Archivi categoria: Educazione e scuola

“Più alto verso l’ultima salute”

Se ne va un uomo gentile, un insegnante appassionato e un intellettuale serio. Pippo Lo Manto è legato a Dante, ed è giusto così perché il poeta fiorentino gli ha impegnato una vita e soltanto chi ama Dante può capire che una vita non basta per entrare in quel mondo. Essere legato a Dante consentiva a Pippo di tenere insieme il suo “cor gentil” e la “cara imagine paterna” che è rimasta impressa nel tempo ai suoi ex alunni, insieme al rigore di pensiero con cui indagava le pagine dantesche. Era fortemente convinto che Dante potesse parlare al nostro tempo, ma che occorresse studiarlo bene per coglierne la presenza. Non tutti sono convinti di questo, anzi c’è chi è convinto del contrario.

Negli ultimi mesi di vita ha incoraggiato con convinzione il mio impegno dantesco e, già ammalato, ha presenziato a qualcuno degli incontri sulla Commedia tenuti alla Casa dell’Equità e della Bellezza di Palermo. Lo ha fatto con l’autorevolezza e la gentilezza che in lui erano tutt’uno. Oggi che se n’è andato, studio Dante con qualche insicurezza in più. Era come avere una sorta di salvagente cui ricorrere in caso di incertezze interpretative. Ha insegnato che si può essere intellettuali senza essere paludati, e anche in questo somigliava al suo autore amato, che rimandava al mittente tutti gli inviti ad evitare di rendere facili le cose difficili. Sol per questo merita che il suo impegno e la sua ricerca trovino continuità. Raccoglierne il testimone è un dovere per tutti.

Uno zainetto estivo per i docenti

Nelle ultime settimane si è assistito al ritorno di un genere di discorso che sembrava ormai soppiantato dalla permanente attenzione a graduatorie, concorsi, punteggi, mobilità, insomma a tutto il versante (importantissimo, per carità) che pensa la scuola come un posto di lavoro. Il genere “Idea di scuola” sembrava affidato soltanto a qualche pensatore che si attarda sui cosiddetti massimi sistemi. Ma da Massimo Baldacci a Mario Ambel proviene in questi giorni un forte stimolo a pensare la scuola, in omaggio al principio che nessuna prassi e nessuna organizzazione acquistano significato se non in riferimento ad un quadro valoriale di riferimento. Gli stessi recenti discorsi sulla valutazione, al di fuori di un’opzione di fondo sull’educare, sull’ insegnare, sull’ apprendere e sul relazionarsi con gli allievi, rischiano di approdare alla solita fornitura di strumenti operativi, che operano come opererebbero le posate di chi non sa cosa vuole o deve mangiare.

Per questo invito a dedicare del tempo ad ascoltare Baldacci (il cui intervento di altissimo profilo compare anche sull’ultimo numero di Micromega) e leggere Ambel (e la rivista che dirige). Per elevare il tenore della chiacchiera scolastica e non rimanere schiacciati tra l’empatia epistolare ministeriale dei grazie-a-tutti-gli-alunni-e-a-tutti-i-docenti e la tecnocrazia degli apparati vocati periodicamente a misurare la temperatura del moribondo per monitorare il sistema.

Dovesse poi esserci in giro ancora qualcuno che vuol dare sostanza ai discorsi sulla valutazione cosiddetta formativa (l’aggettivo con tutta evidenza è pleonastico e induce il sospetto che la valutazione possa essere qualcos’altro….) suggerisco una lettura…formativa.

Siete nella Storia

È stata sobria la Ministra. Se a soli 38 anni mi avessero fatto ministro, se ripenso a come ero a 38 anni, sarei stato molto più esagerato. Non avrei detto “Siete nella storia”. Avrei detto siete nell’Empireo, nell’ eterna beatitudine di chi non ha più niente da chiedere alla vita perché dalla vita ha ricevuto tutto ed è sazio di giorni e di esperienze. Altro che nella Storia. Invece la Ministra si è fermata alla Storia, che può soggiacere, come ci insegna Foscolo, all’oblio.

Ma non è detta l’ultima parola. Sempre sulla falsariga del poeta dei Sepolcri, c’è sempre qualche possibilità di restarci a lungo nella Storia, soprattutto per coloro che compiono “egregie cose”. E quali cose più egregie possono esserci nell’aver praticato la “resilienza” (sempre la Ministra) in quel periodo terribile di lockdown, lì, ammassati senza distanziamento all’interno dei rifugi antiaerei sotterranei, oppure, sempre senza distanziamento, sui barconi stracarichi sempre a rischio di affondare, o ancora in una baracca perché il terremoto si è portato via tutto.

La resilienza di questi nostri ragazzi merita davvero l’ingresso trionfale nella Storia.

Che dire? La Storia è davvero una passione di questi nostri ministri dell’istruzione meteora. Da anni credo che non se ne sia visto alcuno che non l’abbia invocata, così come la invocano i loro partiti di riferimento. I Cinquestelle in questo sono maestri – vedi abolizione della povertà – , forse perché avvertono oscuramente che la Storia li spazzerà via e senza tanti ringraziamenti. Per loro la Storia è davvero un pensiero ricorrente.

Chissà che però, magari raggruppati insieme in un paragrafo, questi ministri possano beneficiare di un posticino in qualche manuale di storia della scuola italiana. Lavorare sul titolo del paragrafo può essere un bell’esercizio interpretativo.

Chi sono i Suoi scienziati signora Ministra?

In tempo di pandemia gli scienziati sono assurti ad un ruolo inedito di protagonisti, è stato riconosciuto. Non c’è giorno in cui tutti non si abbia bisogno di loro per comprendere l’evoluzione del contagio. Suppongo che anche la politica della scuola si avvalga della scienza. E pertanto chiederei volentieri alla nostra giovane Ministra, che frequentava le elementari quando chi scrive era già insegnante di ruolo, di quali scienziati si avvalga. Perché a leggere il modo in cui l’ordinanza sulla valutazione motiva il suo dissenso dalla proposta del CSPI di rinunciare ai voti finali per la scuola primaria viene voglia di conoscerli uno per uno.    Leggi il resto di questa voce

Quanto conta il corpo nell’atto valutativo

Forse non ci si è soffermati abbastanza su quanto sia decisiva la presenza del corpo nel momento in cui si dà un valore a un qualcosa fatto da qualcuno. Così nella vita come a scuola. Anzi, a scuola proprio come nella vita. In questo tempo distanziato, fatalmente il valutare da monitor perde anima. E potrà non avvertirne la perdita solo chi l’anima al valutare non la dava neppure in presenza. Per elaborare insieme il lutto del valutare live ecco un ragionamento, una volta tanto, visivo.

L’avanzata degli Entusiasti

“[…] L’insegnamento a distanza, in realtà, è piuttosto obsoleto e ha varie criticità. Spesso entusiasma chi ha una concezione “trasmissiva” del sapere, immaginato come un pacco da recapitare via web, facendo parti eguali fra diseguali. Rende plastica la distanza fra i figli dei ricchi (con la loro stanzetta singola, la fibra, l’iPad e la carta di credito già pronta per andare a una università vera) e i figli dei poveri a cui il ministero è riuscito a far giungere un tablet la cui webcam racconterà una cucina affollata di fratelli e adorna di angosce (e l’approdo al mondo opaco delle università telematiche e dei corsi telematici nelle università vere). Demotiva la vocazione dell’insegnante perché gli dice che un video scaricabile e un po’ di tecnologia interattiva possono rimpiazzare la maieutica educativa del “corpo (del) docente“. Avalla una riduzione “wikipediana” del sapere, ridotto a un tutorial video che somministra i come e i cosa e non riesce mai a interrompersi per domandare un perché. […]”

Questo è uno stralcio dell’articolo pubblicato a firma di Alberto Melloni su Repubblica di oggi. Lo rilancio perché lo sento molto affine a quanto a suo tempo da me pubblicato a proposito del contenuto in quarantena. La pratica della didattica a distanza mi va suggerendo ulteriori vie di ricerca che a suo tempo tenterò di strutturare, proprio attorno alla condizione del “contenuto” e del suo signore/servitore, cioè il docente.

Qui mi interessa fare due brevi considerazioni.

1. Un caro e intelligente collega mi ha accusato di essere apocalittico, e di tirare la volata a quelli che stanno in retroguardia. Chi legge con attenzione – e soprattutto conosce – sa che non è così, ma non dispiace qui ribadire che non c’è ostilità preconcetta a questo modo di insegnare. In tempo di emergenza meglio del nulla c’è questo. Quindi avanti così.

2. La seconda considerazione si lega alla prima, e si aggancia all’articolo di Melloni. Destano inquietudini, appunto, gli entusiasti, che sciorinano quotidianamente soluzioni sempre più avanzate per ridurre il gap tra le due didattiche, che non raramente coincidono con coloro che gli alunni non vorrebbero mai vedere in presenza e che trasferiscono dietro il monitor il loro desiderio insano di trasmissione di contenuti precotti, controllo esatto degli apprendimenti, valutazione docimologica premiante e punitiva. Siamo circondati da questo genere di approcci che oggi trova uno spazio più sofisticato di intervento, soprattutto se assecondato da dirigenti – e se ne vedono – ferrati soltanto di management e preoccupati di avere tutti gli adempimenti a posto per il loro portfolio valutativo annuale.

Presto una rassegna di cose intelligenti – spesso inviatemi da colleghe e colleghi preziosi – su questi temi. Sempre per resistenza umana.

 

Ma non chiamiamola Didattica

(Abbiate fede … il bello é nell’ultimo link)

Della Didattica con la D maiuscola non si parlava più. Al centro si erano accampate le valutazioni di sistema, l’Invalsi, l’Alternanza, le questioni del Merito. Stavamo tutti dentro gli echi della 107, e tutti si erano dimenticati di lei. Ci voleva il Covid-19 per fare risorgere la didattica, o meglio la riflessione seria su quello che vuol dire insegnamento, conoscenze e apprendimento. Come sempre accade, si prende coscienza dell’esistenza di qualcosa quando questa scompare. E in effetti, scomparendo gli alunni, ci si è accorti che la Didattica non può che eclissarsi, lasciando quale simulacro di sé un’altra cosa in cui il nobile costrutto “a distanza” rappresenta il sedativo che non fa avvertire il dolore della dipartita della parola che precede.

L’articolo più stimolante che ho fin qui letto è quello di Stefano Stefanel che invito a leggere con attenzione. Nonché il bellissimo documento del CIDI. Tra le tante cose che dicono, ci vedo il filo rosso che ho cercato di tenere nei miei post precedenti (basta scorrere). Che si sintetizza in questo modo: la scuola a distanza coprirà l’emergenza ma non è scuola, e le videolezioni, maxime se riproducono il trasmissivo/erogativo già noto in presenza (ed é difficile che non lo facciano, anche per ragioni di competenze tecnologiche), non sono scuola. La cosiddetta didattica a distanza, quale mera trasposizione della didattica in presenza, acuisce quel che c’è in quest’ultima: gli studenti bravi restano più o meno bravi, quelli più in difficoltà cadono nel baratro. Alla faccia dei monitoraggi ministeriali. I docenti già efficaci in presenza grosso modo restano tali, i docenti problematici in presenza diventano un disastro a distanza. E già si vede. Il vino nuovo in otri vecchi fa scoppiare gli otri. Leggi il resto di questa voce

É risorta la valutazione formativa

Avevo detto che non sapevo se il terzo sarebbe stato l’ultimo. In realtà credo occorra andare avanti con la riflessione. Aggiungendo un (prevedibile) mantra di queste ore: la valutazione. Come al solito, entra in gioco il gioco delle fonti, che gioca a mischiare le carte. Tra note ministeriali, siti scolastici, circolari dei DS e chat impazzite dei docenti e dei dirigenti vien difficile trovare qualcuno che non dica “si deve fare…”, “hanno detto…”, “è previsto che….”, come se per agire, anziché rovistare nella propria testa ed esperienza, si abbia sempre la necessità di appoggiarsi ad una fonte. Beninteso, le fonti sono preziose per evitare l’autoreferenzialità. Sono invece perniciose se finiscono per fungere da sedativi ed inibitori del pensiero autonomo.

Dunque, l’ultimo arrivato sembra la valutazione formativa. Chi negli ultimi trent’anni ha letto qualcosa su questi temi salterà. Come l’ultimo arrivato? Sì, arrivato per ultimo come tante cose che spuntano come virtù quando si accampa la necessità. Questo blog almeno negli ultimi cinque anni non ha fatto che denunciare il delirio docimologico che ha preso la scuola italiana, con una netta prevalenza delle attitudini comparative, quantitative, docimologiche e sommative degli insegnanti, sempre sedotti dalla chimera dell’Esattezza e dell’Oggettività.

Oggi il virus ha abbattuto il Sommativo perché la didattica a distanza esclude questa possibilità, così come autorevolmente evidenziato da chi si intende di normativa. Niente voti, punteggi, medie ed altri totem cari a tantissimi insegnanti, soprattutto nella secondaria. E che rimane? Senza la matematica, che rimane? Ed ecco rispuntare la valutazione formativa, su cui si diffondono esperti e osservatori presenti qua e là nel web.

Che dire? Quanto già evidenziato in un post precedente: che quanto non si realizza per virtù non può realizzarsi per necessità. La valutazione formativa non è una tecnica, non è una procedura. É un fatto culturale. Un fatto di cultura professionale, un’ interpretazione professionale del momento valutativo quale momento formativo, appunto, cioè euristico, negoziale, intersoggettivo. La valutazione formativa si fa insieme agli alunni, ma non nel senso di “fare conoscere gli obiettivi” o “dichiarare i criteri”. Sa molto, questa impostazione, di elargizione. Si tratta di cercare insieme ai ragazzi – sì, sono “lezioni” anche queste – le soglie che servono per qualificare un apprendimento. Cercarle insieme – anche quando la pigrizia intellettuale dei ragazzi fa resistenza – significa assumere con forza l’idea che la verifica non è un atto di controllo del docente ma un bisogno formativo del discente. Come dire che, in una prospettiva in cui il verificare ed il valutare non assumono i contorni del controllo e della sanzione, sono gli alunni stessi a gradire sommamente occasioni in cui constatare che cosa sta accadendo alle proprie conoscenze.

É una rivoluzione epistemologica. Non è avvenuta in questi decenni, fin da quando scienziati dell’apprendimento come Mario Comoglio hanno iniziato a ragionare di queste cose. A prendere le distanze da ogni forma di testificazione del sapere e di matematizzazione della valutazione. Il mondo è andato da un’altra parte. E tanti dirigenti e docenti, si sa, vanno appresso alle chimere dell’Esattezza, cioè quel che mette al riparo dai ricorsi e dalle contestazioni delle famiglie assetate di cifre (quelle dei più bravi, ovviamente). Quel che chiude la bocca ai ragazzi, perché figurati se puoi discutere la perfetta oggettività di un bel 5,73, che non è “6”, quindi signora lo faccia seguire.

Sotto dunque con la valutazione formativa, che giunge al capezzale della didattica frontal-nozionistica agonizzante non per colpa del virus ma per colpa della lotta al virus. Sbucheranno da domani ragionamenti che enfatizzeranno l’attenzione, l’impegno, l’interesse, la partecipazione, la motivazione, il coinvolgimento, la metacognizione, la cooperazione e tutta quella roba che in presenza viene utilizzata per salvare dal baratro gli sfigati col 5,73 allo scrutinio di giugno, ma a distanza diventa improvvisamente l’ultima trincea in cui posizionarsi per valutare il rendimento dei ragazzi.

Un giorno forse ringrazieremo questo COVID-19 per averci fatto uscire tutti dalla caverna platonica.