Archivi categoria: Educazione e scuola

Colloquio di esame: l’imminente Babele

Ormai è chiaro. L’Ordinanza sugli Esami di Stato delle superiori aveva la funzione di mettere alla prova le capacità interpretative della scuola italiana. Sul colloquio ormai non si contano più quelli che dicono “è così”, “si farà questo” o “si farà quello”. Ho incontrato decine di dirigenti e docenti che dichiaravano di sapere perfettamente che la busta si gestisce così, che i commissari faranno questo e quello, che ci saranno le tematiche e i percorsi. Tutti sicuri di sé. Delle loro interpretazioni. Perché poi, a spulciare l’Ordinanza 205 (a proposito: gente seria, portatevela appresso agli Esami!), si scopre che la metà delle cose sbandierate non solo come “sicure” ma certamente “da farsi” il legislatore non se l’è mai sognate.

Dunque è evidente che se questo colloquio è in balìa del trionfo delle interpretazioni – sotto forma di slides ministeriali, conferenze di servizio, linee guida, chiacchiera varia e quant’altro – vorrà dire che il dettato normativo ha mille punti oscuri. E che conseguenze avrà tutto questo? Molto facili da prevedere: chi avrà più forza “ermeneutica” farà dire al legislatore quel che vuole. Sarà una questione di forza: “lei stia zitto, sono io il presidente!”. Già lo capivano gli antichi Greci: quanto più la legge è incerta e soggetta a interpretazioni, tanto più vige la legge del più forte. In fondo è un sottile passaggio dalla legge scritta alla legge orale. O scritta in modo incomprensibile. Di memoria manzoniana. Inquietante arretramento della civiltà giuridica. Perfettamente coerente con i tempi che viviamo……

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Realisti per il re

Sono arrivate le risposte. A quanto si legge su Repubblica di Palermo di domenica 9 giugno, che ha potuto accedere alla mail inviata a suo tempo dal MIUR all’Ufficio Scolastico Regionale della Sicilia, l’invito a “verificare” il comportamento della prof. Dell’Aria è arrivato da Roma.

Il cerchio dunque si chiude, e di parole per commentare ormai ne restano poche. Avevamo immaginato i più realisti del re, poi abbiamo pensato a realisti senza re, ma oggi dobbiamo convertirci ai realisti per il re. Di realisti in dialettica col re (o addirittura, utopia, in disaccordo col re) non pare che dalle nostre parti se ne possa parlare. Forse ancora per chissà quanto tempo…..

I legali della collega tornano alla carica, a quanto si sente. La presunta conciliazione infatti sta per dissolversi nelle aule dei tribunali del lavoro. E quindi la telenovela continua.

A questo punto, lasciando per strada le metafore monarchiche, restano tristemente in piedi ulteriori interrogativi. Perché la mano destra del MIUR ha chiesto un’ispezione e la mano sinistra si è dissociata dal provvedimento di sospensione? Possibile che la mano destra volesse limitarsi a dire: “Attenti a quel che fate” e nulla più, mentre la mano sinistra abbia voluto affermare: “Dai ….però bastava l’avviso!”?

Ma cosa rimane di tutto questo? La negazione della libertà di insegnamento? Non credo. Parola grossa. Rimane forse l’opportunità (triste) dell’accortezza professionale. Dappertutto nelle classi si ragiona, si critica, si dibatte. Dovessero comparire le telecamere, tutto diventerà tristemente finto. In caso contrario, come è più probabile, si peseranno le parole (e già si vede), si sarà più diplomatici (e già si vede), ci si guarderà le spalle (e già si vede) e si cercherà di essere molto empatici con il dirigente scolastico (e già si vedeva da prima). E anche questo blog imparerà dignitosamente (e già si vede) l’arte comunicativa di tempi lontani……

In un modo o in un altro, non saranno (e già si vede) tempi allegri.

Fare gli insegnanti in Sicilia

Questo articolo di Concita Di Gregorio, che leggete sotto, mi mette addosso profonda tristezza per essere un insegnante di questa regione, dove può accadere quello che é accaduto. Vorrei che riflettessimo tutti noi, insegnanti siciliani, su quello che é successo e su quello che può succedere ancora se le istituzioni scolastiche locali – piuttosto che alzare lo sbarramento a nostra difesa – ci osservano con lo sguardo col quale é stata osservata la collega Dell’Aria. Invito soprattutto gli amici di tutti i sindacati e di tutte le associazioni (dei dirigenti, dei docenti, delle famiglie, degli studenti) ad essere davvero capaci di neutralizzare questa inquietante possibilità inquisitiva. Ma anche le colleghe e i colleghi che hanno una qualche parte ai piani alti della scuola siciliana – ex docenti ed ex dirigenti – e che trascorrono le giornate ad occuparsi del mitico Sistema, di ricordarsi del tempo in cui anche loro hanno vissuto la trincea dei banchi di scuola ed il profumo della libertà. Il vero Sistema é il sistema della libertà e della democrazia. Tutto il resto, senza democrazia e libertà, diventa banale chiacchiera tecnocratica che serve soltanto a giustificare l’esistenza degli Apparati misurativi e valutativi. Alzino la testa anche loro, e si uniscano a tutti noi, se lo ritengono opportuno. Pagando i prezzi che serve pagare e che, dato il clima, é verosimile che si paghino, in questo momento così buio per tutti.

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LA REPUBBLICA 18.5.2019

E allora sospendeteci tutti

di Concita De Gregorio

Allora sospendeteci tutti. Così mi scrivono decine di insegnanti, oggi – le tanto dileggiate «insegnanti democratiche» che per due soldi mandano avanti la scuola, fronteggiano la povertà del tempo, educano i nostri figli, spesso prese a botte dai figli medesimi o dai loro genitori e che in definitiva sono l’unica risorsa su cui un Paese che abbia a cuore se stesso dovrebbe investire. Se non possiamo insegnare la storia, dicono, se quando lo facciamo – fuori dai nuovi modernissimi e lungimiranti programmi ministeriali – corriamo il rischio, effettivamente lo corriamo, che i ragazzi la imparino e che poi addirittura la mettano in relazione con la loro vita, con le notizie del giorno che arrivano sui loro schermi, e che addirittura si azzardino a confrontare, a ragionare, a dire: guarda, questo somiglia a quello.

Ecco: se avete sospeso Rosa Maria Dell’Aria, 63 anni, insegnante di italiano da quaranta – trenta dei quali spesi all’istituto tecnico Vittorio Emanuele Terzo di Palermo – allora sospendeteci tutti.

Mandate la Digos in tutte le scuole, come avete fatto a Palermo. Controllate i registri, fatevi mostrare i compiti in classe. E se trovate un tema che accosti il passato al presente esponetelo alla pubblica gogna, individuate l’insegnante che ha «omesso il controllo» sulle intelligenze e impeditegli di tornare in classe, tagliategli lo stipendio.

Anzi, si augura la sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, bisogna che costui sia «cacciato con ignominia e interdetto a vita dall’insegnamento. Ho già avvisato chi di dovere». Attenzione alle parole. Cacciare con ignominia, modalità umiliante del cacciare, e interdizione a vita, ergastolo. Chi di dovere (cioè chi?) è pronto all’azione – sorride la sottosegretaria leghista come sorrideva quando disse, 2 luglio 2018, a un mese dall’insediamento al ministero: «Non leggo un libro da tre anni». Così si fa, se vuoi governare il Paese. In specie se governi la Cultura.

È la più buia e sinistra delle “notizie del giorno”, questa che vede un ufficio scolastico provinciale intervenire con un’istruttoria in una scuola – interrogatori, verbali – e punire la docente i cui studenti hanno realizzato un lavoro che mette in relazione le leggi razziali del ’38 con il decreto sicurezza del 2019. Rastrellamenti, deportazioni, sgomberi.

Allora come oggi. Le quote di ebrei in fuga da accogliere (conferenza di Evian del ’38) e le quote di migranti da “assorbire” (Vertice di Innsbruck del 2018). Che altro deve fare la scuola, o d’ora in avanti lo indica la Digos?

Sono quotidiani gli alert su Fb – i balconi, gli stand, gli striscioni alle finestre –gli elefanti rosa che ogni giorno invadono il dibattito pubblico al quale, come in una leva obbligatoria, siamo tutti costretti a prendere parte pena l’accusa di omertà, reticenza, il sospetto di connivenza silenziosa con l’uno o con l’altro. Vota, metti like, scrivi un post. Forme di distrazione di massa, certo. Quel che davvero conta accade dove non si vede, è vero. Chi governa, specie se non governa, ti vuole impegnato altrove. L’indignazione permanente si scarica d’effetto, diventa un rumore di fondo: bene così. Però attenzione, ci sono momenti in cui il sistema di propaganda sbaglia mira e il giocattolo del giorno rivela la sostanza. La scuola ad esempio. Le mani sulla scuola. A poter studiare ancora la storia ci sarebbero precedenti da ricordare. Il giuramento dei maestri elementari del ’29. Quello richiesto ai professori universitari, nel ’31. Chi non giura sia radiato a vita, cacciato con ignominia. Vale la pena guardarla negli occhi e ascoltarla, la professoressa Rosa Maria dall’Aria. Andrà in pensione l’anno prossimo. Dice: «Ho dedicato tutta la vita alla scuola. Sono amareggiata, ferita. È come se il mio lavoro non fosse un lavoro». Non è solo cosa dice, è come lo dice. Le mani giunte, l’umiliazione. Ma come si è arrivati a questo?

Un tweet. Tutto nasce dal tweet di un’attivista di destra (si definisce sovranista, vive a Monza, chissà se è una persona o un algoritmo) che si rivolge al Miur. Scrive che «la prof ha obbligato i quattordicenni a dire che Salvini è come Hitler».

Si vede che il Miur monitora i profili Twitter di noi tutti, nelle pause del lavoro indefesso di ripristino dell’edilizia scolastica, di approvvigionamento delle dotazioni davvero indispensabili nei bagni, nelle palestre e nelle aule, di aggiornamento dei programmi scolastici e dei docenti.

Insomma il Miur avvia l’indagine sulla base del tweet e chiede l’intervento dell’ufficio provinciale, che si attiva. I ragazzi della seconda E indirizzo informatico hanno fatto un lavoro di gruppo – power point, da proiettare in aula magna – in occasione delle giornate della Memoria e del Migrante.

Mettono in relazione le leggi razziali e il decreto sicurezza: immagini a confronto, dati, osservazioni coerenti e pertinenti. In due occasioni, essendo egli ministro dell’interno in carica, si vede nelle immagini Salvini. Mi scrive Maria Morelli, insegnante di Lettere al liceo Parini di Seregno. «Ho da qualche giorno raccolto l’invito del mio preside ad accompagnare 26 studenti a una conferenza organizzata dalla Cisl di Monza-Brianza dal titolo: Il diritto contro i diritti. 1938-2019, sottotitolo: Scusate se non siamo affogati.

La conferenza è programmata per il 24 maggio, ma già dalla presentazione degli interventi (ricercabile facilmente su internet) appare chiarissimo l’accostamento delle leggi razziali del 1938 con il decreto sicurezza». Presto.

Anche alla Cisl Monza-Brianza bisogna mandare la Digos.

La ragione per cui Rosa Maria dell’Aria è stata sospesa è «omesso controllo». Tuttavia la legge sull’attività di controllo degli insegnanti fa riferimento all’incolumità fisica degli studenti, non al lavoro didattico – naturalmente e ancora fino ad oggi. Si potrebbe in alternativa lamentare che la prof abbia fatto propaganda politica in classe, ma non è neppure questo il caso. «Ho sempre rispettato le opinioni di tutti, il libero pensiero: è questa la finalità di un insegnante», ha detto accorata: «Non ho mai avuto alcuna intenzione di fare politica». Aggiunge Alessandro Turi, studente rappresentante di istituto: «La professoressa Dell’Aria si è limitata a fare una lezione sul fascismo e sull’Olocausto.

Sono stati gli studenti a realizzare il video e ad accostare le leggi razziali e il decreto sicurezza del ministro Salvini, esprimendo una loro personale e legittima opinione». La prof ha fatto il suo lavoro, i ragazzi il loro compito. Molto bene entrambi, aggiungo di mio. Lo chiedo ai garanti della Costituzione, al presidente Mattarella. Non è questa la funzione della scuola? I docenti sono la colonna vertebrale del paese: quante volte lo abbiamo sentito dire nelle alte stanze? Siamo nelle mani degli insegnanti democratici. Non smettiamo di ringraziarli neppure un minuto per il tanto che fanno per così poco. Se ne sospendete uno, per queste ragioni. Allora sospendeteci tutti.

 

Il legislatore sibillino

Impazza il toto-buste per il colloquio degli Esami di Stato del secondo ciclo. Le scuole sono in fibrillazione perché non sanno come gestire la nuova procedura, e naturalmente impazzano le interpretazioni spacciate per dettato normativo. In realtà molte cose il legislatore (OM n 2052019 , art. 19) le lascia all’autonomia delle scuole, ma si sa che l’autonomia risulta sempre alquanto indigesta ai docenti, che vanno in cerca di format ed indicazioni precise “dall’alto”. Pertanto i dirigenti tecnici degli UU.SS.RR., per evitare che l’autonomia si trasformi in anarchia, fanno conferenze di servizio ma il limone normativo é quello e di più non si può spremere.

Qui tento di precisare quel che il legislatore non dice e che è vano fargli dire per desiderio di uniformità.

  1. Il legislatore non dice quanto materiale ciascuna busta deve contenere e di quante discipline esso sia rappresentativo. Parla solo di “materiali” in senso generico, che non possono essere riproposti in successivi colloqui (comma 5). Essi saranno soltanto “spunto di avvio del colloquio” (comma 2).
  2. Il legislatore non pronuncia mai in tutta l’ordinanza la parola “tematiche”, che invece è la parola d’ordine diffusa nelle scuole e nei siti.
  3. Il legislatore non usa mai l’aggettivo “trasversali” se non in relazione alla ex alternanza scuola-lavoro (“percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”). Utilizza “pluridisciplinari” e “trasversali” come sinonimi? Bisogna chiederglielo.

Aggiungo dal comma 3. I mitici “materiali” sono scelti con un obiettivo: “favorire la trattazione dei nodi concettuali caratterizzanti le diverse discipline”. Mettiamoci nei panni di una commissione. Busta numero 1: cosa ci mettiamo? Mettiamoci delle cose che permettano di trattare i nodi concettuali delle diverse discipline. Nodo concettuale: Questione critica? Concetto-chiave? Riferita a che cosa? Alla singola disciplina? O a un grumo di discipline? Mistero epistemologico.

Alla ventesima lettura della norma, pare di potere dire che:

  1. Si preparano x buste più due. Dentro ci si mette quel che si ritiene più opportuno per fare iniziare un colloquio. Se ci si mette una sola poesia di Montale, si sta nella norma. Qualsiasi cosa ci si metta deve essere roba affrontata dagli studenti e indicata nel Documento del 15 maggio.
  2. Chi fa la prima domanda? Non si sa. Ma riguarderà, nella fattispecie, la poesia di Montale. Italiano.
  3. Gli altri acchiapperanno il “nodo concettuale” e si inseriranno per passare (quando? come?) dallo spunto di avvio ad una “ampia e distesa trattazione di carattere pluridisciplinare” (comma 2). Lo studente dovrà (comma 1): 1. Analizzare. 2. Dimostrare di avere acquisito. 3. Utilizzare e mettere in relazione conoscenze. 4. Argomentare in maniera critica e personale. Auguri.
  4. La relazione sull’ex alternanza. Liscio.
  5. Due chiacchiere su Cittadinanza e Costituzione. Liscio.
  6. Esame delle prove scritte. Liscio.

Non facciamo dire al legislatore quel che non ha voluto (o saputo) dire. Condurremo il colloquio col buon senso di sempre. “Evitando le rigide distinzioni tra le discipline” ma facendo in modo che il loro coinvolgimento “sia quanto più possibile ampio” (sempre comma 2).

Se e come questa palingenesi epistemologica possa accadere, lo scopriremo solo tra qualche mese.

 

Continueremo a volare basso?

Da tempo denuncio la carenza di dibattito pubblico sui temi dell’educazione e dell’istruzione. Paradossalmente fece più parlare di scuola la (brutta) legge sulla Buona Scuola. Oggi è calato il buio sui temi forti. Gli unici linguaggi sembrano il politichese delle ordinanze ministeriali ed il sindacalese della maggior parte dei siti, che giustamente per reclutare lettori devono solleticare l’impiegato che è in ogni insegnante. E poi cronache occasionali: manifestazioni ecologiste e alunni beccati con spinelli. La formazione, che dovrebbe aiutare tutti a mettere a fuoco i fondamentali dell’insegnamento, è il grande bluff: obbligatoria, strutturale e permanente, dissero: 2015. Ma c’è una piattaforma, Sofia, strapiena di cose e cosacce che nessuno controlla ed il popolo dei docenti che ormai ha mangiato la foglia e ha capito che di obbligatorio non c’è proprio nulla. I Dirigenti che dovrebbero presidiare il cosiddetto obbligo, si sa, hanno quasi sempre “impegni istituzionali”. Chiamano qualche esperto ogni tanto e poi si rassegnano al grigiore. Gli Ambiti territoriali fanno la formazione ad anno scolastico quasi concluso e con i formatori che vogliono adattarsi a cifre (con tutto il rispetto) da colf. Alla politica: dimmi quanto paghi i formatori e ti dirò che pensi della formazione.

Ma la resistenza umana ci tocca, e questo blog cerca pervicacemente di stare in prima linea.

Per questo mi permetto di suggerire alle colleghe e ai colleghi più sensibili un kit di autoconsapevolezza dal titolo: Tra saperi, competenze e democrazia oltre la tecnocrazia delle misurazioni: c’è spazio per un nuovo umanesimo professionale? Mi faccio guidare in questo piccolo viaggio da tre Virgilio: Umberto Galimberti, Enrico Bottero e Philippe Meirieu. So di sfidare la tendenza, che ormai prende anche i miei coetanei, tutti indaffaratissimi, alla lettura breve. Questa è invece scientemente una lettura che prende tempo, che chiede riflessione, che chiede rivisitazione delle proprie ragioni professionali profonde. Una lettura che pretende di essere (auto)formativa. Con evidenziatore e matita. E che chiede agli enti, che di formazione si occupano, di alzare le antenne oltre il Digitale, il BES, gli Esami di Stato, l’Alternanza, il Miglioramento, l’Invalsi e altra materia più o meno effimera che costituirebbe le “priorità” 2016-2019 (a proposito, triennio concluso: cosa è successo?).

***

Percorso in tre tappe.

Prima tappa: la cultura umanistica. Serve ancora una cultura umanistica? Galimberti è sempre utile, soprattutto quando permette di ragionare sul suo lessico: educazione, istruzione, formazione, competenze, prestazioni. Denuncia la presunta scomparsa della cultura umanistica a favore delle “molte competenze”. Poi però, con la solita ambiguità del termine, l’alunno dovrebbe fare i conti con “quella competenza che la cultura umanistica offre”: è la competenza emotiva. Aggiungo: quella creativa, come evidenzia questo bel documento.

Seconda tappa: le competenze che servono e la tecnocrazia. Meirieu e Bottero discutono di apprendimento. Dialogo sapiente, istruttivo, che fa giustizia sull’equivoco legato alle competenze. Da leggere e rileggere, anche più di una volta. Bottero da tempo fa obiezione di coscienza verso la lingua tecnocratica che ha invaso le nostre scuole. La sua alleanza con Meirieu è quanto di più prezioso io abbia visto ultimamente per la scuola.

Terza tappa: perle sull’apprendimento. Un concentrato di sapienza è nel libro di Meirieu edito nel 2011 in francia, nel 2015 qui da noi: Fare la Scuola, fare scuola. Francoangeli. Cartaceo. Un buon modo di utilizzare la Carta del docente.

Per invogliare alla lettura dei contributi proposti propongo qui brevi stralci di ciascuno di essi:

Galimberti: “L’educazione a sfondo umanistico non è necessariamente il rimedio al disagio giovanile, ma è senz’altro un aiuto perché questo disagio non diventi parossistico e non si traduca, se non in tragedia, in quei percorsi a rischio che spesso i giovani imboccano perché non hanno alcuna consapevolezza di sé e non intendono assaporare quotidianamente la loro insignificanza sociale”

Bottero: “Misurare le competenze raggiunte dagli allievi servirebbe a valutare i loro risultati. Volendo ‘misurare’, la competenza potrebbe snaturarsi e ridursi ad una semplice performance. Questo sospetto è avvalorato dal fatto che il concetto di competenza, come la pedagogia per obiettivi, è entrato nella scuola sotto la spinta del mondo dell’impresa”

“La scuola pubblica non ha il compito di far emergere i migliori  ma di far crescere le conoscenze di tutti. Essa è il luogo principale in cui si promuove l’apprendimento generale operando così per la riduzione delle disuguaglianze”.

Meirieu: “I saperi generalmente trasmessi a scuola non hanno nulla a che fare con i saperi scientifici. Sono saperi proposizionali, cioè un insieme di saperi espressi attraverso semplici contenuti, in molti casi privi di significato per l’allievo. Il loro contenitore simbolico è il manuale scolastico”.

Farfalle libere

UN POMERIGGIO PER LE DONNE AL LICEO
“DE COSMI” 

7 MARZO ORE 15,30

VIA RUGGERI, 15   PALERMO
Intervengono figure istituzionali, esperti,
docenti, alunni.
E si inaugura una mostra fotografica.
Guarda la locandina
 

E lo chiamarono cambiamento

Tra gli indignati per le dichiarazioni del ministro sulle scuole del Sud ci sono anche colleghi docenti-anime dure e pure che normalmente non amano sentire criticare i loro referenti politici perché primablabla, perché renziblabla, perché la buona scuolablabla, perché l’europablabla, perché il pdblabla, perché adessoparlateeprimanoblabla. Quindi per loro siccome primablabla adesso le élites devono tacere e prendere la minestra acida che viene.

Ma ora che si indignano per le dichiarazioni del ministro ricorderanno che l’articolo 92 della Costituzione così recita: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri“. Il nostro ministro dell’istruzione è una figura legittimamente nominata dal Presidente della Repubblica su proposta del professor Giuseppe Conte, che non risulta essere dello stesso partito del ministro.

Il ministro Bussetti ha detto quello che pensa, e non mi pare necessario che debba rettificare, anche se per ragioni tattiche pare lo stia facendo. E’ coerente col modo di pensare la scuola suo e della sua parte politica, modo di pensare ben noto a chi lo ha proposto per la nomina e a coloro che sono suoi alleati. Ripeto: ben noto a chi lo ha proposto per la nomina.

Oggi tutti si stracciano le vesti e scrivono delle cose giustissime, ma io non sono sbalordito affatto. Ho parlato pubblicamente e scritto molto sulla buona scuola e sull’insipienza di chi ha governato (si fa per dire) la scuola in quella fase. Pertanto non sono sospettabile di filorenzismo.

Ma rimpiangeremo comunque Renzi che faceva le slides che faceva rimpiangere il Berlusconi delle tre “I” che faceva rimpiangere……..per due soldi un topolino mio padre comprò…..

Teniamoci forte. Il peggio è adesso

Carnevale si avvicina

La demonizzazione del cellulare a scuola é ormai lo sport preferito da tutti i politici che, abbarbicati al loro cellulare quando si devono prendere decisioni per il Paese, vogliono convincere l’opinione pubblica di essere persone serie.

L’ennesima boutade – ormai ad ogni legislatura se ne contano a decine, di destra e di sinistra – é quella riportata dal Messaggero in questi giorni e rilanciata dai vari siti dedicati alla scuola. Non merita neppure, questa ennesima proposta, che si entri nel merito. Basta soltanto rilevarne la noiosa valenza propagandistica.

Il consenso é difficile che manchi. Tutti ormai usano il cellulare in modo compulsivo e dichiarano che é sbagliato farlo. Poi ci sono alcuni radical chic pentiti che non lo usano per poterlo demonizzare mantenendo la coerenza. Pertanto cosa c’è di meglio che vietare il cellulare a scuola, in modo da poter dare il messaggio forte che tranquillizza tutti?

Nella furia proibizionista, vengono vietati anche «altri dispositivi elettronico-digitali nei luoghi e negli orari dell’attività didattica». Nel 2019 l’elettronica e il digitale vanno vietati. Tra le 8 e le 14 niente piattaforme, mail e tutorial. L’attività didattica non può esserne contaminata. Se porta qualche consenso, aspettiamoci anche il divieto dell’orologio.

Attenzione: sono già previsti i «particolari casi specifici», di cui é legittimo prevedere una lunga lista. Che permetterà di gattopardare, ma con un bell’incremento di consenso pagliaccesco verso la sana-politica-di-una-volta che permette e proibisce. In difesa dell’attività didattica! Ci si può credere? Con il massacro sistematico dell’istruzione pubblica?

Tra cento anni, ma nessuno di noi potrà vederlo, c’è da giurare che qualche politico proibirà l’ingresso a scuola senza il cellulare. Servirà questo al suo scopo. Sic transit…….