio non diventi parossistico e non si traduca, se non in tragedia, in quei percorsi a rischio che spesso i giovani imboccano perché non hanno alcuna consapevolezza di sé e non intendono assaporare quotidianamente la loro insignificanza sociale”

Bottero: “Misurare le competenze raggiunte dagli allievi servirebbe a valutare i loro risultati. Volendo ‘misurare’, la competenza potrebbe snaturarsi e ridursi ad una semplice performance. Questo sospetto è avvalorato dal fatto che il concetto di competenza, come la pedagogia per obiettivi, è entrato nella scuola sotto la spinta del mondo dell’impresa”

“La scuola pubblica non ha il compito di far emergere i migliori  ma di far crescere le conoscenze di tutti. Essa è il luogo principale in cui si promuove l’apprendimento generale operando così per la riduzione delle disuguaglianze”.

Meirieu: “I saperi generalmente trasmessi a scuola non hanno nulla a che fare con i saperi scientifici. Sono saperi proposizionali, cioè un insieme di saperi espressi attraverso semplici contenuti, in molti casi privi di significato per l’allievo. Il loro contenitore simbolico è il manuale scolastico”.

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Farfalle libere

UN POMERIGGIO PER LE DONNE AL LICEO
“DE COSMI” 

7 MARZO ORE 15,30

VIA RUGGERI, 15   PALERMO
Intervengono figure istituzionali, esperti,
docenti, alunni.
E si inaugura una mostra fotografica.
Guarda la locandina
 

Quando il bullo narra se stesso

Questo libro é stato pubblicato in queste settimane da una giovane collega palermitana, che ebbi modo di seguire come tutor di tirocinio SISSIS una quindicina di anni fa.

Si tratta dell’autobiografia scolastica di un bullo. Tratta da una storia vera. Non inventa nulla, é chiaro, il fenomeno da tempo é studiato attentamente. Però ha la forza della testimonianza e delle emozioni vissute.

Gli attori in campo sono studenti, docenti, genitori, e persino una vicepreside (sarebbe stato interessante capire il ruolo del Dirigente scolastico). C’è il territorio, con tutte le sue deprivazioni. Si beve d’un fiato e credo che potrebbe essere un bel testo da far leggere in classe, anche in classi dove il bullo non c’è, come esempio di pedagogia coraggiosa e di educazione alla cittadinanza.

Insomma un buon esempio di scuola-verità. Per avere ancor più verità forse avrei reso più “verista” la lingua del narratore-bullo, che invece si esprime in un italiano irreprensibile. Ma anche così resta una lettura istruttiva.

La patetica alternativa conoscenze-competenze

La lettura di questo articolo apparso il 18 aprile scorso sul Corriere è rivelativa della confusione mental-mediatica che regna a proposito del compito dell’insegnamento. L’alternativa tra conoscenze e competenze è un caposaldo di questa confusione e ci deprime ogni giorno sui media. La stessa alternativa che c’è tra una persona di 15 anni e la stessa persona a 30 anni. Di chi si parla? Di due persone? O di una che nel tempo è diventata l’altra? Così l’articolo dice che l’America abbandonerebbe i test perché rinuncerebbe alle competenze perché queste sarebbero inutili in assenza delle conoscenze. Da urlare. Non sarebbero inutili le competenze. Non ci sarebbero per niente. Così come sarebbero perfettamente inutili le conoscenze senza che evolvano in alcunché: cioè restiamo sempre quindicenni.

I test di lettura secondo il report di quest’articolo non sarebbero in grado di vedere competenze e quindi andrebbero abbandonati. Scoperta dell’acqua calda. Certo che la competenza di lettura non si vede dai test. Lo diciamo da una vita. Poi ci dice che secondo questa ricerca americana un testo non basta decodificarlo ma occorre comprenderlo. Che vuol dire? Comunque sia, occorre comprenderlo. Altra acqua calda. E per vedere se si è compreso, dico io, non occorre fare delle domande più ampie ed aperte di quelle di un test, come fanno molti eccellenti libri di testo adoperati a scuola? E la risposta a queste domande non consente di scrutare la competenza di lettura molto meglio che con un quiz? E vedere la competenza di lettura non significa vedere comprendere un testo?

Hanno scoperto quest’acqua calda gli americani? E le conoscenze? Ma conoscenze de che? L’enciclopedia culturale del lettore? E chi aveva detto agli americani (e agli italiani) che non serve? Certo che serve. Ma che facciamo adesso? Facciamo tutti dei piccoli Pico della Mirandola per avere la capacità di comprendere i testi e fare felici gli accademici che sbraitano contro le competenze? Le conoscenze sono necessarie quanto ad un trentenne è necessario essere stato quindicenne. Come la fai la scuola per le competenze tagliando le conoscenze? Ma il quindicenne non lo si può lasciare tale. Il quindicenne sta sempre nel trentenne. Ma ci sta in un altro modo! Occorre prepararlo anche a diventare trentenne. Le conoscenze sono le radici delle competenze ma le competenze sono il loro frutto. E’ così difficile capirlo? Oppure è mediaticamente irresistibile fare duellare conoscenze e competenze perché sono due ed è troppo banale riconoscere che sono due fasi diverse dell’apprendere umano?

Un libro serio e importante

Ci sono autori pressoché sconosciuti. Ma che sanno parlare di studenti, di saperi e di insegnamento. Uno di questi é un collega prematuramente scomparso nel 2011: Enrico Cozzolino. Chi lo ha conosciuto, a Napoli, mi ha messo nelle mani uno dei libri più utili e intelligenti che abbia fin qui letto sulle cose scolastiche. Edito (postumo, 2013) da Marotta e Cafiero si intitola NuovaMente. Ritengo un dovere morale pubblicizzarlo.

Enrico Cozzolino (1958-2011) è stato insegnante di Lingua e Letteratura Inglese prima nelle scuole medie e successivamente alle superiori. Il suo impegno si è svolto nel campo della didattica concreta di tutti giorni, a stretto contatto con il lavoro d’aula, e supportato da un’attività di ricerca e di studio costante durante tutta la sua vita. Ha svolto attività di formazione con il CIDI, e altrettanto spesso ha fatto formazione nelle scuole in cui ha insegnato. E’ stato coautore e protagonista di progetti transnazionali di cooperazione didattica, europei e non, con particolare riguardo agli scambi e alla mobilità degli alunni delle superiori e alla formazione dei docenti.

“Questo libro contiene riflessioni sulle dinamiche che regolano gli attuali processi di insegnamento/apprendimento dei ragazzi e dei giovani, di fatto sulla relazione tra gli alunni e la scuola. Relazione in crisi, come mostrano le prospettive che si aprono con le acquisizioni più recenti delle neuroscienze, che stanno imponendo l’esigenza di una metodologia didattica, fatta di nuove modalità di insegnamento che tengano presenti le differenti caratteristiche con cui gli alunni si avvicinano oggi all’istruzione e alla formazione.
In un percorso che si snoda fra letteratura, storia, filosofia, neuroscienze, pedagogia e tutti gli apporti disciplinari che possano tornare utili per una comprensione approfondita delle problematiche in esame, l’autore si interroga sulla possibili risposte che l’istituzione scuola può dare a questi giovani caratterizzati da un pensiero immersivo, reticolare, ri-oralizzato, non proposizionale, a-testuale e tendente all’integrazione col non-verbale della corporeità (siamo dinanzi ad una nuova mente?).
Si propone quindi un fine lavoro di destrutturazione di modalità didattiche obsolete e, per il docente, la necessità di imparare a vivere nell’incertezza e di elaborare strategie partecipate e aggiornate, poiché l’autore sostiene, la scuola deve darsi una nuova identità e può farlo solo se è capace di riflettere su se stessa. Citando Cesare Pavese: “Non ci si libera di una cosa evitandola, ma solo attraversandola”.

(dalla seconda di copertina)

 

Ci salveremo dal mastrocolismo?

La questione Destra/Sinistra recentemente da me posta aveva avuto un terreno di scontro – me ignaro – nel botta e risposta tra la signora Mastrocola ed alcuni, per fortuna, dissenzienti. Ammetto peraltro che quando ancor prima postai la mia riflessione sulla famosa lettera dei 600 accademici che deploravano le competenze linguistiche (meglio: le conoscenze grammaticali) dei nostri studenti, non sapevo che l’insegnante-scrittrice fosse una delle firmatarie. Adesso lo so. Su quella lettera hanno già risposto egregiamente altri (http://www.societadilinguisticaitaliana.net/attachments/article/486/Testo%20Lo%20Duca%20lungo%20e%20firme_30marzo.pdf).

Ora ho appreso che la colpa del deficit linguistico (meglio: grammaticale) dei nostri allievi sarebbe da imputare al “donmilanismo”, categoria utilizzata dalla signora in un suo intervento di fine marzo scorso sul Sole 24 Ore. Non che Mastrocola ce l’abbia con Don Milani – che sarebbe politicamente scorrettissimo proprio di questi tempi – ma certamente ce l’ha con l’idea di scuola che al prete di Barbiana si sarebbe ispirata nell’ultimo mezzo secolo. E non si fa scrupolo di utilizzare le categorie di Destra e Sinistra sia pur per rifiutare l’etichettatura politica (di Destra) della “sua” concezione di scuola, ben nota al suo cane cui a suo tempo si degnò di raccontarla. Val la pena leggere anche quanto ben argomentato da chi le risponde. Tutto questo dibattito può tornare utile a chi insegna lingua italiana in tutti i gradi di scuola, soprattutto se assalito sensi di colpa indotti dall’asse accademico-cruscante (con la strizzatina d’occhio dei test standardizzati alla sezione “grammatica”) che non ci abbandona mai.

Non posso fare a meno, stralciando proprio dall’intervento di risposta alla Mastrocola, di riportare la genialata della voce “mastrocolismo”. Forse qualche vestale della classe media che insegna al Liceo o nella Scuola Media può riconoscersi…..

mastrocolismo s.m. tendenza dell’insegnante di liceo ad autorizzarsi attraverso un atteggiamento di severità accattivante, di passione autarchica per la materia unita a sprezzatura verso le tecniche didattiche e disprezzo verso studenti rozzi incolti e refrattari a capire e amare i testi del canone letterario e la grammatica tradizionale. Nell’insegnante della scuola di base si manifesta spesso nella tendenza a qualificarsi alzando incautamente l’asticella, ovvero anticipando contenuti complessi sottoforma di nozioni da incamerare per prepararsi al liceo. Si può incontrare anche in molti genitori ansiosi e invadenti, che chiedono alla scuola di essere rassicurati rispetto al loro sistema di attese.

L’alunno immaginario dell’Invalsi

InvalsiA rischio di farsi tacciare di ideologici, bisogna dirlo sui tetti. Qualcuno ha dato un’occhiata alla prova Invalsi di Italiano somministrata agli Esami di Stato del primo ciclo?

Qualcuno ha visto cosa deve riuscire a fare un quattordicenne italiano in 75 minuti dopo averne trascorsi altri 75 a decifrare il test di Matematica?

Se qualcuno lo ha fatto desidero confrontarmi con lui o lei che sia. Voglio chiedergli o chiederle: a chi giova tutto questo? Che conclusioni saranno tratte dai risultati? E poi voglio fare una proposta: proviamo a somministrare la stessa prova a studenti del biennio delle superiori, che ormai peraltro la disertano regolarmente? O ancora: proviamo a somministrarla ad un gruppo di docenti di Italiano del primo ciclo e vediamo cosa combinano in 75 minuti?

C’è qualcosa di disumano sotto il cielo della nostra scuola. C’è qualcosa che prima o poi qualcuno dovrà rivisitare. Si chiama delirio misurativo. Si chiama religione del risultato. Si chiama culto del punteggio e del numero. Desidero incontrare una di queste formatrici e formatori Invalsi, radunare dieci docenti di Italiano del primo ciclo e quindici studenti “bravi”. Metterci tutti attorno a un tavolo con quella roba somministrata il 16. E discutere. Discutere, approfondire, tornare forse con i piedi per terra. Togliamo questa assurdità dagli Esami del primo ciclo. Le menti più intelligenti e preparate si uniscano per ottenere questo. I sindacati. Le associazioni, dei docenti e dei dirigenti. Perché questo, o meglio la sua retroazione, e la sua presenza nei RAV, nei PDM, nei PTOF e soprattutto nell’immaginario collettivo delle scuole e delle famiglie, sta avvelenando tutti i curricoli, gli ambienti di apprendimento ed i percorsi della formazione in servizio. Qualcuno fermi il treno in corsa ed i suoi macchinisti impazziti che distaccati qua e là nelle stanze dell’apparato hanno dimenticato (o non hanno mai saputo) cos’è un quattordicenne nel terzo millennio.

Cogita aut labora

indexUn oggetto sconosciuto si fa strada tra le famiglie dei ragazzi che frequentano le scuole superiori: alternanza scuola-lavoro. In realtà da undici anni la scuola italiana l’aveva messo all’ordine del giorno (DLgs 77/2005), ma la sua realizzazione era stata limitata agli Istituti Tecnici e Professionali e solo in qualche caso ai Licei, certamente non coinvolgendo i Licei di serie A. Adesso tutti a fare alternanza scuola-lavoro. Alunni sedicenni, di tutti gli Istituti superiori, devono fare questa esperienza. Si va, accompagnati da docenti della scuola, in luoghi dove si lavora (aziende, istituti di ricerca, musei, centri accreditati) e si prova a comprendere che vuol dire lavorare. Poi in qualche modo la scuola farà valere nelle proprie valutazioni questo tipo di esperienze. 400 ore in un triennio nei Tecnici e Professionali, 200 ore nei Licei. Lo vuole sempre quella legge chiamata Buona Scuola. E’ un altro tassello. Le scuole convocano i genitori per spiegare di che si tratta. Fin qui l’informazione, per chi, tra i lettori di questo blog, fosse disinformato.

Dovremmo intervistare i defunti Croce Benedetto e Gentile Giovanni per sapere che ne pensano di un liceale che fa l’alternanza scuola-lavoro. Ne penserebbero tutto il male possibile. Tuttavia se a qualcuno in Italia è venuto in mente di alternare la scuola al lavoro nelle scuole superiori forse la responsabilità un po’ è anche loro. Nel 2002 un signore dal cognome Bertagna pose intelligentemente la questione del rapporto tra theorìa e techne nelle nostre scuole. Erano i tempi della Moratti, ed è da lì, dal pur giusto desiderio di superare questa dicotomia radicale, che provennero le prime suggestioni approdate poi nel 2005 nel famoso Decreto. Leggi il resto di questa voce