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Uno zainetto estivo per i docenti

Nelle ultime settimane si è assistito al ritorno di un genere di discorso che sembrava ormai soppiantato dalla permanente attenzione a graduatorie, concorsi, punteggi, mobilità, insomma a tutto il versante (importantissimo, per carità) che pensa la scuola come un posto di lavoro. Il genere “Idea di scuola” sembrava affidato soltanto a qualche pensatore che si attarda sui cosiddetti massimi sistemi. Ma da Massimo Baldacci a Mario Ambel proviene in questi giorni un forte stimolo a pensare la scuola, in omaggio al principio che nessuna prassi e nessuna organizzazione acquistano significato se non in riferimento ad un quadro valoriale di riferimento. Gli stessi recenti discorsi sulla valutazione, al di fuori di un’opzione di fondo sull’educare, sull’ insegnare, sull’ apprendere e sul relazionarsi con gli allievi, rischiano di approdare alla solita fornitura di strumenti operativi, che operano come opererebbero le posate di chi non sa cosa vuole o deve mangiare.

Per questo invito a dedicare del tempo ad ascoltare Baldacci (il cui intervento di altissimo profilo compare anche sull’ultimo numero di Micromega) e leggere Ambel (e la rivista che dirige). Per elevare il tenore della chiacchiera scolastica e non rimanere schiacciati tra l’empatia epistolare ministeriale dei grazie-a-tutti-gli-alunni-e-a-tutti-i-docenti e la tecnocrazia degli apparati vocati periodicamente a misurare la temperatura del moribondo per monitorare il sistema.

Dovesse poi esserci in giro ancora qualcuno che vuol dare sostanza ai discorsi sulla valutazione cosiddetta formativa (l’aggettivo con tutta evidenza è pleonastico e induce il sospetto che la valutazione possa essere qualcos’altro….) suggerisco una lettura…formativa.

Ma non chiamiamola Didattica

(Abbiate fede … il bello é nell’ultimo link)

Della Didattica con la D maiuscola non si parlava più. Al centro si erano accampate le valutazioni di sistema, l’Invalsi, l’Alternanza, le questioni del Merito. Stavamo tutti dentro gli echi della 107, e tutti si erano dimenticati di lei. Ci voleva il Covid-19 per fare risorgere la didattica, o meglio la riflessione seria su quello che vuol dire insegnamento, conoscenze e apprendimento. Come sempre accade, si prende coscienza dell’esistenza di qualcosa quando questa scompare. E in effetti, scomparendo gli alunni, ci si è accorti che la Didattica non può che eclissarsi, lasciando quale simulacro di sé un’altra cosa in cui il nobile costrutto “a distanza” rappresenta il sedativo che non fa avvertire il dolore della dipartita della parola che precede.

L’articolo più stimolante che ho fin qui letto è quello di Stefano Stefanel che invito a leggere con attenzione. Nonché il bellissimo documento del CIDI. Tra le tante cose che dicono, ci vedo il filo rosso che ho cercato di tenere nei miei post precedenti (basta scorrere). Che si sintetizza in questo modo: la scuola a distanza coprirà l’emergenza ma non è scuola, e le videolezioni, maxime se riproducono il trasmissivo/erogativo già noto in presenza (ed é difficile che non lo facciano, anche per ragioni di competenze tecnologiche), non sono scuola. La cosiddetta didattica a distanza, quale mera trasposizione della didattica in presenza, acuisce quel che c’è in quest’ultima: gli studenti bravi restano più o meno bravi, quelli più in difficoltà cadono nel baratro. Alla faccia dei monitoraggi ministeriali. I docenti già efficaci in presenza grosso modo restano tali, i docenti problematici in presenza diventano un disastro a distanza. E già si vede. Il vino nuovo in otri vecchi fa scoppiare gli otri. Leggi il resto di questa voce

Didattica digitale: primum non nocére

Terzo (e non so se ultimo) step sulla didattica a distanza. Riepiloghiamo. Nel primo (aspetto epistemologico) abbiamo ribadito la coessenzialità tra contenuto di insegnamento e corpi umani; nel secondo (aspetto pedagogico-istituzionale) abbiamo puntualizzato l’illusorietà della palingenesi che deriverebbe dalle mitiche Piattaforme, rafforzata dalla nullologia ministeriale. Adesso (aspetto didattico), prevenendo le obiezioni di astrattezza, proviamo a ragionare di come nella pratica possa essere ragionevolmente interpretata la distanza. Ma non senza una premessa. Doverosa.

Una minindagine informale a campione su un gruppo di dirigenti e docenti di mia conoscenza che agiscono sul territorio nazionale mi induce a segnalare la compulsività didattico-digitale che sta contagiando svariati docenti in questo periodo. Grida di dolore giungono dal fronte dei genitori delle scuole primarie, ma anche da alunni delle secondarie, massacrati da incursioni prive di qualsiasi rispetto per l’orario di servizio. Pare che non paia vero, a tanti Nembo Kid della didattica digitale, di surrogare l’impulso enciclopedico, nozionistico e pedantesco – già da essi stessi nocivamente praticato in presenza – con l’immissione in piattaforma di materiali, percorsi, esercizi, links di ogni genere. Quando non di cosiddette videolezioni che dal punto di vista della pedanteria differiscono da quelle in presenza solo per il canale utilizzato. É evidente che scompare nelle piattaforme la deterrenza prodotta dai volti dei bambini e dei ragazzi in presenza. Quella deterrenza che fa di solito da termostato dell’ansia enciclopedica e valutativa che abita il burocrate presente in ogni insegnante.
Questa schiera di docenti (tra cui maestre!) rischia di diventare il virus che tenuto fuori dalla porta rientra dalla finestra. Non è la schiera dei pigri. Magari lo fossero, é il caso di dire! É la schiera degli zelanti digitali, genìa molto più pericolosa dei semplici insegnanti tradizionalisti, nostalgici e antidigitali. Condisci il trasmissivo nozionistico, che é nel loro DNA, di digitale, e in assenza di corpi – quindi di emozioni – avrai la catastrofe dell’apprendimento. Come dire che il mezzo digitale non può rendere significativo un contenuto non significativo per gli allievi. Ma c’è di più. Si tratta qui anche di insensibilità. Perché non si comprende che per tutti prima dei compiti c’è la paura. La tristezza. Che ha bisogno di adulti capaci, soprattutto in questo momento, di rivestire anche la conoscenza di umanità e di leggerezza.

Fatta questa premessa, anzi, alla luce di questa premessa, dico quel che mi parrebbe sensato fare a distanza con i ragazzi a partire da questa minimale scheda attorno a cui potrebbe ruotare la loro attività domestica. Una scheda da riprodurre per ogni unità formativa che, utilizzata da tutti i docenti chessò di un consiglio di classe come format, potrebbe dare ai discenti il senso dell’omogeneità comunicativa e metodologica. Già collaudata da qualche docente in qualche scuola, sta riscuotendo molto gradimento e “serenità cognitiva” da parte dei ragazzi stessi. Ovviamente attorno ad essa possono ruotare altre forme di presenza nella vita scolastica degli alunni, come piccole clip (non più di 15 minuti) in cui l’insegnante può supportare la stessa scheda con brevi linee guida, o ancora può fare qualche inquadramento riepilogativo sugli apprendimenti realizzati. Si tratta di leggeri interventi che marcherebbero, anche su un piano simbolico, la presenza pedagogica di chi insegna. Ripeto: su un piano simbolico. Che é quel che più serve. Di questi tempi.

La scheda nasce da una riflessione sull’essenziale dell’insegnare e dell’imparare, e cerca di rispondere alle seguenti sette domande di base:

  1. Qual è la cornice generale di quel che devo imparare?
  2. Quali sono gli argomenti essenziali a cui si lega quel che devo imparare?
  3. In quanto tempo sono chiamato a mostrare che ho saputo fare quello che mi si chiede?
  4. Cosa vuole il mio insegnante che io, specificamente, impari? O impari a fare?
  5. Si tratta di argomento noto oppure di novità?
  6. Quali suggerimenti metodologici mi dà per affrontare il compito?
  7. Quali eventuali approfondimenti mi suggerisce, qualora voglia saperne di più?

Tutto ciò si verifica anche in presenza, e si verifica in forme spesso implicite o rese superflue dalla condizione de visu. Qui diventano esplicite e strutturanti (e su questo inatteso indotto virtuoso mi riservo di tornare in un prossimo post). É evidente che il canale col docente va mantenuto aperto. Ma a mio parere non bisogna disorientare. Pertanto regola aurea sarebbe farsi vivi nei giorni in cui l’orario di servizio prevede la presenza, perché i ragazzi si nutrono di ritualità. Per gli stessi motivi le piattaforme non dovrebbero essere diverse da docente a docente, perché qui non è questione di dimostrare di essere abili nella didattica digitale e di far vedere quanto si é innovativi, ma di permettere ai bambini e ai ragazzi di tenere vivi gli apprendimenti, col giusto dosaggio.

Non occorrono virtuosismi. Per il semplice fatto che il virtuosismo tecnologico rischia di disorientare. Non occorre dismettere i libri di testo. Rappresentano sempre dei riferimenti realisticamente ineludibili. Non occorre esaltarsi con verifiche e valutazioni. Perché la priorità non è questa, e comunque diverrebbe molto problematico stabilire la vera paternità di un elaborato fatto in assenza del docente. Insomma, l’invito è quello di non pensare che adesso occorrano effetti speciali. E di ricordarsi che, per quanto elettronica, la videolezione rimane una lezione, e se é noiosa resta tale, con sommo gradimento dei ragazzi che possono far finta di seguire esattamente come in classe.

In ultima analisi occorre in modo concreto ed essenziale tenere vivi gli apprendimenti, e far sentire soprattutto ai ragazzi che quel che sta avvenendo è solo il frutto di un’emergenza e non il sopraggiungere delle magnifiche sorti e progressive.

Un nuovo ente formativo: Coronavirus

La didattica a distanza è una forma di insegnamento che non prevede il rapporto ravvicinato tra chi insegna e chi impara. Quel che ha in comune con la didattica in presenza è il fatto che rimane chi insegna e rimane chi impara. Rimandando considerazioni più generali al mio precedente post, qui preme ragionare sull’accavallarsi vorticoso di discorsi, istituzionali e informali, sulla didattica a distanza provando a riportare il tema alle sue coordinate di base.

La prima domanda è: quanti sono gli attori della didattica? Si potrà fare a meno di chi insegna (che chiamerò uno), di chi impara (che chiamerò due) e di ciò che viene insegnato e imparato (che chiamerò tre)? Con tutta evidenza no. Provate a togliere uno dei tre elementi e non si può più chiamare scuola. Questo assetto di base costituisce l’essenza della didattica, e in quanto tale non può mancare sia in presenza che a distanza.

In questi giorni molti si agitano perché deve partire la didattica a distanza.

Partiamo da un passaggio della nota MIUR 279 dell’8.3.2020: “Le istituzioni scolastiche e i loro docenti stanno intraprendendo una varietà di iniziative, che vanno dalla mera trasmissione di materiali (da abbandonarsi progressivamente, in quanto non assimilabile alla didattica a distanza), alla registrazione delle lezioni, all’utilizzo di piattaforme per la didattica a distanza”. Analizziamo questa formulazione nel suo nulla pedagogico-didattico.

Trasmissione di materiali. Ovvero il caricamento in piattaforma di “cose”: testi, esercizi, mappe, linee guida. Insomma, materiali. Il nullologo ministeriale dice che questo va abbandonato progressivamente, cioé a poco a poco, in quanto “non assimilabile alla didattica a distanza”. Perché? Adesso pensiamo che ce lo spiegherà. No. Continua enumerando la registrazione delle lezioni (questa non è trasmissione di materiali?) e l’utilizzo di piattaforme per….la didattica a distanza (tautologico). Dunque: in che cosa consiste la didattica a distanza? Qual è il suo proprium? L’uso di piattaforme? Cos’è una piattaforma? É un luogo a cui accede chi insegna (uno) e chi impara (due). Che ci fanno quei due? Interagiscono. Bene. Su che cosa? Su dove trascorreranno i periodi di quarantena? Non credo. Interagiranno attorno ad un contenuto (tre) qualsiasi, come in fondo facevano in classe.

Occhio: se il contenuto è quello che il nullologo chiamava “materiale”, è evidente che bisogna abbandonarne la “trasmissione”. Bene: e allora in piattaforma che fanno chi insegna (uno), chi impara (due) e il contenuto (tre)? Se ben comprendo, bisognerebbe evitare che il contenuto sia meramente trasmesso o erogato. Ma perché questo abbandono della mera trasmissione può avvenire solo a distanza? Non dovrebbe avvenire anche in presenza? E ancora: perché se un docente liceale non è in grado se non di essere trasmissivo in presenza dovrebbe improvvisamente diventare costruttivista a distanza?

Si risponderà: perché c’è l’emergenza. Un minuto di silenzio. Chi per venti o trent’anni ha ritenuto di dovere entrare in classe in un certo modo, dopo decenni di formazione più o meno occasionale, adesso sol per la diffusione di un virus si inventerebbe un nuovo modo di trasformare gli oggetti di insegnamento in occasioni di apprendimento? Potrebbe alzare la mano chi pensa questo? Sono pronto a offrirgli una cena naturalmente in un locale vuoto e a cinque metri di distanza.

PS Qualcuno (che già si é esibito) potrebbe ritenere che io sia contro la didattica a distanza. O che voglia lasciare inattivi gli studenti. Né l’uno né l’altro. Mi guardo soltanto dalla banalità pedagogica. Quella contagia assai. 

I contenuti in quarantena

Adesso il digitale sale in cattedra perché il corpo umano è stato forzosamente estromesso dalla didattica. Il corpo umano è infatti diventato pericoloso nel tempo del Virus. Qualche Dirigente, intervistato, ha invocato l’importanza di portare avanti i “programmi”. Sacrosanto. D’altra parte c’è una grida governativa (non obbligante, come si legge) che parla chiaro, e non sta bene non onorarla. Argo e Indire già scaldano i motori. E raffiche di links invadono whatsapp per suggerirti tutte le migliori soluzioni. Gli staff delle scuole sono al lavoro. Scatto già in piedi come un soldatino. Perché dura lex sed lex. Forse i cultori dell’ e-learning si fregano le mani perché finalmente la Necessità ha prodotto la Virtù.

Il tentativo è quello di portare-avanti-i-programmi. Sento già le obiezioni, se non le proteste a questa mia apertura, che può apparire vagamente ironica. Discorso astratto, filosofico, se non addirittura disfattista. E allora cosa dovremmo fare: lasciarli a poltrire? Gli obiettanti non hanno torto. Davvero. Non si possono lasciare a poltrire. Occorre dare loro stimoli. Per andare avanti, per non impigrirsi, magari per farsi trovare pronti quando ritorneranno i corpi degli insegnanti con verifiche e interrogazioni a raffica.

Già detto e qui lo ripeto: sarebbe stolto ignorare i danni del poltrire prolungato. Ma sarebbe altrettanto stolto ignorare che nessun contenuto passa se non con la mediazione di un corpo. Di uno sguardo. Di una qualsiasi fisicità. É vero: non sono in tanti a pensarla così. Soprattutto non sono pochi coloro che, quando vanno in classe, del corpo farebbero volentieri a meno. E a sentire i ragazzi si capisce bene perché….  La stessa parola “contenuto” invoca un’azione di contenimento. Da chi sarà contenuto (cioè tenuto insieme o custodito nella sua integrità), il Contenuto? Si tratti di un capitolo di storia, di un esercizio di fisica o di grammatica, di una poesia o di un principio della chimica, da chi potrà essere contenuto così, privo del rivestimento di un corpo, che fa vedere e sentire come vive lui quel contenuto, come lo legge, come lo fa funzionare, come consente ai ragazzi di trasformarlo in conoscenza? La fisicità della cultura – cioè la necessità della cultura di incarnarsi nelle vite emozionali e sensoriali non meno che in quelle intellettive delle persone – forse è un sentiero poco esplorato perché impopolare. In realtà il contenuto scolastico è proprio come il virus: si passa per contagio. E, proprio come il virus, se ne evita il contagio se sta in quarantena. Cioé in piattaforma.

Dunque sotto con le piattaforme con funzione di caffeina. Si sveglieranno al mattino, riceveranno il contenuto disinfettato e ci lavoreranno (forse). Anche chi scrive qui è pronto a dare il suo contributo e già rovista tra i contenuti per disinfettarli, imbalsamarli a dovere e metterli in circolo. Ne fruiranno bene i più bravi (che già scalpitano per entrare nelle piattaforme), perché del corpo del docente hanno meno bisogno. Patiranno i più asinelli, per i quali il corpo del docente è più che essenziale. Si acuiranno le differenze.

E comunque l’emergenza passerà, si riapriranno i cancelli e le aule, ed il contenuto, una volta somministrato, sarà dato per…. contenuto. Da tutti. Dunque già disponibile ad essere verificato. E valutato. Almeno non si è perso tempo.

Continueremo a volare basso?

Da tempo denuncio la carenza di dibattito pubblico sui temi dell’educazione e dell’istruzione. Paradossalmente fece più parlare di scuola la (brutta) legge sulla Buona Scuola. Oggi è calato il buio sui temi forti. Gli unici linguaggi sembrano il politichese delle ordinanze ministeriali ed il sindacalese della maggior parte dei siti, che giustamente per reclutare lettori devono solleticare l’impiegato che è in ogni insegnante. E poi cronache occasionali: manifestazioni ecologiste e alunni beccati con spinelli. La formazione, che dovrebbe aiutare tutti a mettere a fuoco i fondamentali dell’insegnamento, è il grande bluff: obbligatoria, strutturale e permanente, dissero: 2015. Ma c’è una piattaforma, Sofia, strapiena di cose e cosacce che nessuno controlla ed il popolo dei docenti che ormai ha mangiato la foglia e ha capito che di obbligatorio non c’è proprio nulla. I Dirigenti che dovrebbero presidiare il cosiddetto obbligo, si sa, hanno quasi sempre “impegni istituzionali”. Chiamano qualche esperto ogni tanto e poi si rassegnano al grigiore. Gli Ambiti territoriali fanno la formazione ad anno scolastico quasi concluso e con i formatori che vogliono adattarsi a cifre (con tutto il rispetto) da colf. Alla politica: dimmi quanto paghi i formatori e ti dirò che pensi della formazione.

Ma la resistenza umana ci tocca, e questo blog cerca pervicacemente di stare in prima linea.

Per questo mi permetto di suggerire alle colleghe e ai colleghi più sensibili un kit di autoconsapevolezza dal titolo: Tra saperi, competenze e democrazia oltre la tecnocrazia delle misurazioni: c’è spazio per un nuovo umanesimo professionale? Mi faccio guidare in questo piccolo viaggio da tre Virgilio: Umberto Galimberti, Enrico Bottero e Philippe Meirieu. So di sfidare la tendenza, che ormai prende anche i miei coetanei, tutti indaffaratissimi, alla lettura breve. Questa è invece scientemente una lettura che prende tempo, che chiede riflessione, che chiede rivisitazione delle proprie ragioni professionali profonde. Una lettura che pretende di essere (auto)formativa. Con evidenziatore e matita. E che chiede agli enti, che di formazione si occupano, di alzare le antenne oltre il Digitale, il BES, gli Esami di Stato, l’Alternanza, il Miglioramento, l’Invalsi e altra materia più o meno effimera che costituirebbe le “priorità” 2016-2019 (a proposito, triennio concluso: cosa è successo?).

***

Percorso in tre tappe.

Prima tappa: la cultura umanistica. Serve ancora una cultura umanistica? Galimberti è sempre utile, soprattutto quando permette di ragionare sul suo lessico: educazione, istruzione, formazione, competenze, prestazioni. Denuncia la presunta scomparsa della cultura umanistica a favore delle “molte competenze”. Poi però, con la solita ambiguità del termine, l’alunno dovrebbe fare i conti con “quella competenza che la cultura umanistica offre”: è la competenza emotiva. Aggiungo: quella creativa, come evidenzia questo bel documento.

Seconda tappa: le competenze che servono e la tecnocrazia. Meirieu e Bottero discutono di apprendimento. Dialogo sapiente, istruttivo, che fa giustizia sull’equivoco legato alle competenze. Da leggere e rileggere, anche più di una volta. Bottero da tempo fa obiezione di coscienza verso la lingua tecnocratica che ha invaso le nostre scuole. La sua alleanza con Meirieu è quanto di più prezioso io abbia visto ultimamente per la scuola.

Terza tappa: perle sull’apprendimento. Un concentrato di sapienza è nel libro di Meirieu edito nel 2011 in francia, nel 2015 qui da noi: Fare la Scuola, fare scuola. Francoangeli. Cartaceo. Un buon modo di utilizzare la Carta del docente.

Per invogliare alla lettura dei contributi proposti propongo qui brevi stralci di ciascuno di essi:

Galimberti: “L’educazione a sfondo umanistico non è necessariamente il rimedio al disagio giovanile, ma è senz’altro un aiuto perché questo disagio non diventi parossistico e non si traduca, se non in tragedia, in quei percorsi a rischio che spesso i giovani imboccano perché non hanno alcuna consapevolezza di sé e non intendono assaporare quotidianamente la loro insignificanza sociale”

Bottero: “Misurare le competenze raggiunte dagli allievi servirebbe a valutare i loro risultati. Volendo ‘misurare’, la competenza potrebbe snaturarsi e ridursi ad una semplice performance. Questo sospetto è avvalorato dal fatto che il concetto di competenza, come la pedagogia per obiettivi, è entrato nella scuola sotto la spinta del mondo dell’impresa”

“La scuola pubblica non ha il compito di far emergere i migliori  ma di far crescere le conoscenze di tutti. Essa è il luogo principale in cui si promuove l’apprendimento generale operando così per la riduzione delle disuguaglianze”.

Meirieu: “I saperi generalmente trasmessi a scuola non hanno nulla a che fare con i saperi scientifici. Sono saperi proposizionali, cioè un insieme di saperi espressi attraverso semplici contenuti, in molti casi privi di significato per l’allievo. Il loro contenitore simbolico è il manuale scolastico”.

Prove tecniche di dialogo

Denunciata più volte negli ultimi tempi la stucchevolezza del dibattito attorno alla presunta alternativa tra didattica per conoscenze e didattica per competenze nell’insegnamento, ho smosso l’interesse di coloro che verso la didattica per competenze hanno nutrito sempre qualche sospetto legittimo e qualcun altro frutto di stereotipi.

Merita attenzione questa riflessione dell’amico e collega Luciano Sesta, docente di filosofia, che ha voluto affrontare la questione dal suo punto di vista.

Sesta é un appassionato sostenitore della dimensione conoscitiva dello studio, a cui attribuisce naturaliter una funzione formativa. Se un sapere ha sapore, in altri termini, é già performante, senza didattiche giustapposte. C’è verità in quel che dice, ma c’è anche rischio. C’è verità, se chi maneggia il sapere non é un burocrate della materia ma un formatore. C’è rischio se dietro l’elogio del sapere dovesse annidarsi l’impiegato del programma svolto. Tra verità e rischio, però, Sesta é capace di aprire orizzonti importanti alla riflessione sul significato che assume il sapere della scuola a contatto con gli studenti. Egli ha ben compreso che il sottoscritto non é un cultore delle competenze in senso tecnicistico, ma in senso culturale. Ha anche compreso che la discussione su conoscenze e competenze rischia la sterilità se resta al di fuori delle aule. Cominciamo a riempire le aule dei professori e i collegi dei docenti di questioni cruciali da affrontare laicamente senza appelli-contro o manifesti-per.

Vignetta di Laura Mollica

Lettera aperta su Repubblica ai dirigenti scolastici siciliani

Con quello che abbiamo davanti possiamo ancora tutti recitare le solite liturgie burocratiche come nulla fosse? Possiamo tollerare la totale ignoranza politica dei nostri allievi? E la radiazione totale della contemporaneità dalle aule dei diciottenni? Un appello in dieci punti ai dirigenti scolastici siciliani e anche a chi sta nei piani alti della scuola sicula.

Scarica l’intervento pubblicato ieri da Repubblica Palermo. Se non visualizzi bene (ma scaricandolo sul proprio pc sarebbe ok) scarica in questo formato.

Vignetta di Laura Mollica
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