Archivi Blog

Colloquio di Esame: Norma o Fantasia?

In attesa di una trattazione più organica, che non farò mancare, continua la mia segnalazione delle stupidità e delle letture abusive (tipo il noto e non noto) che si vedono in giro, sempre in tema di Maturità (per dirla all’antica).

“Nel colloquio non si devono fare domande”. Pensavo potesse esserci un limite alla comicità. Eppure ci sono colleghi, commissari e presidenti, che questo sostengono in questi giorni. Una cosa che si chiama “colloquio” diventa un soliloquio. Il che vuol dire che se l’allievo si blocca dopo 30 secondi e nessuno parla magari per aiutarlo a rientrare, reciteremo il suo de profundis. Art. 19 dell’ OM 205. Non è difficile. Basta un minuto per leggerlo. Fatelo signore colleghe e signori colleghi fantasiosi.  E poi, più in generale, ricordate………

Tutto ciò che non è vietato è consentito?

Perché la scuola italiana si è ridotta così?

 

Annunci

Buste colloquio: noto o non noto?

Questi sono i mistici giorni delle Interpretazioni. I ragazzi trepidano perché non sanno cosa troveranno nelle famigerate buste del colloquio. Un artigianale monitoraggio dei lavori delle commissioni fa vedere quanto già profetizzato: che ci mettiamo? Cose note o non note? Che dice l’Ordinanza? “In coerenza col Documento del Consiglio di Classe”. E che vorrà dire? E da qui faq, linee guida, conferenze di servizio. Risultato: chi ci mette l’argomento studiato durante l’anno e chi lo evita ma mette qualcosa che lo richiami. Noto o non noto? Ma se fosse noto, che pericolo ci sarebbe? E se fosse non noto che vantaggio ne avremmo?

La verità è che si brancola nel buio tutti. Legislatore incluso. E’ chiara solo la pars destruens: basta con la terza prova e con la tesina. E forse un pizzico di pars construens: basta col nozionismo. E poi? Lo diranno i posteri e i poveri ragazzi che dovranno pregare i santi di trovare docenti intelligenti e… trasversali!

Colloquio di esame: l’imminente Babele

Ormai è chiaro. L’Ordinanza sugli Esami di Stato delle superiori aveva la funzione di mettere alla prova le capacità interpretative della scuola italiana. Sul colloquio ormai non si contano più quelli che dicono “è così”, “si farà questo” o “si farà quello”. Ho incontrato decine di dirigenti e docenti che dichiaravano di sapere perfettamente che la busta si gestisce così, che i commissari faranno questo e quello, che ci saranno le tematiche e i percorsi. Tutti sicuri di sé. Delle loro interpretazioni. Perché poi, a spulciare l’Ordinanza 205 (a proposito: gente seria, portatevela appresso agli Esami!), si scopre che la metà delle cose sbandierate non solo come “sicure” ma certamente “da farsi” il legislatore non se l’è mai sognate.

Dunque è evidente che se questo colloquio è in balìa del trionfo delle interpretazioni – sotto forma di slides ministeriali, conferenze di servizio, linee guida, chiacchiera varia e quant’altro – vorrà dire che il dettato normativo ha mille punti oscuri. E che conseguenze avrà tutto questo? Molto facili da prevedere: chi avrà più forza “ermeneutica” farà dire al legislatore quel che vuole. Sarà una questione di forza: “lei stia zitto, sono io il presidente!”. Già lo capivano gli antichi Greci: quanto più la legge è incerta e soggetta a interpretazioni, tanto più vige la legge del più forte. In fondo è un sottile passaggio dalla legge scritta alla legge orale. O scritta in modo incomprensibile. Di memoria manzoniana. Inquietante arretramento della civiltà giuridica. Perfettamente coerente con i tempi che viviamo……

Il legislatore sibillino

Impazza il toto-buste per il colloquio degli Esami di Stato del secondo ciclo. Le scuole sono in fibrillazione perché non sanno come gestire la nuova procedura, e naturalmente impazzano le interpretazioni spacciate per dettato normativo. In realtà molte cose il legislatore (OM n 2052019 , art. 19) le lascia all’autonomia delle scuole, ma si sa che l’autonomia risulta sempre alquanto indigesta ai docenti, che vanno in cerca di format ed indicazioni precise “dall’alto”. Pertanto i dirigenti tecnici degli UU.SS.RR., per evitare che l’autonomia si trasformi in anarchia, fanno conferenze di servizio ma il limone normativo é quello e di più non si può spremere.

Qui tento di precisare quel che il legislatore non dice e che è vano fargli dire per desiderio di uniformità.

  1. Il legislatore non dice quanto materiale ciascuna busta deve contenere e di quante discipline esso sia rappresentativo. Parla solo di “materiali” in senso generico, che non possono essere riproposti in successivi colloqui (comma 5). Essi saranno soltanto “spunto di avvio del colloquio” (comma 2).
  2. Il legislatore non pronuncia mai in tutta l’ordinanza la parola “tematiche”, che invece è la parola d’ordine diffusa nelle scuole e nei siti.
  3. Il legislatore non usa mai l’aggettivo “trasversali” se non in relazione alla ex alternanza scuola-lavoro (“percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”). Utilizza “pluridisciplinari” e “trasversali” come sinonimi? Bisogna chiederglielo.

Aggiungo dal comma 3. I mitici “materiali” sono scelti con un obiettivo: “favorire la trattazione dei nodi concettuali caratterizzanti le diverse discipline”. Mettiamoci nei panni di una commissione. Busta numero 1: cosa ci mettiamo? Mettiamoci delle cose che permettano di trattare i nodi concettuali delle diverse discipline. Nodo concettuale: Questione critica? Concetto-chiave? Riferita a che cosa? Alla singola disciplina? O a un grumo di discipline? Mistero epistemologico.

Alla ventesima lettura della norma, pare di potere dire che:

  1. Si preparano x buste più due. Dentro ci si mette quel che si ritiene più opportuno per fare iniziare un colloquio. Se ci si mette una sola poesia di Montale, si sta nella norma. Qualsiasi cosa ci si metta deve essere roba affrontata dagli studenti e indicata nel Documento del 15 maggio.
  2. Chi fa la prima domanda? Non si sa. Ma riguarderà, nella fattispecie, la poesia di Montale. Italiano.
  3. Gli altri acchiapperanno il “nodo concettuale” e si inseriranno per passare (quando? come?) dallo spunto di avvio ad una “ampia e distesa trattazione di carattere pluridisciplinare” (comma 2). Lo studente dovrà (comma 1): 1. Analizzare. 2. Dimostrare di avere acquisito. 3. Utilizzare e mettere in relazione conoscenze. 4. Argomentare in maniera critica e personale. Auguri.
  4. La relazione sull’ex alternanza. Liscio.
  5. Due chiacchiere su Cittadinanza e Costituzione. Liscio.
  6. Esame delle prove scritte. Liscio.

Non facciamo dire al legislatore quel che non ha voluto (o saputo) dire. Condurremo il colloquio col buon senso di sempre. “Evitando le rigide distinzioni tra le discipline” ma facendo in modo che il loro coinvolgimento “sia quanto più possibile ampio” (sempre comma 2).

Se e come questa palingenesi epistemologica possa accadere, lo scopriremo solo tra qualche mese.

 

La contemporaneità oscura

Questo articolo della politologa Sofia Ventura ricostruisce le vicende della politica italiana dell’ultimo quarto di secolo. Lo fa utilizzando alcune parole quali “populismo”, “antipolitica”, “rottamazione”, “corruzione” che  costituiscono l’ossatura di un discorso sulla contemporaneità politica. I documenti sulla scuola risuonano pomposamente di altre parole quali “cittadinanza”, “Costituzione”, “partecipazione”, “identità”. Leggendo questo articolo moltissimi insegnanti, da me stimolati, mi hanno confidato il loro scetticismo non tanto sulla possibilità che la nostra storia più recente possa essere oggetto di discussione in classe, quanto sulla possibilità che la stessa storia sia addirittura conosciuta dai docenti delle nostre scuole.

E in realtà il sospetto é forte, a giudicare dalla chiacchiera frivola che spesso é dato ascoltare nelle sale professori e dalle competenze dei nostri ragazzi sull’ultimo quarto di secolo della nostra storia.

I nostri esami di Stato si attorcigliano tra fascismi, nazismi e guerre mondiali. Al più discutono di guerra fredda. Il resto é oscuro. E ogni generazione di insegnanti continua a sottrarre alla generazione di alunni che le tocca le vicende che essa stessa o non comprende o non ha vissuto. Alla faccia della cittadinanza.

caproni, fedeli e…..enciclopedici

Giorgio Caproni. Ma chi era? Non era nel programma. Ogni anno si scatenano questi discorsi. I soliti discorsi da bar scuola. Ovviamente ognuno ci mette del suo. L’uomo colto della strada chiede. Per capire. E l’intellettuale radical chic dai media risponde: “Plebei, Caproni era un grande poeta, che ne sapete voi?”. Infatti a chi mi chiede (dalla strada) perché il Ministero fa questo, io rispondo: perché gli Esami di Stato sono una cosa seria. Serissima. Infatti il portavoce della commissione di superesperti bussa alla porta della Ministra per farle vedere le tracce. La Ministra si prende il suo tempo, lei che è più esperta dei superesperti, e decreta che ok. Tutto visto in un video-spot del MIUR dal titolo “No panic”.

Poi, niente panico: esce Caproni. Che non è nel programma dice la gente. Ma quale programma?

“Dentro il secolo XX e fino alle soglie dell’attuale, il percorso della poesia, che esordirà con le esperienze decisive di Ungaretti, Saba e Montale, contemplerà un’adeguata conoscenza di testi scelti tra quelli di autori della lirica coeva e successiva (per esempio Rebora, Campana, Luzi, Sereni, Caproni, Zanzotto, …). Il percorso della narrativa, dalla stagione neorealistica ad oggi, comprenderà letture da autori significativi come Gadda, Fenoglio, Calvino, P. Levi e potrà essere integrato da altri autori (per esempio Pavese, Pasolini, Morante, Meneghello…).” DPR 89 del 2010.

Questo è il testo delle Indicazioni liceali, che giustamente l’uomo della strada non conosce. Esordirà, contemplerà, comprenderà, potrà essere integrato…. I vecchi imperativi futuri della vecchia grammatica latina. Prescrittivi, come i vecchi programmi, con tutto lo scibile letterario.

Solo due cose da dire, nel merito e nel metodo.

Nel merito. Il tempo disponibile, nelle quinte, per realizzare l’enciclopedia letteraria ministeriale, è funzione della capacità degli insegnanti di azzerare tutto l’Ottocento e risucchiarlo nelle quarte (anche se lo stesso MIUR ti chiede di iniziare la quinta con Leopardi, 1798-1837: misteri della fede!). E se anche così fosse, hai voglia di andarli a toccare tutti, questi novecenteschi. E tutte le loro poesie, per beccare quella ministeriale! Senza considerare che nel frattempo una legge uscita cinque anni dopo (107) erode tempo a favore dell’alternanza scuola-lavoro. A meno che il legislatore non pensasse solo a quei quattro studenti eccellenti del Liceo Classico. Ma questo é un altro discorso. Che é meglio evitare nel tempo delle commemorazioni di Don Milani….

Nel metodo. Il centralismo dei programmi ministeriali uscito dalla porta con l’autonomia del 1997 (ma l’uomo della strada questo non lo sa e, ahimé, talora neppure gli insegnanti) è rientrato dalla finestra gelminiana ma fa capolino soltanto agli Esami di Stato, quando il Ministro di turno ed i suoi esperti hanno il loro momento di gloria e tirano fuori quel che par loro. Tanto sanno benissimo che gli insegnanti (quelli che insegnano ovviamente, non quelli che “fatevelo a casa…”), alla faccia degli imperativi futuri, non potranno fare mai tutta quella roba e che faranno sempre quel che è didatticamente possibile.

Com’è giusto e sacrosanto che sia.

Professoressa, almeno lei…..

Sulla newsletter della Tecnodid è comparsa un’intervista alla Presidente dell’Invalsi, prof.ssa Anna Maria Ajello.

Istruttiva la lettura.

index

L’alunno immaginario dell’Invalsi

InvalsiA rischio di farsi tacciare di ideologici, bisogna dirlo sui tetti. Qualcuno ha dato un’occhiata alla prova Invalsi di Italiano somministrata agli Esami di Stato del primo ciclo?

Qualcuno ha visto cosa deve riuscire a fare un quattordicenne italiano in 75 minuti dopo averne trascorsi altri 75 a decifrare il test di Matematica?

Se qualcuno lo ha fatto desidero confrontarmi con lui o lei che sia. Voglio chiedergli o chiederle: a chi giova tutto questo? Che conclusioni saranno tratte dai risultati? E poi voglio fare una proposta: proviamo a somministrare la stessa prova a studenti del biennio delle superiori, che ormai peraltro la disertano regolarmente? O ancora: proviamo a somministrarla ad un gruppo di docenti di Italiano del primo ciclo e vediamo cosa combinano in 75 minuti?

C’è qualcosa di disumano sotto il cielo della nostra scuola. C’è qualcosa che prima o poi qualcuno dovrà rivisitare. Si chiama delirio misurativo. Si chiama religione del risultato. Si chiama culto del punteggio e del numero. Desidero incontrare una di queste formatrici e formatori Invalsi, radunare dieci docenti di Italiano del primo ciclo e quindici studenti “bravi”. Metterci tutti attorno a un tavolo con quella roba somministrata il 16. E discutere. Discutere, approfondire, tornare forse con i piedi per terra. Togliamo questa assurdità dagli Esami del primo ciclo. Le menti più intelligenti e preparate si uniscano per ottenere questo. I sindacati. Le associazioni, dei docenti e dei dirigenti. Perché questo, o meglio la sua retroazione, e la sua presenza nei RAV, nei PDM, nei PTOF e soprattutto nell’immaginario collettivo delle scuole e delle famiglie, sta avvelenando tutti i curricoli, gli ambienti di apprendimento ed i percorsi della formazione in servizio. Qualcuno fermi il treno in corsa ed i suoi macchinisti impazziti che distaccati qua e là nelle stanze dell’apparato hanno dimenticato (o non hanno mai saputo) cos’è un quattordicenne nel terzo millennio.