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Se n’è andato

Tre mesi fa esatti, trovandomi in zona, ebbi l’istinto di volerlo rivedere. E lo andai a trovare nella sua nuova casa comunitaria, La Madia. E ho fatto bene. Tutte le vicissitudini, sue e della comunità di Bose che egli fondò circa mezzo secolo fa, non trovano posto nel momento in cui faccio memoria di quel che è stato quest’uomo per la mia formazione. C’è stato un momento, più di 30 anni fa, in cui il modo in cui costui parlava di Dio e scriveva di fede, di Scritture, di umanità, mi rivoltò come un calzino. La sua era una comunicazione potente, che ti entrava nei neuroni e nelle viscere, e ti faceva venire desiderio di vita profonda e genuina. Ebbi l’onore di incontrarlo più volte, persino a casa mia, di mangiare con lui, di condividere tanti momenti della mia vita. Mi fece balenare l’idea che la parola e le parole potessero nutrire e trasformare l’anima, e a prescindere dall’essere religiosi o meno ho constatato essere profondamente vero, senza miracoli e senza magie, solo con la potenza del cuore da cui nasce quella parola. Anche la sua, di parola, aveva questo effetto dirompente. Oggi forse non ha più tutti gli estimatori di un tempo, ma questo blog vuole lasciare traccia dell’affetto profondo che ho avuto per lui. Buon viaggio, Enzo.

Il partito dei Nauseati

Dal momento che mi è parso doveroso dare risposta alle lamentele di questo blog, che ormai si sente abbandonato, mi sono chiesto quale potesse essere per me l’argomento più meritevole di riflessione, tenendo sempre fede all’istanza di brevità che a mio parere deve caratterizzare la scrittura digitale.

Non mi interesso molto di politica e confesso candidamente la mia incompetenza, che ha preso campo soprattutto a partire dal 2001, quando il discorso politico ha assunto i tratti della chiacchiera da bar e da stadio. Fino a quel momento ci capivo qualcosa. Con l’avvento di Facebook e Twitter la catastrofe si è realizzata. Capirci è diventato sempre più difficile e avventurarsi nelle cialtronerie social dei politici sempre meno salutare. La rappresentazione ha preso il posto della verità.

Resto novecentesco nell’idea, molto dantesca (Purgatorio VI), che le istituzioni contino più dei partiti. Non sono disposto a ritenere democristianismi (termine usato da un caro amico che ha denigrato pubblicamente il mio approccio) tutti gli sforzi di trovare intese su questioni che riguardano la collettività. Finché viviamo in uno Stato democratico di diritto chi governa il Paese e chi sta all’opposizione devono discutere. La militanza non serve alla politica in uno Stato democratico. Militanza viene da miles che vuol dire soldato. Non si va alla guerra quando si fa politica, ma quando si devono abbattere le dittature.

Questo mio atteggiamento è impopolare. Prevale la voglia di coltello tra i denti, la voglia di annientare, cacciare via, colpire. Sono fascisti e con loro non si parla. Sono criminali, sono razzisti. Se qualcuno di loro si fa vedere in un contesto che la parte opposta reputa implausibile (vedi Salvini al tributo a De André), inizia lo stracciamento delle vesti. Se Dori Ghezzi assume un atteggiamento liberale, oltraggia la memoria del marito. Chi è razzista deve essere pagato con la stessa moneta: occorre essere razzisti con lui. Nessuna obiezione è possibile, perché chi obietta vuol dire che sta dalla parte sbagliata. La sinistra è proverbialmente convinta di stare dalla parte giusta della storia. Ed io quando voto voto a sinistra. Ma non sono convinto di stare dalla parte giusta della storia. Sono un laico. In religione e in politica.

E’ un Paese malato quello in cui maggioranza e opposizione sono capaci di vedere nell’altra il Male assoluto. La sinistra è convinta che l’impossibilità di cooperare al bene comune dipenda dalla destra. Non è palesemente così. Una volta si usava il termine “pontieri”. Non ci sono pontieri, perché i pontieri rischiano di essere espulsi dalle cabine di regie dei loro partiti, che chiedono “idee chiare e nette”. Identità forti. Bisogna distinguersi da questa destra razzista e fascista. Ogni cedimento a ragioni istituzionali è interpretato come intelligenza col nemico. Recentemente Michele Serra (sinistra) e Giordano Bruno Guerri (destra) dalle colonne di Repubblica hanno deplorato questo veleno della politica italiana. Democristiani sono stati bollati. Termine che ormai viene usato da tutti i militanti.

Quelli di sinistra che rigettano sdegnosamente questo discorso perché combattono le giuste battaglie per la Costituzione, i migranti, l’ecologia, l’istruzione bla bla bla hanno nostalgia di Fidel Castro ma si ritrovano ahiloro Schlein e Conte. Rimane l’acredine e l’astio per i fascisti, ma non c’è fascismo in Italia e neppure comunismo e si perde tempo a tirarsi razzetti quando le emergenze di politica estera, di sicurezza, di ambiente, di sanità, di scuola richiederebbero tavoli bipartisan, pontieri. Non c’è più tempo per i razzetti. Questa classe dirigente passerà alla storia perché incapace di esprimere pontieri. L’unico pontiere è rimasto Mattarella. Forse lo erano Veltroni o Letta (lo zio) ma ormai è damnatio memoriae.

Bisognerebbe ricacciare indietro tutti coloro che non sono capaci di riconoscere che la parte opposta dice o fa qualcosa di positivo. Questa incapacità mostra che ciascuna parte ritiene l’altra un concentrato di errori. Ma questa incapacità è veleno senza futuro. A volte mi capita di consentire con quel che dice un governativo. Non si può dire. Chi fa politica spesso mi dice che consentirebbe in taluni casi con la parte avversa, ma rischia a dirlo perché nel partito sarebbe linciato. Bisogna tenere una postura oppositiva. Evitare di scivolare nel consenso col Nemico per non essere accusati di ambiguità. Abdicare alla propria mente. Affondare nell’ideologia. Agire come marionette. Per questo la politica non mi ha mai attratto. Perché all’ideologia ho sempre preferito la filologia e alla propaganda lo studio. Parlare per cercare consenso rende il parlare intrinsecamente pubblicitario. Le Indicazioni per i Licei di Valditara contengono per l’80 per cento e forse più principi pedagogici e didattici che ho seguito per tutta la mia carriera. Poi ci sono alcune fesserie qua e là ma non sono l’essenziale di quel testo. Non mi sento obbligato a dire che non ci sono cose buone perché sarei “di sinistra”. Io sono un insegnante della Repubblica non un politico prestato alla scuola.

Finisco. Questa politica mi nausea. Mi nauseano tutti, mi nausea la propaganda ed il razzismo di governo, mi nausea il puritanesimo velleitario dei cosiddetti “miei”, che gridano al lupo al lupo, allarme son fascisti e non elaborano uno straccio di alternativa per il semplice fatto che in comune hanno poco e niente. Come quando erano tenuti insieme da “Non siamo Berlusconi”, anche oggi l’adrenalina proviene dal dire fascisti fascisti fascisti. Chi lo urla si riempie la bocca perché si sente erede dei partigiani. Amici della Nato e amici di Putin che si siedono allo stesso tavolo fanno solo ridere. Se si fa un elenco dei temi su cui dovrebbero convergere si trovano mondi completamente diversi. Non hanno cosa proporre. Ciascuno ha interesse soltanto a ritagliare la propria specificità. Per non perdere i propri elettori. Il Salvini deplorato da tutti i social resta uno con cui una parte di questo campo largo ha fatto un governo e con cui una parte di questo campo largo condivide l’indulgenza e se non l’indulgenza l’ambiguità verso il criminale russo.

Se fossi più giovane forse fonderei il partito dei Nauseati. Non per favorire l’astensionismo, anzi al contrario per radunare e riportare al voto quelli che della Militanza hanno piene le tasche. Quelli che vogliono al governo gente con una caratteristica precisa: capacità di risolvere problemi insieme alle opposizioni, mettendo insieme approcci doverosamente differenti, aspramente differenti, ma complementari. Riconosciuti da entrambe le parti complementari. Togliendo il coltello dai denti per garantire l’interesse comune. Chiamatelo democristianismo, gandhismo (mi ha detto qualcuno) o irenismo, ma non è più tempo di duri e puri o celoduri. Non è più tempo di demonizzazioni. Non è il regno del bene e del male, la politica. E neppure della Verità. Dev’esserci un motivo per cui tanta gente, sbagliando, non vota più.

Grazie Mario

Se n’è andata oggi una figura benemerita della cultura e della scuola, l’editore Mario Palumbo. Chi lo ha conosciuto non potrà mai dimenticarne l’eleganza e la mitezza, ed è così qui che voglio ricordarlo. Non ho bisogno di sottolineare l’enorme lavoro compiuto, insieme al fratello Giorgio, per promuovere la cultura della scuola. Non era soltanto l’editore Mario Palumbo, per quanto generazioni di docenti lo abbiano conosciuto per i libri di testo, ma era anche un uomo convinto che la scuola non potesse limitarsi a tramandare il sapere, ma dovesse essa stessa autocomprendersi come produttrice di sapere. Per questo innumerevoli seminari e convegni lo hanno visto instancabilmente impegnato nell’ideazione e nell’organizzazione. Ho lavorato a stretto gomito con lui quando ho ricoperto la carica di presidente del CIDI di Palermo tra il 2004 e il 2012. Perfezionista. Ma anche conviviale. Convinto che fosse importante creare tra docenti occasioni di incontro festoso, dopo un convegno. La semplicità del tratto rendeva facile la conversazione con lui, senza formalità. Anche per questo ci mancherà. La scuola perde prematuramente una figura che ancora credeva nell’istruzione come luogo di promozione culturale, di emancipazione, di inclusione. Nelle ultime conversazioni lamentavamo insieme la burocratizzazione e la tecnocratizzazione delle procedure scolastiche, che stanno affaticando gli insegnanti distogliendoli dall’approfondimento culturale. Mancherai Mario, ciao.

In casa editrice nel 2017

Professore, facci sognare

Impazza, anche tra gli addetti ai lavori della scuola, la serie televisiva dal titolo “Un professore”, protagonista Alessandro Gassman. “Dovresti vederla”. “Uno come te non può non vederla”. E vediamola allora. Dante Balestra è il professore. Un tipo come si suol dire alternativo, sempre con giacca squinternata-bavero alzato, mai o forse in qualche puntata una camicia, maniche rigorosamente arrotolate, jeans, scarponi e un po’ di trasandatezza generale come di chi non può apparire troppo borghese. Il collega giacca e cravatta dal piglio d’altri tempi che incontra in sala professori fa risaltare maggiormente l’anticonvenzionalità del Balestra. La fiction, si sa, è un mondo 2, che qualche legame col mondo 1 della realtà non può non averlo. Anzi, deve averlo. In questo caso ci si chiede quali rapporti la scuola della serie televisiva “Un professore” intrattenga con la scuola reale.

Egli insegna, manco a dirlo, filosofia. Entra in classe si siede sulla cattedra o gira tra i banchi e affabula. Parte della classe è rapita e affascinata, parte resta alquanto annoiata, troppo presa da altri problemi. E in questo un certo aggancio con la realtà c’è. In classe ci sono figli di docenti, compreso il figlio del protagonista (che ha un legame omosessuale), e questo con la realtà c’entra meno, perché la legge vieta di avere i propri figli come alunni. A ciò si aggiunge che anche la figlia della dirigente scolastica sta in classe ed è compagna dei figli dei professori. Si chiama Greta ed è un soggetto come si suol dire a rischio, infatti la preside chiede al Balestra, specialista in casi difficili, di tenerla d’occhio.

La vita di questo professore è una vita alquanto eroica. Egli si fa carico di tutte le problematiche dei suoi allievi e non manca naturalmente l’alunno suicida, Gabriele, di cui non è riuscito ad accorgersi (segue senso di colpa da onnipotenza frustrata). La vita di questi allievi diciottenni è alquanto tumultuosa. Storie sentimentali, sessuali, inquietudini, stati depressivi. I docenti cercano di fare bene il loro lavoro, ma il vero eroe è lui, che ha al suo attivo anche altre imprese. Per esempio imprese erotiche. Mentre scrivo, una delle sue colleghe (Claudia Pandolfi nel mondo 1), con il figlio in classe anche lei, è incinta e non ha il coraggio di rivelarlo al padre, cioè al Professore, ma occorre anche considerare che il mitico Balestra ha condiviso il letto nientemeno che con la giovane e zelante dirigente, separata, una tipa che vuole indossare la maschera rigida richiesta dal suo ruolo, ma risulta scarsamente convincente. Anzi alquanto ridicola. Sarebbe più convincente se facesse l’innamorata come si vede lontano un miglio che è. Poi la figlia Greta vuole suicidarsi e i due ex amanti, Balestra con la dirigente, corrono a salvarla. Molto emozionante.

Balestra affascina, senza dubbio, e chi se non un fascinoso come Gassman figlio avrebbe potuto impersonare un docente che fa sognare gli allievi e seduce dirigente e collega? È vero, talvolta il Balestra esibisce una certa fragilità, ma anche questa fa parte del fascino. È possibile che la fedeltà (che io non possiedo) del telespettatore possa essere premiata nel tempo. Ovvero è possibile che del nostro Professore possano emergere sfaccettature che questo breve testo sta ignorando. Ciò che non ignora è che egli si dedica anima e corpo ai suoi allievi. La banalità della routine familiare o coniugale non gli appartiene. Perché, se non mi sono perso qualcosa (cosa assai probabile), il Balestra è rigorosamente single.

Ma l’interrogativo rimane. Che scuola è quella del prof Balestra? Quale scuola contesta? E quali desideri vuole suscitare nei docenti? O quali insegnamenti vorrebbe impartire? Siate docenti fuori dagli schemi? Sì, perché se non ricordo male anche nella fiction di lui si dice che sarebbe fuori dagli “schemi”. Ma io che ogni giorno entro negli schemi (sempre meno gradevoli) della scuola devo considerarmi culturalmente banale? E se non inseguo per le strade di Palermo i miei allievi che corrono pericoli di varia natura, oppure non prendo botte da qualche delinquente per salvare una mia allieva (sì, accade nella fiction) devo considerarmi un docente alla don Abbondio? Un ignavo?

Insomma, chi potrebbe nel mondo 1 della realtà essere come il professor Balestra? Che spiega filosofia a braccio, che probabilmente neppure mette voti e non sopporta il registro elettronico, insomma che non tollera (chi può dargli torto?) tutta la burocrazia della scuola, che accende luci rosse con colleghe e persino con la dirigente scolastica? Che si ingaglioffa tra gli infiniti problemi delle sue allieve e dei suoi allievi? Che presta soldi e prende anche botte per loro?

Alzi la mano chi non vorrebbe essere un po’ come lui.

Indelebile Nuccio Pulvirenti

Li chiamavano Ispettori, oggi sono Dirigenti Tecnici. Se n’è andato uno di questi, l’Ispettore Sebastiano Pulvirenti chiamato affettuosamente “Nuccio”, una di quelle figure che non si possono cancellare. Ho avuto l’onore di lavorare a stretto gomito suo per alcuni anni, senza essere, come si dice, “comandato” nelle stanze del potere scolastico locale. Ero un insegnante in servizio e basta. Portavo avanti il CIDI di Palermo. Quegli anni erano anni in cui le scuole siciliane avevano la sensazione di essere assistite. Erano gli anni immediatamente seguenti all’arrivo dell’autonomia, in cui credeva fortemente, e spesso ci si ritrovava insieme allo stesso tavolo a lavorare con i docenti. E con noi anche Giancarlo Cerini, suo caro amico. Devo a Nuccio Pulvirenti se oggi – per contrasto – ho imparato cos’è la tecnocrazia nella scuola, quel sapere per iniziati fatto di acronimi feroci (RAV, PDM, OSA, UDA, PTOF, PEI, BES……) col quale si fanno le conferenze di servizio ed i collegi nelle scuole in cui non si capisce niente e quelli che ci capiscono sono….lo staff. Con Nuccio le leggi e gli adempimenti erano avvolti da cultura, finezza intellettuale, linguaggio cordiale. Era il Cerini siculo. Le sue slides erano belle. Ci teneva lui alla bellezza con cui presentare anche contenuti aridi. Amava la letteratura e non concludeva mai un intervento senza una citazione. Mi disse una volta che avrei dovuto imparare a farle le slides, perché mi vedeva usare ancora la lavagna luminosa. Ha insegnato a generazioni di docenti e dirigenti la valutazione come compagna di strada per fare le cose meglio. La rete FARO ne è stata testimonianza. Ho un ricordo personale dolce, di persona mite, elegante, sempre tesa a sdrammatizzare, mai a giudicare, mai a darsi arie da uomo di potere. Lo rimpiange la scuola siciliana perché come lui, senza offesa per nessuno, non se ne sono visti più. E sempre meno, con l’aria che tira, se ne vedranno.

State buoni se potete (politically correct)

Che idea diffusa c’è sul “manifestare”, sul “dissentire”? Può esserci spazio per un politicamente corretto del manifestare? Certo ci sono delle regole cui nessuno può venir meno. Da un lato. Dall’altro c’è che l’indignarsi, a meno che non sia una buffonata, presuppone rabbia, sdegno, voglia di cambiare le cose.

Quanto ci si lamenta dell’apatia dei nostri ragazzi? Non si indignano per niente, sono indifferenti, sono abbarbicati al cellulare. Ma il mondo degli adulti davvero si lamenta di questo oppure sotto sotto lo benedice? La discussione dei docenti al momento del voto di condotta sembra esemplare. L’alunno che dissente dal modo di insegnare del docente difficilmente avrà “dieci”. Di più: c’è anche l’alunno un po’ “vivace” che paga pegno e magari si prende il suo “nove”, se non “otto”, perché ha subito qualche nota.

Siamo davvero convinti di desiderare alunni capaci di “esagerare”, che è quella situazione in cui ci si trova quando si è incazzati? Oppure abbiamo tanta voglia di alunni buoni, ubbidienti, diligenti, che rompono il meno possibile? Di quale immaginario si nutrono i cittadini?

La verità è che la nostra educazione resta tutto sommato perbenista e normalizzatrice. Sono rari gli insegnanti che col monello discutono. Tanti ancora sanzionano. Convinti che la sanzione sia un rimedio alla monelleria, ammesso che questa sia tale. La sanzione punitiva a scuola è legittima? Senza dubbio. Ma il criterio di legittimità sul piano educativo non sempre è il criterio vincente. Perché poi dietro presunte legittimità si nasconde il manganello.

Nell’immaginario educativo non ha ancora trovato posto un’idea di educazione dialogica, capace anche di rischiare che la monelleria abbia il sopravvento pur di mantenere la relazione. Insomma un’educazione non violenta.

State buoni se potete

I ragazzi manifestanti subiscono manganellate dalle forze dell’ordine. Indignazione generalizzata, persino dal Quirinale. Sacrosanta. Però occorre fare un passo ulteriore. Che idea diffusa c’è sul “manifestare”, sul “dissentire”? Può esserci spazio per un politicamente corretto del manifestare? Certo ci sono delle regole cui nessuno può venir meno. Da un lato. Dall’altro c’è che l’indignarsi, a meno che non sia una buffonata, presuppone rabbia, sdegno, voglia di cambiare le cose.

Quanto ci si lamenta dell’apatia dei nostri ragazzi? Non si indignano per niente, sono indifferenti, sono abbarbicati al cellulare. Ma il mondo degli adulti davvero si lamenta di questo oppure sotto sotto lo benedice? La discussione dei docenti al momento del voto di condotta sembra esemplare. L’alunno che dissente dal modo di insegnare del docente difficilmente avrà “dieci”. Di più: c’è anche l’alunno un po’ “vivace” che paga pegno e magari si prende il suo “nove”, se non “otto”, perché ha subito qualche nota.

Siamo davvero convinti di desiderare alunni capaci di “esagerare”, che è quella situazione in cui ci si trova quando si è incazzati? Oppure abbiamo tanta voglia di alunni buoni, ubbidienti, diligenti, che rompono il meno possibile? Di quale immaginario si nutrono anche i ragazzi delle forze dell’ordine, senza che necessariamente debbano avere avuto ordini dall’alto?

La verità è che la nostra educazione resta tutto sommato perbenista e normalizzatrice. Sono rari gli insegnanti che col monello discutono. Tanti ancora sanzionano. Convinti che la sanzione sia un rimedio alla monelleria, ammesso che questa sia tale. La sanzione punitiva a scuola è legittima? Senza dubbio. Ma il criterio di legittimità sul piano educativo non sempre è il criterio vincente. Perché poi dietro presunte legittimità (manifestazione non autorizzata ecc.) si nasconde il manganello.

Il poliziotto che manganella è figlio di un immaginario in cui non ha ancora trovato posto un’idea di educazione dialogica, capace anche di rischiare che la monelleria abbia il sopravvento pur di mantenere la relazione. Insomma un’educazione non violenta, quale magari i nostri giovani poliziotti non hanno ricevuto.

Annamaria, compagna di strada

Se n’è andata inaspettatamente Annamaria Adamo. Il dolore è grande. E il ricordo è doveroso. La ricorderanno in tanti preside della scuola media “Piazzi”, ma anche formatrice, esperta in processi cognitivi e disabilità. Una figura storica per la scuola siciliana, una donna militante, vibrante di spirito democratico, attenta alla politica e al sociale. Una donna di sinistra.

Per me Anna è stata una compagna di strada. Nel 1997 la presidente del CIDI Cristina Morrocchi volle rinnovare il Direttivo e chiamò lei e me a farvi parte. Ci conoscemmo in quell’occasione. Assunsi poi la presidenza del CIDI di Palermo dal 2004 al 2012 e la chiamai perché volevo che rientrasse (anni prima ne aveva fatto parte). Fui insistente. E cedette. Avevo bisogno della sua scienza e della sua esperienza e volli che mi affiancasse come vicepresidente. Una dirigente che fa la vicepresidente di un docente era davvero un paradosso. Solo lei poteva produrlo. Umile, fedele, preziosa sempre. Nel 2007 il CIDI rimase senza sede, e con generosità offrì la scuola che dirigeva. Tutt’ora la Piazzi è la sede del CIDI.   

Otto anni gomito a gomito. Brutto carattere, si diceva qua e là. Certo, in tempi di politicamente corretto e di buonismo mieloso in cui non si riesce più a dire soggetto predicato e complemento senza giri di parole, Anna era un brutto carattere. Ma per uno come me era perfetta, perché sapevo sempre quel che pensava. Non la mandava a dire.

Con lei il CIDI di Palermo ha acquistato forza e prestigio, e a lei il CIDI attuale deve tantissimo. Per anni ha messo a disposizione delle docenti e dei docenti palermitani la scienza di Mauro Di Mauro, esperto di scienze cognitive e di metodo Feuerstein alla Ca’ Foscari di Venezia. I suoi corsi, frequentatissimi, hanno ispirato la didattica inclusiva di tanti insegnanti prima dell’invasione di BES e conseguenti PDP che hanno ormai ospedalizzato la scuola a causa della sfiducia dei genitori nella capacità inclusiva della stessa.

Compagna di strada. Di quelle che puoi voltare le spalle senza temere nulla. Di quelle che ti proteggono senza fartelo capire ma tu lo capisci lo stesso. Uno spirito apparentemente spigoloso, ma capace di infinita dolcezza e sconfinata generosità, come ben sanno i suoi familiari. Aveva una speciale sensibilità umana per tutte le forme di svantaggio e disabilità, come ben ricorderà il comune amico Maurizio Gentile. Legatissima ad Alessandra Siragusa, altrettanto a Giancarlo Cerini, figure che questo blog ha ricordato e che resteranno per sempre nella memoria della nostra scuola. Proprio come la nostra – e mi piace chiamarla come la chiamavano tutti – preside Adamo. Ciao Anna.