Un nuovo ente formativo: Coronavirus

La didattica a distanza è una forma di insegnamento che non prevede il rapporto ravvicinato tra chi insegna e chi impara. Quel che ha in comune con la didattica in presenza è il fatto che rimane chi insegna e rimane chi impara. Rimandando considerazioni più generali al mio precedente post, qui preme ragionare sull’accavallarsi vorticoso di discorsi, istituzionali e informali, sulla didattica a distanza provando a riportare il tema alle sue coordinate di base.

La prima domanda è: quanti sono gli attori della didattica? Si potrà fare a meno di chi insegna (che chiamerò uno), di chi impara (che chiamerò due) e di ciò che viene insegnato e imparato (che chiamerò tre)? Con tutta evidenza no. Provate a togliere uno dei tre elementi e non si può più chiamare scuola. Questo assetto di base costituisce l’essenza della didattica, e in quanto tale non può mancare sia in presenza che a distanza.

In questi giorni molti si agitano perché deve partire la didattica a distanza.

Partiamo da un passaggio della nota MIUR 279 dell’8.3.2020: “Le istituzioni scolastiche e i loro docenti stanno intraprendendo una varietà di iniziative, che vanno dalla mera trasmissione di materiali (da abbandonarsi progressivamente, in quanto non assimilabile alla didattica a distanza), alla registrazione delle lezioni, all’utilizzo di piattaforme per la didattica a distanza”. Analizziamo questa formulazione nel suo nulla pedagogico-didattico.

Trasmissione di materiali. Ovvero il caricamento in piattaforma di “cose”: testi, esercizi, mappe, linee guida. Insomma, materiali. Il nullologo ministeriale dice che questo va abbandonato progressivamente, cioé a poco a poco, in quanto “non assimilabile alla didattica a distanza”. Perché? Adesso pensiamo che ce lo spiegherà. No. Continua enumerando la registrazione delle lezioni (questa non è trasmissione di materiali?) e l’utilizzo di piattaforme per….la didattica a distanza (tautologico). Dunque: in che cosa consiste la didattica a distanza? Qual è il suo proprium? L’uso di piattaforme? Cos’è una piattaforma? É un luogo a cui accede chi insegna (uno) e chi impara (due). Che ci fanno quei due? Interagiscono. Bene. Su che cosa? Su dove trascorreranno i periodi di quarantena? Non credo. Interagiranno attorno ad un contenuto (tre) qualsiasi, come in fondo facevano in classe.

Occhio: se il contenuto è quello che il nullologo chiamava “materiale”, è evidente che bisogna abbandonarne la “trasmissione”. Bene: e allora in piattaforma che fanno chi insegna (uno), chi impara (due) e il contenuto (tre)? Se ben comprendo, bisognerebbe evitare che il contenuto sia meramente trasmesso o erogato. Ma perché questo abbandono della mera trasmissione può avvenire solo a distanza? Non dovrebbe avvenire anche in presenza? E ancora: perché se un docente liceale non è in grado se non di essere trasmissivo in presenza dovrebbe improvvisamente diventare costruttivista a distanza?

Si risponderà: perché c’è l’emergenza. Un minuto di silenzio. Chi per venti o trent’anni ha ritenuto di dovere entrare in classe in un certo modo, dopo decenni di formazione più o meno occasionale, adesso sol per la diffusione di un virus si inventerebbe un nuovo modo di trasformare gli oggetti di insegnamento in occasioni di apprendimento? Potrebbe alzare la mano chi pensa questo? Sono pronto a offrirgli una cena naturalmente in un locale vuoto e a cinque metri di distanza.

PS Qualcuno (che già si é esibito) potrebbe ritenere che io sia contro la didattica a distanza. O che voglia lasciare inattivi gli studenti. Né l’uno né l’altro. Mi guardo soltanto dalla banalità pedagogica. Quella contagia assai. 

Informazioni su Muraglia

Insegnante, blogger di servizio

Pubblicato il marzo 9, 2020, in Educazione e scuola con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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