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Tanto belli quanto inutili

Alcuni anni fa ci provò Recalcati, col suo erotico “L’ora di lezione”. Grande successo. L’uomo sa scrivere. Quest’anno ci ha rimesso mano Zagrebelsky, col suo “La lezione”. Entrambi, of course, non sono insegnanti di scuola. Nel suo, l’insigne giurista esemplifica sempre pensando ai suoi studenti universitari. Anche il suo libro si fa apprezzare. Scritto bene, con passione e cultura. Sono libri che contengono cose belle, ma è difficile che a leggerli sia il lettore implicito da essi presupposto, cioè chi fa tutt’altro in classe. Chi non fa per niente le cose scritte in quei due libri non ha motivo di leggerli, e se li leggesse non saprebbe di che parlano. Quindi sono libri sostanzialmente inutili, perché confermativi presso coloro che poi realmente li leggono. Cioè sono esteticamente utili, ma non spostano una virgola.

Non spostano una virgola perché non mutano il dosaggio tra chi cerca di rendere la lezione un evento della mente, o dantescamente dell’emozione intellettuale se si vuole, e chi, pur volendo fare lo stesso, non sa farlo, o se sa farlo non lo fa perché il burocrate che è in lei o in lui prevale. Questa seconda antropologia docente è quella più diffusa, e pertanto la referente principe delle sparate ministeriali. Asfaltata dal sistema tecnocratico che assume la veste del concorso a cattedra quizzologico e nozionistico, di qualche dirigente ansiogeno più realista del re, del registro elettronico idiota che propone mezzi e quarti di voto, di famiglie legate a ricordi da libro Cuore che sfornano ulteriori banalità da bar quando discutono di scuola, di una cultura valutativa demenziale tutta intrisa di medie e percentuali in cui sguazzano gli illusi dell’ossimorica valutazione oggettiva e del migliorabile-solo-ciò-che-è-misurabile.

Sono libri che presuppongono che chi va in classe sia una donna libera o un uomo libero. Merce rara. Ma quando accade tutto è lezione, come provai qualche anno fa a raccontare qui, con ben più scarsa tiratura.

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Valentina Chinnici guida il CIDI nazionale

Ieri a Roma Valentina Chinnici, in sede di coordinamento nazionale, è stata eletta presidente nazionale del CIDI. La circostanza va solennizzata per tanti motivi. Primo, perché avere una nuova presidente per il CIDI vuol dire continuare una storia che data mezzo secolo. Secondo, perché a raggiungere il traguardo è una docente siciliana. Terzo, perché sul piano personale rappresenta la soddisfazione di aver visto giusto tanti anni fa.

Il CIDI da cinquant’anni è una presenza riflessiva e critica importante nella scuola italiana. Come tutte le associazioni negli ultimi anni ha patito la decurtazione di risorse e di sostegno da parte di un’amministrazione che ha sempre meno interesse alla vitalità degli organismi che propongono pensiero e ricerca. Oggi è molto difficile l’esistenza dell’associazionismo professionale, che è chiamato anche a rinnovare i propri quadri.

Valentina ha un compito non facile, ma è in grado di sostenere la sfida. Per quel che può contare, a me, da semplice iscritto all’associazione, pare che l’agenda-Chinnici possa contenere alcune priorità ineludibili:

Mantenere e rinvigorire il ruolo di coscienza critica del CIDI nei confronti dei decisori politici, con indipendenza;

Rilanciare il CIDI come spazio di pensiero e di ricerca nelle scuole, fuori da logiche burocratiche e impiegatizie;

Costruire una fitta rete di sinergie tra i CIDI di tutta Italia, adottando le più avanzate strategie di comunicazione.

Un mondo di auguri!

50 anni di CIDI. L’evento di Roma del 18 ottobre

Panebianco, lasci perdere gli incisi

Sul Corriere di oggi, Angelo Panebianco ragiona di politica, ma poi non resiste alla tentazione dell’Inciso. Per inciso, siccome gli urge nelle viscere, deve esprimere i seguenti concetti:

Primo. Gli studenti, ma forse anche i docenti, sono capitale umano (detto due volte). La parola capitale vuol dire che se si investe su di loro, per esempio aumentando gli stipendi ai docenti, devono produrre.

Secondo. Non sono creatori di capitale umano, e quindi non lo sono essi stessi, e quindi vanno cacciati, i docenti che calpestano (“mettono sotto i piedi”) l’etica professionale.

Terzo. I docenti calpestano l’etica professionale quando, regalando (concetto valutativo di regalare) voti e diplomi ai non meritevoli, sono perseguibili addirittura per falso in atto pubblico. Aiuto, sento tintinnio di manette.

Quarto. I docenti che promuovono producono il falso, che tale risulta perché l’Invalsi produce INEQUIVOCABILMENTE il vero. Cioè, se lo dice Invalsi che Angelino o Paola (nomi di fantasia casuali) sono scarsi, non ci sono equivoci possibili. Sono scarsi. E chi dà loro la sufficienza va cacciato o addirittura arrestato.

Egregio Panebianco, per essere un inciso la vedo alquanto violento nei toni. Prima, insieme col suo sodale Della Loggia, lo vedevo alquanto dilettantesco nel parlare di scuola. Adesso lo vedo anche piuttosto feroce. La ferocia la consegno alla lettura di coloro che hanno la possibilità di scavare nel suo vissuto scolastico. Nel merito, le suggerirei di levare le chiappe dalla scrivania e consultarsi con chi di scuola, di educazione, di storia della scuola se ne intende. Lo faccia, Panebianco. Oppure se non ne ha voglia non faccia incisi. Si limiti alla politica e non ci appesti con le sue fregnacce.

Il gioco delle tre didattiche

LIVELLIDIP*DIMDAD
RELAZIONI PERSONALI210
COMUNICAZIONE ORALE211
COMUNICAZIONE SCRITTA221
QUALITA’ E DURATA SPIEGAZIONI DOCENTE211
PSICOFISICO STUDENTI210
PSICOFISICO DOCENTE211
COOPERAZIONE STUDENTI210
DIBATTITO IN CLASSE211
UTILIZZO DIGITALE122
INNOVAZIONE DIDATTICA112
INCLUSIONE SVANTAGGI210
SICUREZZA CONTAGIO212
TOTALE22/2414/2411/24

*Si intende in assenza di pandemia

Legenda:

2 – Buono / 1 – Sufficiente / 0 – Scarso

DIP – Didattica in Presenza

DIM – Didattica in Mascherina

DAD – Didattica a Distanza

VALUTAZIONE

Nel raffronto tra le didattiche mi appare nettamente preferibile la Didattica in Presenza in condizioni normali, senza distanziamenti e mascherine, che in questa fase è impossibile. Nel raffronto tra le due altre didattiche oggi possibili, cioè la DIM e la DAD, l’esperienza condensata nella tabella mi porta a ritenere che la Didattica in Mascherina superi la Didattica a Distanza di una misura nettamente inferiore a quanto invece la separa dalla Didattica in Presenza. Il che porta a ritenere che, con l’aumento del rischio e con una decisa disponibilità a mettere da parte ossessioni valutative e fissazioni enciclopediche, per periodi circoscritti la DAD sia preferibile alla DIM. Anche per fare rientrare sia pur temporaneamente nella didattica il sorriso, che per alcuni docenti è inessenziale perché non sanno ridere e non hanno motivi per ridere e soprattutto far ridere.

Per eventuali approfondimenti sulla Didattica in Mascherina rimando al mio intervento sulla rivista del CIDI Insegnare.

A chi la racconterete?

LA REPUBBLICA ED. DI PALERMO DEL 31.7.2021

Boccate di ossigeno

Merita di essere letto questo intervento di Cesare Moreno apparso sul Corriere di Mezzogiorno. Capace di andare all’essenziale.

Un intervento di Cesare Moreno

Tree in the field

Alla ricerca del tempo perduto

La sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa, raccogliendo l‘intenzione di tutte le Regioni eccetto l’Emilia Romagna, dice: «Non credo ci saranno aperture prima di Natale, la scuola aperta a spot serve solo a creare vampate di contagi». La sottosegretaria avanza la questione recuperi delle ore perdute: «Anche una buona Dad non è paragonabile alle lezioni in presenza». Il presidente Cirio è al lavoro con l’Ufficio scolastico del Piemonte «per rimodulare il calendario scolastico dell’anno in corso e recuperare dalla primavera». Immagina di tagliare giorni di vacanza dalle festività di Carnevale, Pasqua, 25 aprile e Primo Maggio. Mario Rusconi, Associazione nazionale presidi del Lazio: «Diversi studenti si manterranno in contatto con i docenti sotto Natale». La Uil: «Si può allungare fino a luglio»

(La Repubblica 1.12.2020)

Sembrano tutti serissimi. La sottosegretaria che fa i confronti, il presidente che taglia le vacanze, il preside che vuole mantenuti i contatti a natale e il sindacalista che vuole far lavorare sotto l’ombrellone.

L’appello di cui nel precedente post – che tratta la questione sul piano strettamente didattico/educativo – fa allora parte di un paesaggio generale in cui si fa sempre più forte il rumore di fondo del recupero. Le ore “perdute” nella didattica a distanza, quando l’orario delle lezioni è stato ridotto, vanno recuperate. Da chi? Difficile che debbano essere recuperate dagli stessi ragazzi per la cui salvaguardia l’orario delle lezioni è stato decurtato. Sarebbe davvero un rientro dalla finestra di quel sovraccarico cognitivo che sapientemente era stato (parzialmente) fatto uscire dalla porta. Cosa andrebbe recuperato allora? Con tutta evidenza un mucchietto di ore “non svolte” dai docenti, e a questo punto si dovrebbe capire in che modo, se non con i ragazzi, i docenti dovrebbero recuperarle.

La discussione, già grottesca sul piano didattico-educativo, lo è se possibile ancor di più sul piano professionale. La burocrazia ha i suoi diritti, ovviamente perché si basa sull’esplicito e non si occupa invece di implicito. I docenti hanno lavorato dieci volte di più, e questo è sotto gli occhi di tutti. Basterebbe consultare le loro famiglie per rendersi conto che, tra ore trascorse a preparare percorsi e materiali, ad addestrarsi all’uso di piattaforme o in chat fino a tarda sera a discutere sul da farsi, gli insegnanti dovrebbero vantare un credito gigantesco nei confronti della burocrazia statale piuttosto che sentirsi raccontare pateticamente la favola delle ore da recuperare. La stessa ministra che passa il suo tempo a scrivere lettere di ringraziamento per l’enorme-lavoro-svolto-dai-docenti-bla-bla non sembra occuparsi di questa materia, che lascerà ai suoi burocrati. Lo stesso Rusconi dichiara candidamente che diversi studenti saranno in contatto con i docenti a natale. Bella novità. Rusconi si occupa di scuola o di scacchi? Insomma, tutti ringraziano (verbo che incorpora la parola gratis) e poi passano alla cassa.

Non c’è occasione in cui non si ripresenti il colossale equivoco del lavoro dei docenti. In tempi in cui si autocertifica di dovere andare qua o là, pare impossibile autocertificare che nel giorno tal dei tali dalle ore 16 alle ore 20 (o alle 23 talora) si è lavorato a questo o a quell’altro, perché questo lavoro, con retorica stucchevole, risulta essere “fuori dall’orario di servizio”. Solo che occorrerebbe capire come funzionerebbe la macchina scuola se tale sommerso non ci fosse. Per la burocrazia invece il Servizio è quella firmetta su registro elettronico che indica che stai facendo l’impiegato dalle ore 8,30 alle ore 9,30, prescindendo ovviamente dalla qualità di quel che stai facendo. Pertanto la chiusura (storica) di tutti e due gli occhi sulla qualità determina la vigilanza occhiuta sulla quantità.  Alla faccia della professione docente. Chiamatela impiego docente. Almeno la coerenza.

Se ne uscirà mai? Rattristano e sconcertano anche le dichiarazioni di qualche sigla sindacale che propone di prolungare l’anno scolastico fino a luglio, perché si sa che gli insegnanti in estate non lavorano e se devono recuperare che lo facciano in estate. Se no finisce che non lavorano mai. C’era una volta il sindacato che sosteneva le ragioni dei docenti e si dissociava dal senso comune.

La frutta è servita. 

PS. Cara sottosegretaria, una buona DAD è sempre preferibile ad una pessima didattica in presenza. Si documenti oppure si occupi di Salute.

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