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Lorenzoni e la Ministra: e se non lo avesse detto l’Invalsi?

Su Repubblica del 5 luglio scorso, Concita De Gregorio, nella sua rubrica “Invece Concita”, pubblica una lettera del maestro Franco Lorenzoni che rivolgendosi alla Ministra Fedeli denuncia – sulla scorta di una denuncia prodotta da una lettrice il 21 giugno scorso –  l’anomalia della composizione delle classi soprattutto al Sud, che tende a “segregare” i ragazzi delle fasce sociali più basse in vere e proprie classi-ghetto. Lorenzoni, citando Don Milani, fa un discorso ineccepibile perché parla di un’ingiustizia che viola palesemente l’art. 3 della Costituzione.

Il giorno dopo la Ministra, sempre stesso mezzo, risponde …da Ministra. Che il MIUR ha fatto, che il MIUR sta facendo, che il MIUR farà. Ineccepibile anche la risposta. Entrambi gli interlocutori condividono il medesimo orizzonte valoriale.

Ma entrambi condividono anche lo stesso paradigma interpretativo. Quello del “dato” Invalsi che rivelerebbe l’anomalia. Nessuna differenza in questo senso tra il maestro e la Ministra. L’eccessiva variabilità socioculturale nella composizione delle classi non è rivelata da indicatori relativi a processi di ordine relazionale, comunicativo o a compiti di natura aperta, che potrebbero essere costruiti, se si volesse, a partire dalle osservazioni sul campo degli insegnanti, ma dai risultati delle prove Invalsi. Poiché al Sud i risultati delle prove Invalsi di una classe differiscono fino al 27% dai risultati di una classe parallela, vuol dire che siamo davanti ad un’anomalia da correggere. Una delle due classi è composta da figli di poveri e pertanto fa complessivamente male le prove Invalsi. L’altra da figli di ricchi e pertanto fa complessivamente bene le prove Invalsi. Se la composizione fosse mista la percentuale di variabilità tra le classi diminuirebbe e forse sia i poveri della sezione A che quelli della sezione B farebbero meglio le prove Invalsi. Oppure le farebbero ugualmente male, ma saremmo soddisfatti perché si è ridotta la percentuale di variabilità.

Questa impostazione ha due impliciti: che i buoni risultati nelle prove Invalsi siano indice di successo formativo (che è più ampio di quello scolastico: Lorenzoni concorderebbe) e che per superare le stesse occorra un buon background socioculturale. Don Milani, tirato da tutti per la giacchetta, forse si sarebbe chiesto perché. Lo chiedo anch’io al caro amico Franco e alla Ministra.

Un libro serio e importante

Ci sono autori pressoché sconosciuti. Ma che sanno parlare di studenti, di saperi e di insegnamento. Uno di questi é un collega prematuramente scomparso nel 2011: Enrico Cozzolino. Chi lo ha conosciuto, a Napoli, mi ha messo nelle mani uno dei libri più utili e intelligenti che abbia fin qui letto sulle cose scolastiche. Edito (postumo, 2013) da Marotta e Cafiero si intitola NuovaMente. Ritengo un dovere morale pubblicizzarlo.

Enrico Cozzolino (1958-2011) è stato insegnante di Lingua e Letteratura Inglese prima nelle scuole medie e successivamente alle superiori. Il suo impegno si è svolto nel campo della didattica concreta di tutti giorni, a stretto contatto con il lavoro d’aula, e supportato da un’attività di ricerca e di studio costante durante tutta la sua vita. Ha svolto attività di formazione con il CIDI, e altrettanto spesso ha fatto formazione nelle scuole in cui ha insegnato. E’ stato coautore e protagonista di progetti transnazionali di cooperazione didattica, europei e non, con particolare riguardo agli scambi e alla mobilità degli alunni delle superiori e alla formazione dei docenti.

“Questo libro contiene riflessioni sulle dinamiche che regolano gli attuali processi di insegnamento/apprendimento dei ragazzi e dei giovani, di fatto sulla relazione tra gli alunni e la scuola. Relazione in crisi, come mostrano le prospettive che si aprono con le acquisizioni più recenti delle neuroscienze, che stanno imponendo l’esigenza di una metodologia didattica, fatta di nuove modalità di insegnamento che tengano presenti le differenti caratteristiche con cui gli alunni si avvicinano oggi all’istruzione e alla formazione.
In un percorso che si snoda fra letteratura, storia, filosofia, neuroscienze, pedagogia e tutti gli apporti disciplinari che possano tornare utili per una comprensione approfondita delle problematiche in esame, l’autore si interroga sulla possibili risposte che l’istituzione scuola può dare a questi giovani caratterizzati da un pensiero immersivo, reticolare, ri-oralizzato, non proposizionale, a-testuale e tendente all’integrazione col non-verbale della corporeità (siamo dinanzi ad una nuova mente?).
Si propone quindi un fine lavoro di destrutturazione di modalità didattiche obsolete e, per il docente, la necessità di imparare a vivere nell’incertezza e di elaborare strategie partecipate e aggiornate, poiché l’autore sostiene, la scuola deve darsi una nuova identità e può farlo solo se è capace di riflettere su se stessa. Citando Cesare Pavese: “Non ci si libera di una cosa evitandola, ma solo attraversandola”.

(dalla seconda di copertina)

 

Apocalittici o integrati?

Sempre più spesso, negli ultimi tempi, dai docenti che incontro nelle varie scuole del Sud Italia e della Sicilia si leva questa domanda: “Ma secondo lei, la scuola verso dove va?”. Forse immaginano di trovare una risposta consolatoria. “Verso la catastrofe” é la mia risposta volutamente provocatoria. Infatti mi reputo l’ultimo dei catastrofisti, ma gli argomenti e le analisi per esserlo non mancherebbero. Come mostrano questi questi due illuminati contributi:

Ambel 20 aprile

Sinopoli 9 maggio

 

Tutti spernacchiati dal professore

Il professor Ernesto Galli Della Loggia, noto esperto di scuola ed editorialista del Corriere della Sera, in un suo editoriale del 28 aprile scorso ha ridicolizzato tutti coloro che facciamo la scuola ogni giorno. Nell’ordine: il MIUR, i Direttori degli UUSSRR, i Dirigenti Scolastici, i Docenti, gli Studenti e le loro famiglie. Il sistema è lassista. E tutti siamo complici. I fanatici dell’inclusione hanno rovinato la scuola. Se fosse lui Ministro, ogni alunno avrebbe quel che si merita e non verrebbe promosso più del 20 per cento degli studenti. Rinunciando a selezionare gli alunni in base al merito, la scuola italiana risulta essere una vera pagliacciata (parola non detta da lui).

Il problema non è Della Loggia. E’ che se scrive queste cose vuol dire che sa di potere contare o su lettori già compiacenti o su lettori – peggio – capaci di convertirsi al suo credo. Certamente conta su quelli che mastrocoleggiano ogni mattina nelle sale professori perché vorrebbero la buona scuola di una volta fate-silenzio-che-devo-spiegare-se-non-studi-ti-boccio.

Resistenza umana

“Si ha l’impressione che i vent’anni appena trascorsi abbiano drammaticamente contribuito a spargere una spessa cortina di oblio sulla consapevolezza, da parte degli italiani, di essere the Land of Culture” (p. 25)

La resistenza umana nel nostro Paese c’è, e questo blog cerca da alcuni anni di darle voce. Questo appena uscito è un libro che ogni cittadino italiano ha il dovere di leggere. Consigliato soprattutto ai politici di finta Sinistra che stanno sommergendo l’istruzione e la cultura di Numeri, Graduatorie, Valutazione. Della religione dell’Accountability. I nostalgici del buon tempo antico non salgano sul carro. Non è roba neppure per loro.

Il suo autore sarà a Palermo per parlare di questo libro giovedì 20 aprile al Liceo Classico “Vittorio Emanuele II” (accanto alla Cattedrale). Ore 16. Scarica la locandina.

 

 

Professoressa, almeno lei…..

Sulla newsletter della Tecnodid è comparsa un’intervista alla Presidente dell’Invalsi, prof.ssa Anna Maria Ajello.

Istruttiva la lettura.

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Cogita aut labora

indexUn oggetto sconosciuto si fa strada tra le famiglie dei ragazzi che frequentano le scuole superiori: alternanza scuola-lavoro. In realtà da undici anni la scuola italiana l’aveva messo all’ordine del giorno (DLgs 77/2005), ma la sua realizzazione era stata limitata agli Istituti Tecnici e Professionali e solo in qualche caso ai Licei, certamente non coinvolgendo i Licei di serie A. Adesso tutti a fare alternanza scuola-lavoro. Alunni sedicenni, di tutti gli Istituti superiori, devono fare questa esperienza. Si va, accompagnati da docenti della scuola, in luoghi dove si lavora (aziende, istituti di ricerca, musei, centri accreditati) e si prova a comprendere che vuol dire lavorare. Poi in qualche modo la scuola farà valere nelle proprie valutazioni questo tipo di esperienze. 400 ore in un triennio nei Tecnici e Professionali, 200 ore nei Licei. Lo vuole sempre quella legge chiamata Buona Scuola. E’ un altro tassello. Le scuole convocano i genitori per spiegare di che si tratta. Fin qui l’informazione, per chi, tra i lettori di questo blog, fosse disinformato.

Dovremmo intervistare i defunti Croce Benedetto e Gentile Giovanni per sapere che ne pensano di un liceale che fa l’alternanza scuola-lavoro. Ne penserebbero tutto il male possibile. Tuttavia se a qualcuno in Italia è venuto in mente di alternare la scuola al lavoro nelle scuole superiori forse la responsabilità un po’ è anche loro. Nel 2002 un signore dal cognome Bertagna pose intelligentemente la questione del rapporto tra theorìa e techne nelle nostre scuole. Erano i tempi della Moratti, ed è da lì, dal pur giusto desiderio di superare questa dicotomia radicale, che provennero le prime suggestioni approdate poi nel 2005 nel famoso Decreto. Leggi il resto di questa voce

Un pomeriggio con Giancarlo Cerini

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Un’occasione per discutere

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