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Fare gli insegnanti in Sicilia

Questo articolo di Concita Di Gregorio, che leggete sotto, mi mette addosso profonda tristezza per essere un insegnante di questa regione, dove può accadere quello che é accaduto. Vorrei che riflettessimo tutti noi, insegnanti siciliani, su quello che é successo e su quello che può succedere ancora se le istituzioni scolastiche locali – piuttosto che alzare lo sbarramento a nostra difesa – ci osservano con lo sguardo col quale é stata osservata la collega Dell’Aria. Invito soprattutto gli amici di tutti i sindacati e di tutte le associazioni (dei dirigenti, dei docenti, delle famiglie, degli studenti) ad essere davvero capaci di neutralizzare questa inquietante possibilità inquisitiva. Ma anche le colleghe e i colleghi che hanno una qualche parte ai piani alti della scuola siciliana – ex docenti ed ex dirigenti – e che trascorrono le giornate ad occuparsi del mitico Sistema, di ricordarsi del tempo in cui anche loro hanno vissuto la trincea dei banchi di scuola ed il profumo della libertà. Il vero Sistema é il sistema della libertà e della democrazia. Tutto il resto, senza democrazia e libertà, diventa banale chiacchiera tecnocratica che serve soltanto a giustificare l’esistenza degli Apparati misurativi e valutativi. Alzino la testa anche loro, e si uniscano a tutti noi, se lo ritengono opportuno. Pagando i prezzi che serve pagare e che, dato il clima, é verosimile che si paghino, in questo momento così buio per tutti.

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LA REPUBBLICA 18.5.2019

E allora sospendeteci tutti

di Concita De Gregorio

Allora sospendeteci tutti. Così mi scrivono decine di insegnanti, oggi – le tanto dileggiate «insegnanti democratiche» che per due soldi mandano avanti la scuola, fronteggiano la povertà del tempo, educano i nostri figli, spesso prese a botte dai figli medesimi o dai loro genitori e che in definitiva sono l’unica risorsa su cui un Paese che abbia a cuore se stesso dovrebbe investire. Se non possiamo insegnare la storia, dicono, se quando lo facciamo – fuori dai nuovi modernissimi e lungimiranti programmi ministeriali – corriamo il rischio, effettivamente lo corriamo, che i ragazzi la imparino e che poi addirittura la mettano in relazione con la loro vita, con le notizie del giorno che arrivano sui loro schermi, e che addirittura si azzardino a confrontare, a ragionare, a dire: guarda, questo somiglia a quello.

Ecco: se avete sospeso Rosa Maria Dell’Aria, 63 anni, insegnante di italiano da quaranta – trenta dei quali spesi all’istituto tecnico Vittorio Emanuele Terzo di Palermo – allora sospendeteci tutti.

Mandate la Digos in tutte le scuole, come avete fatto a Palermo. Controllate i registri, fatevi mostrare i compiti in classe. E se trovate un tema che accosti il passato al presente esponetelo alla pubblica gogna, individuate l’insegnante che ha «omesso il controllo» sulle intelligenze e impeditegli di tornare in classe, tagliategli lo stipendio.

Anzi, si augura la sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, bisogna che costui sia «cacciato con ignominia e interdetto a vita dall’insegnamento. Ho già avvisato chi di dovere». Attenzione alle parole. Cacciare con ignominia, modalità umiliante del cacciare, e interdizione a vita, ergastolo. Chi di dovere (cioè chi?) è pronto all’azione – sorride la sottosegretaria leghista come sorrideva quando disse, 2 luglio 2018, a un mese dall’insediamento al ministero: «Non leggo un libro da tre anni». Così si fa, se vuoi governare il Paese. In specie se governi la Cultura.

È la più buia e sinistra delle “notizie del giorno”, questa che vede un ufficio scolastico provinciale intervenire con un’istruttoria in una scuola – interrogatori, verbali – e punire la docente i cui studenti hanno realizzato un lavoro che mette in relazione le leggi razziali del ’38 con il decreto sicurezza del 2019. Rastrellamenti, deportazioni, sgomberi.

Allora come oggi. Le quote di ebrei in fuga da accogliere (conferenza di Evian del ’38) e le quote di migranti da “assorbire” (Vertice di Innsbruck del 2018). Che altro deve fare la scuola, o d’ora in avanti lo indica la Digos?

Sono quotidiani gli alert su Fb – i balconi, gli stand, gli striscioni alle finestre –gli elefanti rosa che ogni giorno invadono il dibattito pubblico al quale, come in una leva obbligatoria, siamo tutti costretti a prendere parte pena l’accusa di omertà, reticenza, il sospetto di connivenza silenziosa con l’uno o con l’altro. Vota, metti like, scrivi un post. Forme di distrazione di massa, certo. Quel che davvero conta accade dove non si vede, è vero. Chi governa, specie se non governa, ti vuole impegnato altrove. L’indignazione permanente si scarica d’effetto, diventa un rumore di fondo: bene così. Però attenzione, ci sono momenti in cui il sistema di propaganda sbaglia mira e il giocattolo del giorno rivela la sostanza. La scuola ad esempio. Le mani sulla scuola. A poter studiare ancora la storia ci sarebbero precedenti da ricordare. Il giuramento dei maestri elementari del ’29. Quello richiesto ai professori universitari, nel ’31. Chi non giura sia radiato a vita, cacciato con ignominia. Vale la pena guardarla negli occhi e ascoltarla, la professoressa Rosa Maria dall’Aria. Andrà in pensione l’anno prossimo. Dice: «Ho dedicato tutta la vita alla scuola. Sono amareggiata, ferita. È come se il mio lavoro non fosse un lavoro». Non è solo cosa dice, è come lo dice. Le mani giunte, l’umiliazione. Ma come si è arrivati a questo?

Un tweet. Tutto nasce dal tweet di un’attivista di destra (si definisce sovranista, vive a Monza, chissà se è una persona o un algoritmo) che si rivolge al Miur. Scrive che «la prof ha obbligato i quattordicenni a dire che Salvini è come Hitler».

Si vede che il Miur monitora i profili Twitter di noi tutti, nelle pause del lavoro indefesso di ripristino dell’edilizia scolastica, di approvvigionamento delle dotazioni davvero indispensabili nei bagni, nelle palestre e nelle aule, di aggiornamento dei programmi scolastici e dei docenti.

Insomma il Miur avvia l’indagine sulla base del tweet e chiede l’intervento dell’ufficio provinciale, che si attiva. I ragazzi della seconda E indirizzo informatico hanno fatto un lavoro di gruppo – power point, da proiettare in aula magna – in occasione delle giornate della Memoria e del Migrante.

Mettono in relazione le leggi razziali e il decreto sicurezza: immagini a confronto, dati, osservazioni coerenti e pertinenti. In due occasioni, essendo egli ministro dell’interno in carica, si vede nelle immagini Salvini. Mi scrive Maria Morelli, insegnante di Lettere al liceo Parini di Seregno. «Ho da qualche giorno raccolto l’invito del mio preside ad accompagnare 26 studenti a una conferenza organizzata dalla Cisl di Monza-Brianza dal titolo: Il diritto contro i diritti. 1938-2019, sottotitolo: Scusate se non siamo affogati.

La conferenza è programmata per il 24 maggio, ma già dalla presentazione degli interventi (ricercabile facilmente su internet) appare chiarissimo l’accostamento delle leggi razziali del 1938 con il decreto sicurezza». Presto.

Anche alla Cisl Monza-Brianza bisogna mandare la Digos.

La ragione per cui Rosa Maria dell’Aria è stata sospesa è «omesso controllo». Tuttavia la legge sull’attività di controllo degli insegnanti fa riferimento all’incolumità fisica degli studenti, non al lavoro didattico – naturalmente e ancora fino ad oggi. Si potrebbe in alternativa lamentare che la prof abbia fatto propaganda politica in classe, ma non è neppure questo il caso. «Ho sempre rispettato le opinioni di tutti, il libero pensiero: è questa la finalità di un insegnante», ha detto accorata: «Non ho mai avuto alcuna intenzione di fare politica». Aggiunge Alessandro Turi, studente rappresentante di istituto: «La professoressa Dell’Aria si è limitata a fare una lezione sul fascismo e sull’Olocausto.

Sono stati gli studenti a realizzare il video e ad accostare le leggi razziali e il decreto sicurezza del ministro Salvini, esprimendo una loro personale e legittima opinione». La prof ha fatto il suo lavoro, i ragazzi il loro compito. Molto bene entrambi, aggiungo di mio. Lo chiedo ai garanti della Costituzione, al presidente Mattarella. Non è questa la funzione della scuola? I docenti sono la colonna vertebrale del paese: quante volte lo abbiamo sentito dire nelle alte stanze? Siamo nelle mani degli insegnanti democratici. Non smettiamo di ringraziarli neppure un minuto per il tanto che fanno per così poco. Se ne sospendete uno, per queste ragioni. Allora sospendeteci tutti.

 

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Continueremo a volare basso?

Da tempo denuncio la carenza di dibattito pubblico sui temi dell’educazione e dell’istruzione. Paradossalmente fece più parlare di scuola la (brutta) legge sulla Buona Scuola. Oggi è calato il buio sui temi forti. Gli unici linguaggi sembrano il politichese delle ordinanze ministeriali ed il sindacalese della maggior parte dei siti, che giustamente per reclutare lettori devono solleticare l’impiegato che è in ogni insegnante. E poi cronache occasionali: manifestazioni ecologiste e alunni beccati con spinelli. La formazione, che dovrebbe aiutare tutti a mettere a fuoco i fondamentali dell’insegnamento, è il grande bluff: obbligatoria, strutturale e permanente, dissero: 2015. Ma c’è una piattaforma, Sofia, strapiena di cose e cosacce che nessuno controlla ed il popolo dei docenti che ormai ha mangiato la foglia e ha capito che di obbligatorio non c’è proprio nulla. I Dirigenti che dovrebbero presidiare il cosiddetto obbligo, si sa, hanno quasi sempre “impegni istituzionali”. Chiamano qualche esperto ogni tanto e poi si rassegnano al grigiore. Gli Ambiti territoriali fanno la formazione ad anno scolastico quasi concluso e con i formatori che vogliono adattarsi a cifre (con tutto il rispetto) da colf. Alla politica: dimmi quanto paghi i formatori e ti dirò che pensi della formazione.

Ma la resistenza umana ci tocca, e questo blog cerca pervicacemente di stare in prima linea.

Per questo mi permetto di suggerire alle colleghe e ai colleghi più sensibili un kit di autoconsapevolezza dal titolo: Tra saperi, competenze e democrazia oltre la tecnocrazia delle misurazioni: c’è spazio per un nuovo umanesimo professionale? Mi faccio guidare in questo piccolo viaggio da tre Virgilio: Umberto Galimberti, Enrico Bottero e Philippe Meirieu. So di sfidare la tendenza, che ormai prende anche i miei coetanei, tutti indaffaratissimi, alla lettura breve. Questa è invece scientemente una lettura che prende tempo, che chiede riflessione, che chiede rivisitazione delle proprie ragioni professionali profonde. Una lettura che pretende di essere (auto)formativa. Con evidenziatore e matita. E che chiede agli enti, che di formazione si occupano, di alzare le antenne oltre il Digitale, il BES, gli Esami di Stato, l’Alternanza, il Miglioramento, l’Invalsi e altra materia più o meno effimera che costituirebbe le “priorità” 2016-2019 (a proposito, triennio concluso: cosa è successo?).

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Percorso in tre tappe.

Prima tappa: la cultura umanistica. Serve ancora una cultura umanistica? Galimberti è sempre utile, soprattutto quando permette di ragionare sul suo lessico: educazione, istruzione, formazione, competenze, prestazioni. Denuncia la presunta scomparsa della cultura umanistica a favore delle “molte competenze”. Poi però, con la solita ambiguità del termine, l’alunno dovrebbe fare i conti con “quella competenza che la cultura umanistica offre”: è la competenza emotiva. Aggiungo: quella creativa, come evidenzia questo bel documento.

Seconda tappa: le competenze che servono e la tecnocrazia. Meirieu e Bottero discutono di apprendimento. Dialogo sapiente, istruttivo, che fa giustizia sull’equivoco legato alle competenze. Da leggere e rileggere, anche più di una volta. Bottero da tempo fa obiezione di coscienza verso la lingua tecnocratica che ha invaso le nostre scuole. La sua alleanza con Meirieu è quanto di più prezioso io abbia visto ultimamente per la scuola.

Terza tappa: perle sull’apprendimento. Un concentrato di sapienza è nel libro di Meirieu edito nel 2011 in francia, nel 2015 qui da noi: Fare la Scuola, fare scuola. Francoangeli. Cartaceo. Un buon modo di utilizzare la Carta del docente.

Per invogliare alla lettura dei contributi proposti propongo qui brevi stralci di ciascuno di essi:

Galimberti: “L’educazione a sfondo umanistico non è necessariamente il rimedio al disagio giovanile, ma è senz’altro un aiuto perché questo disagio non diventi parossistico e non si traduca, se non in tragedia, in quei percorsi a rischio che spesso i giovani imboccano perché non hanno alcuna consapevolezza di sé e non intendono assaporare quotidianamente la loro insignificanza sociale”

Bottero: “Misurare le competenze raggiunte dagli allievi servirebbe a valutare i loro risultati. Volendo ‘misurare’, la competenza potrebbe snaturarsi e ridursi ad una semplice performance. Questo sospetto è avvalorato dal fatto che il concetto di competenza, come la pedagogia per obiettivi, è entrato nella scuola sotto la spinta del mondo dell’impresa”

“La scuola pubblica non ha il compito di far emergere i migliori  ma di far crescere le conoscenze di tutti. Essa è il luogo principale in cui si promuove l’apprendimento generale operando così per la riduzione delle disuguaglianze”.

Meirieu: “I saperi generalmente trasmessi a scuola non hanno nulla a che fare con i saperi scientifici. Sono saperi proposizionali, cioè un insieme di saperi espressi attraverso semplici contenuti, in molti casi privi di significato per l’allievo. Il loro contenitore simbolico è il manuale scolastico”.

Le parole di un (vero) maestro

Franco Lorenzoni ha inviato una lettera aperta agli insegnanti.

Da mettere sul comodino.

La contemporaneità oscura

Questo articolo della politologa Sofia Ventura ricostruisce le vicende della politica italiana dell’ultimo quarto di secolo. Lo fa utilizzando alcune parole quali “populismo”, “antipolitica”, “rottamazione”, “corruzione” che  costituiscono l’ossatura di un discorso sulla contemporaneità politica. I documenti sulla scuola risuonano pomposamente di altre parole quali “cittadinanza”, “Costituzione”, “partecipazione”, “identità”. Leggendo questo articolo moltissimi insegnanti, da me stimolati, mi hanno confidato il loro scetticismo non tanto sulla possibilità che la nostra storia più recente possa essere oggetto di discussione in classe, quanto sulla possibilità che la stessa storia sia addirittura conosciuta dai docenti delle nostre scuole.

E in realtà il sospetto é forte, a giudicare dalla chiacchiera frivola che spesso é dato ascoltare nelle sale professori e dalle competenze dei nostri ragazzi sull’ultimo quarto di secolo della nostra storia.

I nostri esami di Stato si attorcigliano tra fascismi, nazismi e guerre mondiali. Al più discutono di guerra fredda. Il resto é oscuro. E ogni generazione di insegnanti continua a sottrarre alla generazione di alunni che le tocca le vicende che essa stessa o non comprende o non ha vissuto. Alla faccia della cittadinanza.

Anno 3 post 107: vi piace questa formazione dei docenti?

Giancarlo Cerini alcuni giorni fa ci ha illustrato lo stato dell’arte in materia di formazione obbligatoria. Arrivano nuovi soldi dal MIUR.  In alcuni passaggi della sua riflessione egli fa cenno ad un problema importante. Ma è solo un cenno. Che qui voglio sviluppare.

Il MIUR per la formazione obbligatoria prevista dalla Legge 107 ha scelto la strada delle Reti di ambito. Pertanto i soldi arrivano alle scuole capo-fila. Che invitano le altre scuole a fare aderire i loro docenti alle unità formative concordate in rete. Poi fanno i bandi per gli esperti con tariffa euro 41,32 lordi orari. Da ventidue anni sempre uguale.

Ho voluto partecipare a questo genere di bandi e sono risultato tra i formatori in questo primo esperimento. Annoto qui alcune considerazioni di ordine generale che prescindono dalla specifica organizzazione messa in campo dall’Ambito cui ho partecipato.  Esse partono dalla messa a tema di un dato: le unità formative sono seguite da docenti di scuole diverse. In qualche occasione anche di scuole del primo e secondo ciclo.  Dunque gruppi alquanto arlecchini come composizione. Leggi il resto di questa voce

Anno 3 post-107: dirigenti e insegnanti ai ferri corti?

I rapporti tra i dirigenti scolastici e gli insegnanti non sono mai stati semplici. La Legge 107 dal mio punto di vista li ha complicati. I rumors sui contratti segnalano aumenti consistenti per i DS e briciole per i docenti.  Segno evidente dei tempi centosetteschi. Il “formatore” – così si dice – che è in me e che incontra docenti quotidianamente percepisce chiaramente la tensione attuale di questo rapporto gerarchico. E non é il solo.

Val la pena pertanto di socializzare qualche considerazione e lanciare qualche pro-vocazione. Leggi il resto di questa voce

Un libro serio e importante

Ci sono autori pressoché sconosciuti. Ma che sanno parlare di studenti, di saperi e di insegnamento. Uno di questi é un collega prematuramente scomparso nel 2011: Enrico Cozzolino. Chi lo ha conosciuto, a Napoli, mi ha messo nelle mani uno dei libri più utili e intelligenti che abbia fin qui letto sulle cose scolastiche. Edito (postumo, 2013) da Marotta e Cafiero si intitola NuovaMente. Ritengo un dovere morale pubblicizzarlo.

Enrico Cozzolino (1958-2011) è stato insegnante di Lingua e Letteratura Inglese prima nelle scuole medie e successivamente alle superiori. Il suo impegno si è svolto nel campo della didattica concreta di tutti giorni, a stretto contatto con il lavoro d’aula, e supportato da un’attività di ricerca e di studio costante durante tutta la sua vita. Ha svolto attività di formazione con il CIDI, e altrettanto spesso ha fatto formazione nelle scuole in cui ha insegnato. E’ stato coautore e protagonista di progetti transnazionali di cooperazione didattica, europei e non, con particolare riguardo agli scambi e alla mobilità degli alunni delle superiori e alla formazione dei docenti.

“Questo libro contiene riflessioni sulle dinamiche che regolano gli attuali processi di insegnamento/apprendimento dei ragazzi e dei giovani, di fatto sulla relazione tra gli alunni e la scuola. Relazione in crisi, come mostrano le prospettive che si aprono con le acquisizioni più recenti delle neuroscienze, che stanno imponendo l’esigenza di una metodologia didattica, fatta di nuove modalità di insegnamento che tengano presenti le differenti caratteristiche con cui gli alunni si avvicinano oggi all’istruzione e alla formazione.
In un percorso che si snoda fra letteratura, storia, filosofia, neuroscienze, pedagogia e tutti gli apporti disciplinari che possano tornare utili per una comprensione approfondita delle problematiche in esame, l’autore si interroga sulla possibili risposte che l’istituzione scuola può dare a questi giovani caratterizzati da un pensiero immersivo, reticolare, ri-oralizzato, non proposizionale, a-testuale e tendente all’integrazione col non-verbale della corporeità (siamo dinanzi ad una nuova mente?).
Si propone quindi un fine lavoro di destrutturazione di modalità didattiche obsolete e, per il docente, la necessità di imparare a vivere nell’incertezza e di elaborare strategie partecipate e aggiornate, poiché l’autore sostiene, la scuola deve darsi una nuova identità e può farlo solo se è capace di riflettere su se stessa. Citando Cesare Pavese: “Non ci si libera di una cosa evitandola, ma solo attraversandola”.

(dalla seconda di copertina)

 

Se le competenze non le volete ditelo chiaro

Le deleghe sulla Buona Scuola sono approdate. Sul tema della valutazione nel primo ciclo c’era l’occasione d’oro. Mandare in soffitta i voti numerici e cominciare a fare sul serio. Invece ha vinto, ancora una volta, l’incompetenza. L’incoerenza. La sciatteria pedagogica. Hanno lasciato i voti nel primo ciclo, anziché toglierli come avevano annunciato. Quindi hanno gettato la maschera. Non vogliono le competenze. Il trucco è svelato. Ed è bene dirlo a chiare lettere. Chi continua a volere dagli insegnanti i voti numerici non è vero che non ha capito nulla di competenze. Semplicemente non le vuole. La politica italiana non vuole le competenze, perché le competenze sono scomode.

Sono inclusive, le puoi trovare in ogni alunno.

Sono anti-competitive, non creano graduatorie.

Sono costruttive, non riproducono nozioni.

Sono qualitative, rendono le conoscenze significative e profonde.

Per questo la politica non le vuole. Perché se le volesse avrebbe dovuto cacciar via i voti e far diventare quindi la formazione una cosa veramente seria, perché per lavorare alle competenze occorre modificare in profondità i paradigmi pedagogici degli insegnanti italiani e studiare, riflettere, ricercare, sperimentare. E invece la formazione deve fare in fretta perché quel che conta non è farla ma rendicontarla. Per dichiarare che si è fatta. E potere mettere in graduatoria i Dirigenti che l’hanno fatta. E potere incassare gli attestati dei docenti che l’hanno fatta. L’efficienza della formazione. La burocrazia della formazione. Che ben si concilia con la palese volontà di NON condurre gli alunni italiani verso apprendimenti competenti. Cioè intelligenti. Cioè profondi. Così è più facile credere alla bufala che le prove Invalsi constaterebbero le competenze degli studenti, quando è palesemente vero che non è così. Perché le competenze si vedono attraverso compiti e non attraverso prove. Ma la pervicacia parlamentare che induce a mantenere il virus del voto numerico – principale ostacolo alla valutazione per competenze – mostra chiaramente che al Parlamento e al Governo italiano delle competenze non interessa nulla. Di quelle degli allievi e di quelle degli insegnanti.

Miracoli del gelmi-renzismo pedagogico.