Indelebile Nuccio Pulvirenti

Li chiamavano Ispettori, oggi sono Dirigenti Tecnici. Se n’è andato uno di questi, l’Ispettore Sebastiano Pulvirenti chiamato affettuosamente “Nuccio”, una di quelle figure che non si possono cancellare. Ho avuto l’onore di lavorare a stretto gomito suo per alcuni anni, senza essere, come si dice, “comandato” nelle stanze del potere scolastico locale. Ero un insegnante in servizio e basta. Portavo avanti il CIDI di Palermo. Quegli anni erano anni in cui le scuole siciliane avevano la sensazione di essere assistite. Erano gli anni immediatamente seguenti all’arrivo dell’autonomia, in cui credeva fortemente, e spesso ci si ritrovava insieme allo stesso tavolo a lavorare con i docenti. E con noi anche Giancarlo Cerini, suo caro amico. Devo a Nuccio Pulvirenti se oggi – per contrasto – ho imparato cos’è la tecnocrazia nella scuola, quel sapere per iniziati fatto di acronimi feroci (RAV, PDM, OSA, UDA, PTOF, PEI, BES……) col quale si fanno le conferenze di servizio ed i collegi nelle scuole in cui non si capisce niente e quelli che ci capiscono sono….lo staff. Con Nuccio le leggi e gli adempimenti erano avvolti da cultura, finezza intellettuale, linguaggio cordiale. Era il Cerini siculo. Le sue slides erano belle. Ci teneva lui alla bellezza con cui presentare anche contenuti aridi. Amava la letteratura e non concludeva mai un intervento senza una citazione. Mi disse una volta che avrei dovuto imparare a farle le slides, perché mi vedeva usare ancora la lavagna luminosa. Ha insegnato a generazioni di docenti e dirigenti la valutazione come compagna di strada per fare le cose meglio. La rete FARO ne è stata testimonianza. Ho un ricordo personale dolce, di persona mite, elegante, sempre tesa a sdrammatizzare, mai a giudicare, mai a darsi arie da uomo di potere. Lo rimpiange la scuola siciliana perché come lui, senza offesa per nessuno, non se ne sono visti più. E sempre meno, con l’aria che tira, se ne vedranno.

30 anni senza Claudio

Esattamente 30 anni fa, nel lontano 1995, se ne andava precocemente e tragicamente a 33 anni Claudio Gerbino, studioso grecista che tanti, provenienti soprattutto dalla Facoltà di Lettere di Palermo, ricorderanno, ma soprattutto amico fraterno e compagno di vita e di esperienze indimenticabili. Nella sua breve esistenza ha lasciato un segno indelebile di umanità autentica, fuori dagli schemi, capace di segnare le esistenze altrui con la profondità del suo pensare e del suo sentire. Libero da ideologie e da atteggiamenti compromissori, ha dato esempio di radicalità senza sconti e di continuo meditare sul senso della vita. Abbiamo condiviso la passione per la classicità, perché le nostre vite si sono incrociate al tempo degli studi universitari, nel lontano 1981, ma abbiamo condiviso anche gli anni in cui cominciavamo a progettare la nostra vita, solo che egli ha voluto abbandonarla quando ancora non si erano ben definite le sue situazioni professionali. Claudio ha sperimentato profondamente in sé il male di vivere che studiavamo in quegli anni con Leopardi, Montale, Pavese, ha conosciuto l’amore e lo ha vissuto tormentosamente, e in tutto questo ha segnato la mia esistenza con un magistero permanente che vorrei riassumere in un’unica frase: tieniti lontano dalla banalità. Ho ancora negli occhi il suo fastidio e la sua irritazione per la sciatteria, le cadute di stile, la superficialità che negli anni Novanta ancora si tenevano al di qua di quel che oggi si vede dappertutto.

800 anni col Cantico di Frate Sole

Francesco d’Assisi finisce per essere attuale in quanto inattuale. A scuola, quando si inizia la Letteratura italiana, si comincia proprio da lui, perché è il primo che vuole fare opera di letteratura nella lingua che parla la gente. Quel Cantico lo volle messo in musica ma la musica non l’abbiamo. Abbiamo però il capolavoro di Angelo Branduardi, composto nell’anno del Giubileo 2000, un album dal titolo “L’infinitamente piccolo” che ripercorreva la spiritualità di Francesco. In questi giorni la cantautrice Patrizia Cirulli, ancora nell’anno del Giubileo, ha rivisitato l’album di Branduardi producendone una versione molto accattivante dal titolo “Il visionario”.

Francesco è vivo, si direbbe. Vivo ed attuale perché in quel Cantico del 1225 sembra aleggiare paradossalmente la più profonda inattualità. Ed ogni inattualità rappresenta la sfida ad autocomprendersi. Persino al suo tempo, per certi versi, il Cantico poteva apparire inattuale. Francesco, gravemente malato ed in punto di morte, celebra Dio in ciò che lo rende presente tra gli umani. L’immaginario medievale era propenso a svalutare le realtà di questo mondo in omaggio alla trascendenza di Dio, ma questo testo rappresenta un vero gesto eversivo, perché eleva uno sguardo pieno di stupore e di ammirazione verso tutto ciò che di materiale ci circonda. E’ lo sguardo di un fanciullo, ovvero di chi è reso fanciullo di fronte alle eccedenti meraviglie prodotte dall’ “Altissimu, onnipotente bon Signore” del primo verso.

Di fronte alla bellezza del creato, l’uomo si fa fanciullo, e diventa capace di vedere lo splendore del sole, della luna e delle altre stelle, la fecondità del clima, la preziosità dell’acqua e del fuoco, la “maternità” della terra. Le cose per Francesco non sono ovvie, ma sono “belle”, e questo Cantico aiuta a riscoprire la bellezza delle cose che ci permettono di condurre la nostra esistenza. Qualsiasi fuga spiritualistica dal mondo riceve da questo testo una fiera contestazione. Inattuale appunto.

Il verso riferito al sole “De te, Altissimo, porta significatione” è chiave di lettura del testo. Ogni cosa per Francesco è portatrice di un’eccedenza di senso. Gli elementi della natura certamente,  ed i viventi tutti che la natura sostiene, ma anche gli esseri umani portano qualcosa di Dio con sé, come segnala la terza ed ultima parte del testo, aggiunta forse successivamente in virtù dell’aggravarsi delle condizioni di salute del santo.

Sii lodato, mio Signore, in coloro che sanno perdonare in nome del tuo amore e sanno sostenere malattie e sofferenze nella pace. E che sanno affrontare la morte confidando  nella tua misericordia. Quella morte “da la quale nullu homo vivente pò skappare”. Anche la morte è ricondotta alla visione riconciliata con l’esistenza che Francesco ci offre. Tutto è riconciliato nella gioia esistenziale espressa dal fraticello di Assisi, natura, spirito, vita e morte. Ogni attenzione per la concretezza del vivere e del sentire ha in questo testo radici forti.

Meraviglia ed essenzialità. Tempi in cui tutto si sa e si può sapere e di niente ci si meraviglia, tempi in cui l’essenziale è sommerso dal visibile e dal superfluo e tempi di sistematica devastazione ecologica, leggono il Cantico come qualcosa di opaco, che non ha diritto di cittadinanza. Quasi un secolo dopo la morte di Francesco, Dante Alighieri disegnava la vita di Francesco dentro un discorso sulla Sapienza (canto XI del Paradiso). Dante individua nella povertà il centro unificante della sapienza francescana, fino a raffigurare il rapporto tra Francesco e la povertà come un rapporto amoroso. La vita di Francesco si è svolta sotto il segno della sottrazione, che rappresenta il paradosso cristiano, per il quale si guadagna se si perde e si perde se si guadagna. La povertà francescana è prima di ogni cosa povertà dello spirito umano dinanzi all’avere, al potere e al sapere. L’opulenza cui si fa fatica a rinunciare è sfidata da questa pennellata dantesca, che individua in Francesco l’emblema di una vita gioiosa nella sottrazione. Imparare ad usare il segno meno sembra la vera sapienza. 

Leggiamo: Chiara Frugoni, Vita di un uomo: Francesco di Assisi (Einaudi 1995); Chiara Mercuri, L’avventura di un povero cavaliere del Cristo. Frate Francesco, Dante, madonna Povertà (Laterza 2023); Intervista di Chiara Mercuri a Franco Cardini del 15.03.2025.

“Non ragioniam di lor…” e noi ci ragioniamo

I molti modi danteschi di amare

Forse è l’autore in cui la parola è maggiormente presente. L’autore è Dante e la parola è amore. Sembra che per il poeta fiorentino ogni aspetto della vita umana abbia a che fare con l’amore, inteso come una forza propulsiva ancestrale. In un prezioso volumetto dal titolo Amore (Treccani 2021), Emilio Pasquini e Guido Favati offrono una rassegna dettagliatissima delle accezioni del termine. Sono tanti gli attributi che definiscono il tipo di amore che Dante volta a volta chiama in causa, ma quelli che hanno attirato maggiormente la mia attenzione e suscitato il mio desiderio di esplorarne le potenzialità di scandaglio dell’animo umano sono quattro: intellettuale, passionale, sublimato, mistico. Altri attributi potevano essere utilizzati: agapico, redento, cosmico ecc. Poi c’è l’amor che move il sole e l’altre stelle, che forse agli occhi di Dante fonda tutti gli altri “amori”.

Il viaggio alla scoperta delle forme dell’amore dantesco ha trovato una sponda preziosa in un luogo che da anni studia il Medioevo: l’Officina di Studi Medievali, a Palermo in via del Parlamento. In quel luogo, grazie all’affettuosa ed efficace cooperazione di Diego Ciccarelli, Giuseppina Sinagra e tutto lo staff dell’istituto, ogni mese scaviamo in una forma di amore dantesco. Abbiamo esplorato l’amore intellettuale e l’amore passionale. E’ emersa nel primo seminario la profonda indissolubilità tra intelletto e amore in Dante, profondamente persuaso che si può amare solo ciò che si conosce e si può conoscere solo ciò che si ama, in una circolarità nutritiva e contestatrice di ogni dicotomia tra cognizione ed emozione. E’ emersa nel secondo seminario la forza travolgente della passione amorosa – esemplificata nel celebre episodio infernale di Paolo e Francesca – ed il suo potenziale, sempre  agli occhi di Dante, di disumanizzazione. Compare già a questo livello il ruolo decisivo del “fedele consiglio de la ragione”, che il poeta auspica, nel suo libello Vita Nova, pur all’interno dei vortici amorosi.

Ecco, questo è quel che avviene ogni mese presso l’Officina di Studi Medievali di Palermo. In tempi di frenesia efficientistica provo a creare spazi di profondità, incursioni in paradigmi lontani del tempo, degustazioni di poesia e di filosofia. Trovate spazio, vi aspetto!

Giusto e ingiusto: Dante parla ancora

Monreale, Settimana di Studi Danteschi, 25 ottobre 2024

Maurizio Muraglia

O sommo Giove

    Nel sesto canto del Purgatorio Dante si scaglia contro le città italiane. Le città dell’Italia sono in perenne conflitto tra loro, preda di violenze ideologiche che arrivano anche a produrre crudeltà estreme, come si è visto con la vicenda del conte Ugolino (Inf. 33).

    Al centro dell’attenzione dantesca sta il male. Qui osservato nel suo manifestarsi politico, come conflittualità civile e caos istituzionale. La gente si odia (vieni a veder la gente quanto s’ama). Il mondo è sovvertito, ed i valori in cui Dante crede sono calpestati. L’autorità politica latita e, quando non latita, l’autorità ecclesiastica la ostacola nel suo compito di garantire ordine, armonia e benessere. E’ l’autorità politica, secondo l’impostazione del dantesco De Monarchia, quella preposta a garantire la felicità terrena.

    Di fronte all’imperversare dei conflitti politici, lo sguardo di Dante si rivolge al cielo, alla giustizia divina:

    118 E se licito m’è, o sommo Giove
    che fosti in terra per noi crucifisso,
    son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

    Nel Medioevo Giove era diventato un nome comune, e ci si poteva permettere letterariamente di chiamare il Dio cristiano col suo nome. La domanda di Dante è la tipica domanda dell’uomo biblico di fronte al male. E’ anche la domanda dell’ebreo ai tempi dell’Olocausto: Dio, dove sei? Perché guardi altrove? E’ una domanda legittimata dal verso  che coerenza c’è tra la presenza del male del mondo e l’amore che Dio ha per gli uomini, testimoniata dalla sua incarnazione e crocifissione? Se Dio è bene, perché c’è il male? L’uomo che ama la giustizia e vede l’ingiustizia, sentendosi impotente, non può che indignarsi. E’ esperienza di ciascuno.

    E dopo, quasi a sintetizzare in una sola terzina tutta l’invettiva precedente, Dante esclama:

    Ché le città d’Italia tutte piene
    son di tiranni, e un Marcel diventa
    ogne villan che parteggiando viene.

    Le città d’Italia sono tutte piene di figure dal potere illegittimo. Tiranni. Capi di fazione giunti alla signoria delle città. Anche Marcello era un capo fazione che ambiva al potere nell’antica Roma contro Cesare, e a diventare capo fazione per Dante può essere un qualsiasi campagnolo. Il potere di questi tiranni è sentito come illegittimo in virtù di una tavola di valori superiore, che fa perno sull’amore. Il grande assente dalla scena politica del tempo di Dante.

    Giustizia e Ingiustizia

    Antigone e Dante guardano al mondo e ai poteri del mondo con la coscienza dell’Ingiustizia. Entrambi subiscono l’ingiustizia delle leggi umane. Antigone si ribella e si fa giustizia da sé seppellendo il fratello Polinice. E pagando il prezzo di questa ribellione. Anche Dante paga un prezzo salato per l’ingiustizia politica. Il suo esilio è il frutto di questa ingiustizia.

    Entrambi hanno coscienza di una Giustizia superiore a quella degli uomini. In nome di questa, Antigone si ribella e fa di testa sua. E pagherà. Dante è in un’altra situazione. Non può fare niente da sé per riparare l’ingiustizia subita. Quella da lui subita è un’ingiustizia, si può dire, di sistema. Il sistema politico è malato. Dante non può aggiustarlo. Per questo si rivolge a Dio e invoca da lui la Giustizia.

    Antigone agisce, Dante interroga: non vedi cosa sta succedendo? Perché sei distratto? L’invocazione è fatta da chi non capisce. Anzi, capisce o crede di capire come Dio vuole che vada il mondo. Ma vede che va tutto al contrario.

    Di fronte al non capire Dante si pone però con umiltà. Come Antigone, anche Dante è certo di avere Dio dalla sua parte. Perché Dio è amore, e in giro c’è odio. Dante non vuole rinunciare alla bontà di Dio e allora ipotizza che sia lui a non vedere l’intenzione di Dio. Se Dio è buono, il male è provvisorio. Nel mistero della volontà di Dio si sta preparando qualcosa di buono, del tutto incomprensibile alla nostra intelligenza.

    121 O è preparazion che ne l’abisso
    del tuo consiglio fai per alcun bene
    in tutto de l’accorger nostro scisso?

    Ora, viene da chiedersi: al posto di Antigone, di fronte alla legge di Creonte, pur sapendo che il Dio cristiano sarebbe stato dalla sua parte, Dante avrebbe seppellito il fratello in nome della legge di Dio? Avrebbe trasgredito? Non è dato saperlo.

    Obbedire o ribellarsi?

    In qualunque luogo vi sia un’autorità, chi è sottoposto si aspetta giustizia da essa. Dunque il tema è posto. E se questa giustizia non c’è, che si fa? obbedire o ribellarsi? O c’è una terza possibilità?

    Antigone si è ribellata e ha pagato. Socrate non si è ribellato e ha pagato lo stesso. Dante cosa fa? Risponde all’ingiustizia con la penna. Non si sottomette alle condizioni che gli pongono per rientrare, e ne ricava una condanna a morte in contunacia. Dante giudica. Esprime con chiarezza la propria indignazione. L’andazzo politico per lui è assolutamente censurabile. I giudizi sono sferzanti. Chi dovrebbe fare il suo dovere non lo fa. Denuncia. Non è ignavo. Interpella Dio, in due passaggi. Il primo è una vera e propria critica: dove guardi? Il secondo smorza la critica e ammette la possibilità che Dio abbia sguardo più lungo. Equidistante da due atteggiamenti: l’arroganza di chi vuole capire tutto e la rassegnazione di chi accetta tutto senza prendere posizione.

    Dante prende posizione, denuncia, si indigna e scrive. Assume una postura chiara. Si può non condividere questa sua ossessione per l’autorità imperiale, la si può anzi la si deve, perché così la storia ha sentenziato, considerare implausibile, ma non lo si può accusare di ambiguità. Ogni uomo non è obbligato a capire perfettamente il tempo in cui vive. Può sbagliarsi. Ma ha il dovere, comunque, di interrogarsi e di combattere per una società migliore. Infatti Dante fa proprio questo e non c’è in lui rassegnazione o fatalismo. C’è l’interpellanza posta direttamente a Dio, quindi c’è la rinuncia alla propria onnipotenza. Egli si manifesta povero di potere e di sapere, e per questo non dà una risposta ma rivolge una domanda senza arroganza: guardi altrove o sono io che non capisco?

    Questa postura – senza arroganza e senza rassegnazione – è interessante. Ci coinvolge. A qualsiasi età. Al male non ci si rassegna. Si denuncia con coraggio rivolgendosi a chi ha autorità. Lo ha fatto anche Antigone, ma Creonte non ha sentito ragioni ed Antigone ha agito, bypassando la legalità di Creonte in nome di un senso di Giustizia superiore. In Dante però troviamo anche il riconoscimento della possibilità di una visione più ampia, che consente provvisoriamente di perdere qualche battaglia pur di vincere una guerra. Insomma, per Dante sembra che l’ultima parola sia della legge divina. Lo fa per impotenza o per convinzione?  

    Il nostro tempo, a scuola

    Alle volte in famiglia o a scuola chi ha autorità appare ingiusto e non si capisce perché: sta guardando più lontano e magari chi non ha autorità non percepisce lo stesso orizzonte. Ma la domanda va fatta, perché ogni studente ha il diritto di non capire e non ha il dovere di obbedire senza capire. E chi a scuola ha l’autorità, a differenza di Dio, ha il dovere di spiegare la ragione di quello che allo studente appare male. Di spiegargli che il male è apparente, perché è in gioco qualcosa di buono. E deve spiegare cos’è questo qualcosa di buono. Deve negoziare, argomentare. D’altra parte anche l’arroganza è controindicata, perché va sempre ammessa la possibilità di aver uno sguardo corto rispetto a quello che sta facendo chi è al di sopra di noi.

    Insomma, la domanda ineludibile di chi non ha potere verso chi ce l’ha è questa: perché fai succedere questo? Sei distratto oppure sei attento ma guardi più lungo?

    Ecco, Dante di fronte all’ingiustizia non è un rassegnato. E nemmeno un ribelle, un eversivo, un terrorista. Dante si indigna e non si trattiene dal dire e dal domandare, non fa sconti, incalza i poteri, anche rischiando la pelle, ma riconosce la propria limitatezza di sguardo, riconosce la possibilità di non vederci chiaro. Per questo domanda, chiede spiegazioni. Non è passivo, ma è attivo di fronte all’ingiustizia. In questo “riconoscimento attivo” sta proprio la sua grandezza. E forse anche la nostra, quando ci troviamo nella stessa condizione.

    FACEBOOK, QUAL È LA TUA “RETTA VIA”?

    Ritengo doveroso far conoscere quanto accade all’interno di Facebook, il più popolare dei social. Per diciassette anni me ne sono tenuto lontano, ma a partire dal 2021 ho ritenuto che potesse essere un buon canale di circolazione delle idee, e l’ho usato solo per questo, evitando come la peste aperitivi, feste di compleanno, tramonti e altra materia futile. I miei post hanno sempre avuto un carattere garbato e rispettoso, anche quando esprimevano critiche. Mi occupo di scuola.

    Nel febbraio del 2023 questo articolo sulle famose manganellate agli studenti viene rimosso perché “fuorviante”. Quest’anno, un commento alla misura ministeriale del Capolavoro degli studenti viene rimosso perché “fuorviante”. In questi giorni, un ragionamento pubblicato su questo blog a proposito del divieto ministeriale dei cellulari viene rimosso perché “fuorviante”. Le tre rimozioni hanno qualcosa in comune? Evidente: sono delle critiche a questo governo.

    Perché, si dirà, Facebook non contiene critiche al governo? Eccome! E anche sguaiate. Accuse di fascismo, insulti e denigrazioni, tutta materia che però non risulta “fuorviante” all’algoritmo imbecille. E dunque? E dunque si scopre che se hai fatto indispettire qualcuno (o qualcuna) nella vita (e a me capita, perché ho il difetto di non mandarla a dire) questo qualcuno (o questa qualcuna) ha il potere di “segnalarti” a Facebook. La sua identità resterà anonima e tu sarai oscurato.

    In questi giorni su Facebook mi sono pronunciato su un tema innocente, la qualifica di “prestigiosa” attribuita ad una scuola. Lo spunto era la revoca della nomina a DS di Giusto Catania. Il post è rimasto un paio di giorni. Era più innocente di un francescano. Ponevo soltanto dei quesiti di ordine pedagogico-culturale. Oscurato perché “fuorviante”.

    Tiriamo le somme. Questo è un social che permette agli istinti più volgari di dire le peggiori porcherie e di oscurare invece chi ha la ventura di fare antipatia a qualcuno (o qualcuna). La segnalazione anonima mi suscita ricordi inquietanti. I naviganti di Facebook si costernano e si indignano, esprimendo stima e solidarietà, per tornare poi alle solite pratiche social nella speranza che qualcuno (o qualcuna) non si alzi la mattina e dica: “adesso basta tu non parli più”. Cioè che non capiti a loro.

    Questo accade nella nostra Repubblica delle Banane.

    DIVIETO CELLULARI: IL NEOPROIBIZIONISMO CHE METTE LA CENERE SOTTO IL TAPPETO

    “Io non ho conosciuto il peccato se non per la legge, né avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non desiderare. Prendendo pertanto occasione da questo comandamento, il peccato scatenò in me ogni sorta di desideri”.

    Torna sempre alla mia memoria di laico questo passo di Paolo di Tarso, tratto dalla Lettera ai cristiani di Roma, quando nel mio lavoro di insegnante osservo la dinamica della Proibizione, di cui la scuola, a misura della sua perdita di credibilità sociale, sembra avidamente nutrirsi. La dinamica della Proibizione consente a chi vuole debellare un fenomeno di intervenire sulle regole. Sarebbe impensabile una scuola priva di regole. Chi potrebbe immaginare una vita scolastica ordinata se nulla fosse proibito?

    L’ultima circolare del ministro Valditara non poteva che riscuotere il plauso pressoché generalizzato perché proibisce l’uso del cellulare nella scuola dai 3 ai 14 anni. E per marcare la propria perentorietà lo vieta anche per scopi didattici, aggiunta superflua perché sarebbe stato comunque l’unico ambito in cui la proibizione avrebbe dovuto concentrarsi, considerato che il cellulare in classe, durante le lezioni, già non può essere adoperato con altri scopi. Quindi la notizia non è il divieto ma gli scopi didattici.

    Questa proibizione dovrebbe “togliere il male da Israele”, sempre per parafrasare l’ansia proibizionista dell’antico ebraismo certificata dal Deuteronomio.

    Vietare è impegnativo. Perché chi vieta deve essere irreprensibile, pena l’indebolimento di significato del divieto, del genere “fate come vi dicono ma non fate quel che fanno”. Il mondo proibizionista degli adulti, infatti – mondo politico incluso che ne ha bisogno come il pane per gestire i consensi – non è meno dipendente dai cellulari di quanto non appaia il mondo giovanile, e a giudicare dal continuo e becero uso che se ne vede fare da persone che vanno dai 40 ai 70 anni si può trarre il convincimento che forse il pulpito ha qualcosa che scricchiola.

    Si dirà che il divieto riguarda i più piccoli, ma qualcosa non torna ugualmente, perché consentire al quattordicenne liceale quel che è vietato al ragazzino che era prima non toglie proprio nulla da Israele, ovvero non rende il quattordicenne più saggio.

    Seguendo la logica paolina infatti è abbastanza verosimile che il divieto aumenti a dismisura la voglia di trasgressione dei più piccoli, ai quali le insegnanti e gli insegnanti del primo ciclo dovrebbero spiegare perché loro no e gli adulti sì. Impossibile infatti immaginare un esercito di docenti del primo ciclo che dalle 8 alle 14 ignori il proprio cellulare: ci sarà sempre un tecnico della lavatrice, una madre anziana, un postino, un corriere di Amazon che non passeranno mai dal centralino della scuola. E allora che si fa?

    I social sono il luogo-principe della chiacchiera da stadio. E nella logica dello stadio si è visto chi ha denigrato la circolare del ministro perché Valditara è di destra e quindi appariva naturale contestarlo anche se avesse detto che la terra gira attorno al sole; e chi vi ha inneggiato come alla panacea di tutti i mali del secolo, perché all’uomo comune la Proibizione – naturalmente inflitta agli altri su questioni che non lo toccano – dà una sorta di vertigine educativa insopprimibile.

    Posture come quella che qui assumo invece sono molto più soggette a critiche perché sfuggono a quel genere di chiacchiera e peraltro hanno un’impronta antiproibizionista. Infatti sono convinto che in educazione ogni proibizione abbia respiro corto: vinci la battaglia, ma non vincerai mai la guerra. In politica questa attitudine al proibire (tra cui chiudere porti ecc.), che è un’attitudine muscolare, si chiama generalmente propaganda. Sono ormai più di venti anni che i ministri tentano di fare la guerra ai cellulari, con lo sguardo miope di chi non immagina che una circolare ministeriale del 2070 proibirà l’ingresso nelle scuole senza il cellulare, come oggi è proibita la partenza in aereo senza documento di riconoscimento.

    L’alternativa alla proibizione è nota a tutti, ma ha scarso successo perché costa troppa fatica e forse esige una professionalità docente di un certo tipo. Il dispositivo da proibire va infatti guardato in faccia, tutti insieme, per capire dove ci frega e dove ci avvantaggia. Ci sono momenti della lezione in cui lo poseremo perché il focus è altrove, e anche questo riporre il cellulare sarà educativo, con un’enfasi quasi liturgica, perché tutti capiranno quando è il caso e quando non lo è. Poi lo prenderemo tutti insieme perché ci serve andare a cercare qualcosa che ci serve oppure perché vogliamo imparare il suo utilizzo per studiare meglio.

    Essendo un dispositivo di uso quotidiano che poi, dalle 14 in poi, userebbero comunque, si tratterebbe di metterlo a tema in classe, come tutte le cose “pericolose” che a scuola vengono guardate in faccia per capire in cosa consista la loro pericolosità. Diventiamo dipendenti da qualcosa senza cui non riusciamo a vivere. Non è che toglierla dai radar vuol dire eliminare la dipendenza. Ti posso togliere la “roba” e farti impazzire dal desiderio di averla, ma non ho risolto il problema se non lavoro sulle ragioni della dipendenza. Significa mettere la cenere sotto il tappeto.