Archivi categoria: Cultura e società

L’umiltà di voler capire

I giornalisti quando parlano di scuola tendono a semplificare perché devono accattivarsi l’opinione pubblica.

Ma non é sempre così. Questo libro di Giovanni Floris lo dimostra.

Lettura agile piena di intelligenza e dell’umiltà necessaria a capire un mondo complesso come quello della scuola: Floris ha percorso l’Italia per un anno parlando con insegnanti, dirigenti, studenti e genitori.

Solo un esempio: “Il messaggio da far passare non é solo che studiare ti aiuta a trovare più facilmente lavoro ed essere pagato di più. E’ che studiare ti aiuta, in generale. Che ti fa bene, che rende la tua vita migliore. Nessuna scuola, sono convinto, nemmeno quella tecnica, deve servire solo a orientarti verso una “professionalità”. Se a un certo punto ti aiuta a trovare la strada che fa per te é un bene, ma il suo compito di base é proprio l’opposto. Quello di metterti davanti la vertiginosa infinità delle strade possibili, che la famiglia d’origine magari non é in grado di mostrarti” (p.109).

Quanto basta per portarlo nella sacca da mare.

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La contemporaneità oscura

Questo articolo della politologa Sofia Ventura ricostruisce le vicende della politica italiana dell’ultimo quarto di secolo. Lo fa utilizzando alcune parole quali “populismo”, “antipolitica”, “rottamazione”, “corruzione” che  costituiscono l’ossatura di un discorso sulla contemporaneità politica. I documenti sulla scuola risuonano pomposamente di altre parole quali “cittadinanza”, “Costituzione”, “partecipazione”, “identità”. Leggendo questo articolo moltissimi insegnanti, da me stimolati, mi hanno confidato il loro scetticismo non tanto sulla possibilità che la nostra storia più recente possa essere oggetto di discussione in classe, quanto sulla possibilità che la stessa storia sia addirittura conosciuta dai docenti delle nostre scuole.

E in realtà il sospetto é forte, a giudicare dalla chiacchiera frivola che spesso é dato ascoltare nelle sale professori e dalle competenze dei nostri ragazzi sull’ultimo quarto di secolo della nostra storia.

I nostri esami di Stato si attorcigliano tra fascismi, nazismi e guerre mondiali. Al più discutono di guerra fredda. Il resto é oscuro. E ogni generazione di insegnanti continua a sottrarre alla generazione di alunni che le tocca le vicende che essa stessa o non comprende o non ha vissuto. Alla faccia della cittadinanza.

JE SUIS AQUARIUS

 

 

 

NON SI FA DEMAGOGIA SULLA PELLE DELLE PERSONE

PORTO DI PALERMO STASERA ORE 21

La patetica alternativa conoscenze-competenze

La lettura di questo articolo apparso il 18 aprile scorso sul Corriere è rivelativa della confusione mental-mediatica che regna a proposito del compito dell’insegnamento. L’alternativa tra conoscenze e competenze è un caposaldo di questa confusione e ci deprime ogni giorno sui media. La stessa alternativa che c’è tra una persona di 15 anni e la stessa persona a 30 anni. Di chi si parla? Di due persone? O di una che nel tempo è diventata l’altra? Così l’articolo dice che l’America abbandonerebbe i test perché rinuncerebbe alle competenze perché queste sarebbero inutili in assenza delle conoscenze. Da urlare. Non sarebbero inutili le competenze. Non ci sarebbero per niente. Così come sarebbero perfettamente inutili le conoscenze senza che evolvano in alcunché: cioè restiamo sempre quindicenni.

I test di lettura secondo il report di quest’articolo non sarebbero in grado di vedere competenze e quindi andrebbero abbandonati. Scoperta dell’acqua calda. Certo che la competenza di lettura non si vede dai test. Lo diciamo da una vita. Poi ci dice che secondo questa ricerca americana un testo non basta decodificarlo ma occorre comprenderlo. Che vuol dire? Comunque sia, occorre comprenderlo. Altra acqua calda. E per vedere se si è compreso, dico io, non occorre fare delle domande più ampie ed aperte di quelle di un test, come fanno molti eccellenti libri di testo adoperati a scuola? E la risposta a queste domande non consente di scrutare la competenza di lettura molto meglio che con un quiz? E vedere la competenza di lettura non significa vedere comprendere un testo?

Hanno scoperto quest’acqua calda gli americani? E le conoscenze? Ma conoscenze de che? L’enciclopedia culturale del lettore? E chi aveva detto agli americani (e agli italiani) che non serve? Certo che serve. Ma che facciamo adesso? Facciamo tutti dei piccoli Pico della Mirandola per avere la capacità di comprendere i testi e fare felici gli accademici che sbraitano contro le competenze? Le conoscenze sono necessarie quanto ad un trentenne è necessario essere stato quindicenne. Come la fai la scuola per le competenze tagliando le conoscenze? Ma il quindicenne non lo si può lasciare tale. Il quindicenne sta sempre nel trentenne. Ma ci sta in un altro modo! Occorre prepararlo anche a diventare trentenne. Le conoscenze sono le radici delle competenze ma le competenze sono il loro frutto. E’ così difficile capirlo? Oppure è mediaticamente irresistibile fare duellare conoscenze e competenze perché sono due ed è troppo banale riconoscere che sono due fasi diverse dell’apprendere umano?

Lorenzoni e la Ministra: e se non lo avesse detto l’Invalsi?

Su Repubblica del 5 luglio scorso, Concita De Gregorio, nella sua rubrica “Invece Concita”, pubblica una lettera del maestro Franco Lorenzoni che rivolgendosi alla Ministra Fedeli denuncia – sulla scorta di una denuncia prodotta da una lettrice il 21 giugno scorso –  l’anomalia della composizione delle classi soprattutto al Sud, che tende a “segregare” i ragazzi delle fasce sociali più basse in vere e proprie classi-ghetto. Lorenzoni, citando Don Milani, fa un discorso ineccepibile perché parla di un’ingiustizia che viola palesemente l’art. 3 della Costituzione.

Il giorno dopo la Ministra, sempre stesso mezzo, risponde …da Ministra. Che il MIUR ha fatto, che il MIUR sta facendo, che il MIUR farà. Ineccepibile anche la risposta. Entrambi gli interlocutori condividono il medesimo orizzonte valoriale.

Ma entrambi condividono anche lo stesso paradigma interpretativo. Quello del “dato” Invalsi che rivelerebbe l’anomalia. Nessuna differenza in questo senso tra il maestro e la Ministra. L’eccessiva variabilità socioculturale nella composizione delle classi non è rivelata da indicatori relativi a processi di ordine relazionale, comunicativo o a compiti di natura aperta, che potrebbero essere costruiti, se si volesse, a partire dalle osservazioni sul campo degli insegnanti, ma dai risultati delle prove Invalsi. Poiché al Sud i risultati delle prove Invalsi di una classe differiscono fino al 27% dai risultati di una classe parallela, vuol dire che siamo davanti ad un’anomalia da correggere. Una delle due classi è composta da figli di poveri e pertanto fa complessivamente male le prove Invalsi. L’altra da figli di ricchi e pertanto fa complessivamente bene le prove Invalsi. Se la composizione fosse mista la percentuale di variabilità tra le classi diminuirebbe e forse sia i poveri della sezione A che quelli della sezione B farebbero meglio le prove Invalsi. Oppure le farebbero ugualmente male, ma saremmo soddisfatti perché si è ridotta la percentuale di variabilità.

Questa impostazione ha due impliciti: che i buoni risultati nelle prove Invalsi siano indice di successo formativo (che è più ampio di quello scolastico: Lorenzoni concorderebbe) e che per superare le stesse occorra un buon background socioculturale. Don Milani, tirato da tutti per la giacchetta, forse si sarebbe chiesto perché. Lo chiedo anch’io al caro amico Franco e alla Ministra.

Un libro serio e importante

Ci sono autori pressoché sconosciuti. Ma che sanno parlare di studenti, di saperi e di insegnamento. Uno di questi é un collega prematuramente scomparso nel 2011: Enrico Cozzolino. Chi lo ha conosciuto, a Napoli, mi ha messo nelle mani uno dei libri più utili e intelligenti che abbia fin qui letto sulle cose scolastiche. Edito (postumo, 2013) da Marotta e Cafiero si intitola NuovaMente. Ritengo un dovere morale pubblicizzarlo.

Enrico Cozzolino (1958-2011) è stato insegnante di Lingua e Letteratura Inglese prima nelle scuole medie e successivamente alle superiori. Il suo impegno si è svolto nel campo della didattica concreta di tutti giorni, a stretto contatto con il lavoro d’aula, e supportato da un’attività di ricerca e di studio costante durante tutta la sua vita. Ha svolto attività di formazione con il CIDI, e altrettanto spesso ha fatto formazione nelle scuole in cui ha insegnato. E’ stato coautore e protagonista di progetti transnazionali di cooperazione didattica, europei e non, con particolare riguardo agli scambi e alla mobilità degli alunni delle superiori e alla formazione dei docenti.

“Questo libro contiene riflessioni sulle dinamiche che regolano gli attuali processi di insegnamento/apprendimento dei ragazzi e dei giovani, di fatto sulla relazione tra gli alunni e la scuola. Relazione in crisi, come mostrano le prospettive che si aprono con le acquisizioni più recenti delle neuroscienze, che stanno imponendo l’esigenza di una metodologia didattica, fatta di nuove modalità di insegnamento che tengano presenti le differenti caratteristiche con cui gli alunni si avvicinano oggi all’istruzione e alla formazione.
In un percorso che si snoda fra letteratura, storia, filosofia, neuroscienze, pedagogia e tutti gli apporti disciplinari che possano tornare utili per una comprensione approfondita delle problematiche in esame, l’autore si interroga sulla possibili risposte che l’istituzione scuola può dare a questi giovani caratterizzati da un pensiero immersivo, reticolare, ri-oralizzato, non proposizionale, a-testuale e tendente all’integrazione col non-verbale della corporeità (siamo dinanzi ad una nuova mente?).
Si propone quindi un fine lavoro di destrutturazione di modalità didattiche obsolete e, per il docente, la necessità di imparare a vivere nell’incertezza e di elaborare strategie partecipate e aggiornate, poiché l’autore sostiene, la scuola deve darsi una nuova identità e può farlo solo se è capace di riflettere su se stessa. Citando Cesare Pavese: “Non ci si libera di una cosa evitandola, ma solo attraversandola”.

(dalla seconda di copertina)

 

Apocalittici o integrati?

Sempre più spesso, negli ultimi tempi, dai docenti che incontro nelle varie scuole del Sud Italia e della Sicilia si leva questa domanda: “Ma secondo lei, la scuola verso dove va?”. Forse immaginano di trovare una risposta consolatoria. “Verso la catastrofe” é la mia risposta volutamente provocatoria. Infatti mi reputo l’ultimo dei catastrofisti, ma gli argomenti e le analisi per esserlo non mancherebbero. Come mostrano questi questi due illuminati contributi:

Ambel 20 aprile

Sinopoli 9 maggio

 

Tutti spernacchiati dal professore

Il professor Ernesto Galli Della Loggia, noto esperto di scuola ed editorialista del Corriere della Sera, in un suo editoriale del 28 aprile scorso ha ridicolizzato tutti coloro che facciamo la scuola ogni giorno. Nell’ordine: il MIUR, i Direttori degli UUSSRR, i Dirigenti Scolastici, i Docenti, gli Studenti e le loro famiglie. Il sistema è lassista. E tutti siamo complici. I fanatici dell’inclusione hanno rovinato la scuola. Se fosse lui Ministro, ogni alunno avrebbe quel che si merita e non verrebbe promosso più del 20 per cento degli studenti. Rinunciando a selezionare gli alunni in base al merito, la scuola italiana risulta essere una vera pagliacciata (parola non detta da lui).

Il problema non è Della Loggia. E’ che se scrive queste cose vuol dire che sa di potere contare o su lettori già compiacenti o su lettori – peggio – capaci di convertirsi al suo credo. Certamente conta su quelli che mastrocoleggiano ogni mattina nelle sale professori perché vorrebbero la buona scuola di una volta fate-silenzio-che-devo-spiegare-se-non-studi-ti-boccio.