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Gli intellettuali e gli impiegati All-in-One

Taccuino di esperto itinerante

Non sono un formatore. Perché non do forma a nessuno. Le colleghe e i colleghi che incontro ogni giorno nelle varie città e paesi hanno già la loro forma. Forse più bella della mia. Io sono invece un esperto. Latinamente: experior, experiri: “provare”. Poiché ci provo, ad insegnare s’intende, allora sono un esperto, e come tale posso raccontare il mio provare e riprovare. Se questo risulta “formativo” accetto la qualifica di formatore che sta nelle carte.

Ma c’è un problema, talvolta. Tra coloro che incontro, ci sono gli “esperti” come me, quelli che ci provano, che ci pensano, che ci soffrono magari, e poi ci sono quelli che…. come spiegare come sono quegli altri? Impiegati. Sì, mi appaiono come impiegati. Quelli che “mi dicono di fare…”, “c’è scritto che si deve fare…”, “poi viene quello e ti dice di fare….”. Quelli della Direttiva e della Circolare. Quelli del Dirigente. E della Famiglia. E del Registro Elettronico. E dell’Invalsi (vero tumore maligno della motivazione professionale di tanti piccoli docenti). Oppure quelli di quei Sindacati che sostengono i diritti degli impiegati, per i quali la scuola è principalmente….un posto di lavoro prima o piuttosto che un posto di pensiero.

Ma chi è davvero l’insegnante? Un intellettuale o un impiegato? Che significa dire che è un “lavoratore della conoscenza”, dove non si capisce se prevale il lavoratore o l’intellettuale? Leggi il resto di questa voce

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Il rebus del bonus

RepubblicaLa Repubblica ed. Palermo

22 giugno 2016

Maurizio Muraglia

L’inchiesta di Repubblica tra alcune scuole palermitane sulla questione del bonus di merito ai docenti richiede un approfondimento. Quando una legge è avversata dalla quasi totalità dei suoi destinatari, qualcosa non quadra. E non regge il luogo comune dell’idiosincrasia dei docenti verso qualsiasi forma di valutazione per il semplice fatto che non è vera. Questo dispositivo di legge con la valutazione, intesa seriamente, ha scarsi nessi. Una valutazione seria, a mio modo di vedere, sa distinguere tra merito ed eccellenza e, soprattutto, non confonde merito con normale deontologia. Quest’ultimo è il punto-chiave. Gli insegnanti dal punto di vista economico se la passano male. E il legislatore lo sa bene. Non solo, ma sa anche che la scarsa retribuzione dei docenti è determinata dall’egualitarismo che fa convivere raffinatissimi intellettuali e gente che dovrebbe essere messa alla porta domattina. Inutile aggiungere che la presenza di questi estremi è ben nota all’interno delle comunità professionali che vanno alla ricerca dei dati “obiettivi”. Leggi il resto di questa voce

Un pomeriggio con Giancarlo Cerini

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Un’occasione per discutere

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Che farne del bonus

Preliminari
Se gli investimenti sul funzionamento delle scuole fossero stati più massicci ed i fondi di istituto non così ridotti all’osso, la misura del bonus finanziario per ogni singolo insegnante sarebbe potuta apparire plausibile. Invece lo spostamento quasi esclusivo dell’attenzione sulla cura del sé professionale individuale – cui si aggiunge il famoso e discutibile bonus ai meritevoli – presta il fianco a qualche rischio. Il rischio di opacizzare la dimensione cooperativa e collegiale dell’impresa scolastica a favore di un arricchimento delle opportunità formative individuali. Non si nega che disporre di occasioni formative e/o strumenti tecnologici ed editoriali possa avere riverberi positivi sul lavoro che si svolge a scuola, ma è tutto da dimostrare che questo avverrà certamente, e che il tutto non si risolva in un incremento delle frequenze a teatro o al cinema o alle mostre, con nobili ripercussioni sul proprio personale background culturale, che in qualche caso (eterogenesi dei fini) – alla Mastrocola per intenderci – potrebbe finire per marcare ulteriormente (e disastrosamente) la propria differenza culturale dagli alunni, con annesse litanie sull’ “abbassamento dei livelli” dei ragazzi, soprattutto in contesti in cui il problema non è come spendere il bonus ma come arrivare alla fine del mese. Leggi il resto di questa voce

La strada che non spunta

MineoNello Stato di diritto, quando si ritiene che lo Stato sbagli deve essere contestato, nelle forme previste dalla legge. La storia ha conosciuto forme di reazione violenta all’autoritarismo dello Stato. Allo Stato deliberatamente violento e non legittimato democraticamente si è opposta una resistenza violenta. I libri di storia ce lo raccontano. In regime di democrazia venir meno al principio socratico è deplorevole, e se lo fa gente che ha responsabilità educative diventa quanto meno scandaloso. Contesteremo le leggi che non condividiamo ma le osserveremo quando saranno approvate, e men che meno adotteremo comportamenti violenti nei confronti di chi sostiene quelle leggi. Se questo è condivisibile, pensate quanto dev’essere becero adottare forme violente contro chi non si è opposto “abbastanza” a proposte di legge non condivise. Scrive Michele Serra, uno non sospettabile di conservatorismo, commentando su L’Amaca di “Repubblica” del 27 giugno quanto accaduto al senatore PD Corradino Mineo: Leggi il resto di questa voce

Un anno con studenti, docenti, dirigenti (e ispettori)

Docenti di scuole diverse al lavoro insieme

Docenti di scuole diverse al lavoro insieme

Tre soli giorni erano trascorsi dall’avvio ufficiale dell’anno scolastico e iniziava il tormentone della “Buona scuola”, che mentre scrivo è drammaticamente al centro del dibattito pubblico. Ricordo che non ne scrissi bene, di quella bozza poi sottoposta a consultazione. E neppure oggi scriverei bene di quel che essa è diventata, dopo un anno trascorso con studenti, docenti e dirigenti, ad ascoltare. Sì, perché formazione e aggiornamento in prima battuta sono un’esperienza di ascolto. Di sinergia, di tematizzazione, di riflessione, di prospettiva. Già detto altre volte. Quando ascolti, capisci la scuola. Quella buona e quella meno buona. Capisci la questione del merito. Ovvero, capisci quanto è complicato andare oltre gli stereotipi per vedere l’insegnante buono o la buona pratica. Capacità di ottenere “risultati” o capacità di sviluppare “atteggiamenti”? Chi merita? Chi ottiene prestazioni con voti alti o chi favorisce processi di inclusione? La botte e la moglie. Il MIUR non sa scegliere. E stanzia 200 milioni l’anno per individuare il merito. Quel Direttorio del comitato di valutazione scioglierà il nodo (prestazione versus inclusione) che quarant’anni di scuola di massa non sono riusciti a risolvere? E gli attuali dirigenti, ex docenti ed ex studenti, sono in grado di trovare le perle? Leggi il resto di questa voce

Tanti…….(quasi) tutti

!cid_91699FCC-B34F-4FC1-AEDB-ECBE054222F2 !cid_B8185B56-0D37-4EE5-8C2B-E4B94152D3AD !cid_C60C6893-9ED4-4765-ACC1-4C579AA8F5D8A Palermo la sciopero della scuola è stato trionfale dal punto di vista della partecipazione. Se sarà altrettanto trionfale dal punto di vista dell’efficacia non sappiamo, ma è lecito non disperare. In genere ho imparato in questi ultimi vent’anni che chi scrive le leggi sulla scuola per avere 10 di consenso chiede 20, in modo da fare arrabbiare tutti e poter dire poi di avere accolto le richieste della scuola. Come per il merito da attribuire ai due terzi del collegio. Non ci credeva palesemente neppure chi lo aveva scritto. Mero gioco delle parti. Lo sciopero verosimilmente farà abortire dal DdL le parti più ripugnanti messe lì a bella posta, ma le inquietudini non cessano, perché comunque anche ciò che sarà cancellato in qualche modo da qualcuno fu pensato e se fu pensato vuol dire che l’idea di scuola che circola al MIUR non è precisamente quella che circola nella scuola militante. Sarebbe interessante capire cosa ne pensano i signori Dirigenti, di cui s’è vista scarsa traccia al corteo. Sappiamo di tre categorie di DS: gli irriducibili accentratori smaniosi di potere che diffidano il Governo dal togliere una virgola dal testo in discussione; i DS che vengono da un passato sindacal-democratico, che manco a morire rinuncerebbero agli ordinari processi decisionali della scuola; e infine i DS forse un po’ radical-chic, tra cui qualche distaccato nelle stanze del potere, che strizzano l’occhio alle manifestazioni e poi in cuor loro dicono: “ma con questi organi collegiali da strapazzo non è meglio che decidiamo tutto noi?”.

La mia idea è che il Governo otterrà quel che realmente vuole, ma che la scuola se vuole può essere un’interlocutrice capace di mettere i piedi sul tavolo. Il fronte sindacale si è riunito per l’occasione ma prevedo imminentissimi scioglimenti. E’ un po’ come nella politica. Per qualcuno coalizzarsi significa dovere condividere un pensiero con altri, e questa condivisione fa perdere la propria ragione di esistenza. Sulla parola “manifestare” staranno uniti, sulle parole “bloccare” e “sabotare” torneranno a dividersi, fin dal prossimo 12 maggio. E con loro i docenti. E per il Governo sarà il classico divide et impera.

Torna il blog….impressioni a caldo sulla “Buona Scuola” di Gianrenzi

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Veniamo da una stagione in cui la scuola pubblica è stata massacrata. Non può non influire questo retropensiero su chi scorre le 136 pagine prodotte dal Governo e intitolate, con vago sapore demagogico, “La buona scuola”. E’ scritto in tutte le salse che la scuola diventa la priorità del Paese. Amen. Credo che sia doveroso non chiudere la porta in faccia pregiudizialmente agli estensori di questo documento, che contiene tantissime cose, alcune davvero da applaudire, altre da rivalutare con calma, altre ancora discutibili. La questione del buon insegnamento – vero cuore della “buona scuola” – è affrontata di striscio. E forse non era davvero di pertinenza di questo Rapporto, che invece vuole creare le condizioni strutturali per arrivare al buon insegnamento. Chi pensava di poter guadagnare di più facendo l’insegnante leggendo il testo può star tranquillo. Se l’anzianità cede il passo al merito e il merito genera 60 euro mensili netti ogni tre anni stiamo freschi. Basterebbe rinunciare ad un ristorante al mese in coppia per raggiungere lo stesso risultato. In una scuola fatta da 100 insegnanti 66 possono ritrovarsi ogni tre anni con questo incremento. Perché sono meritevoli.
A proposito del demagogico “Fare uscire i docenti dal grigiore dei trattamenti indifferenziati”, si deve considerare che mediamente in una scuola la percentuale di docenti veramente ad alto livello qualitativo non supera il 10-20 per cento. Per arrivare ai due-terzi il ritocco di stipendio non poteva superare la soglia dell’obolo. E per non accedervi bisogna essere davvero inguardabili. A regime una formazione in servizio obbligatoria, come previsto, insieme a tante altre virtù, dovrebbe generare questo miniesercito di meritevoli. Chi temeva che una sparuta minoranza acquisisse privilegi economici oggi può tranquillizzarsi perché, tra il 34 per cento dei docenti di una scuola che non percepisce triennalmente i 60 euro netti in più (perché magari ne percepisce dieci volte di più facendo altre cose nella vita, alla faccia dell’appetibilità della professione….) ed il 66 che lo percepisce, lo sbandierato concetto di “differenziazione” si va a fare benedire. Tanto valeva non legare il merito e la differenza al portafoglio e individuare qualche meccanismo di prestigio professionale e sociale che facesse valer la pena di far parte dei 66. Sarà il docente mentor la qualifica più appetibile, anche economicamente? Vedremo.
Almeno un terzo del contenuto del documento è molto renziano. Effetti speciali, linguaggio facci-sognare, largo respiro. Se tutto quel che è scritto nel documento si realizzasse ci sarebbe comunque da allietarsi, detto senza ironia. Dai tagli-Gelmini a questo plafond di interventi il salto è cospicuo. In rete è possibile vedere la ridda di reazioni dei sindacati e di tutti coloro che se ne intendono veramente di precariato, di contratti e di costi. Qui, in modo molto più dozzinale e plebeo, si prova a leggere il testo per vederci cosa ne viene, da tutto quel che vi è contenuto, alla formazione dei ragazzi. Resto dell’idea che la chiave è la formazione in servizio, e della formazione bene si parla. Non tanto per l’obbligatorietà, quanto per il format, tagliato sulla cooperazione e sullo scambio di esperienze, e sugli attori della formazione. La frase più bella di tutto il documento è questa: “Un docente è il formatore più credibile per un altro docente” (p.47).
Due mesi di consultazioni. Per farne poi che cosa? Staremo a vedere. Vale la pena comunque non distrarsi. Nessun dorma, in questa fase, perché almeno sperare non costa niente.

Ottime riflessioni dall’amico e collega Carlo Columba: http://www.columba.it/le-nuove-opportunita-per-tutti-i-docenti-formazione-e-carriera-nella-buona-scuola/

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