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Tutti spernacchiati dal professore

Il professor Ernesto Galli Della Loggia, noto esperto di scuola ed editorialista del Corriere della Sera, in un suo editoriale del 28 aprile scorso ha ridicolizzato tutti coloro che facciamo la scuola ogni giorno. Nell’ordine: il MIUR, i Direttori degli UUSSRR, i Dirigenti Scolastici, i Docenti, gli Studenti e le loro famiglie. Il sistema è lassista. E tutti siamo complici. I fanatici dell’inclusione hanno rovinato la scuola. Se fosse lui Ministro, ogni alunno avrebbe quel che si merita e non verrebbe promosso più del 20 per cento degli studenti. Rinunciando a selezionare gli alunni in base al merito, la scuola italiana risulta essere una vera pagliacciata (parola non detta da lui).

Il problema non è Della Loggia. E’ che se scrive queste cose vuol dire che sa di potere contare o su lettori già compiacenti o su lettori – peggio – capaci di convertirsi al suo credo. Certamente conta su quelli che mastrocoleggiano ogni mattina nelle sale professori perché vorrebbero la buona scuola di una volta fate-silenzio-che-devo-spiegare-se-non-studi-ti-boccio.

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Resistenza umana

“Si ha l’impressione che i vent’anni appena trascorsi abbiano drammaticamente contribuito a spargere una spessa cortina di oblio sulla consapevolezza, da parte degli italiani, di essere the Land of Culture” (p. 25)

La resistenza umana nel nostro Paese c’è, e questo blog cerca da alcuni anni di darle voce. Questo appena uscito è un libro che ogni cittadino italiano ha il dovere di leggere. Consigliato soprattutto ai politici di finta Sinistra che stanno sommergendo l’istruzione e la cultura di Numeri, Graduatorie, Valutazione. Della religione dell’Accountability. I nostalgici del buon tempo antico non salgano sul carro. Non è roba neppure per loro.

Il suo autore sarà a Palermo per parlare di questo libro giovedì 20 aprile al Liceo Classico “Vittorio Emanuele II” (accanto alla Cattedrale). Ore 16. Scarica la locandina.

 

 

Professoressa, almeno lei…..

Sulla newsletter della Tecnodid è comparsa un’intervista alla Presidente dell’Invalsi, prof.ssa Anna Maria Ajello.

Istruttiva la lettura.

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Cogita aut labora

indexUn oggetto sconosciuto si fa strada tra le famiglie dei ragazzi che frequentano le scuole superiori: alternanza scuola-lavoro. In realtà da undici anni la scuola italiana l’aveva messo all’ordine del giorno (DLgs 77/2005), ma la sua realizzazione era stata limitata agli Istituti Tecnici e Professionali e solo in qualche caso ai Licei, certamente non coinvolgendo i Licei di serie A. Adesso tutti a fare alternanza scuola-lavoro. Alunni sedicenni, di tutti gli Istituti superiori, devono fare questa esperienza. Si va, accompagnati da docenti della scuola, in luoghi dove si lavora (aziende, istituti di ricerca, musei, centri accreditati) e si prova a comprendere che vuol dire lavorare. Poi in qualche modo la scuola farà valere nelle proprie valutazioni questo tipo di esperienze. 400 ore in un triennio nei Tecnici e Professionali, 200 ore nei Licei. Lo vuole sempre quella legge chiamata Buona Scuola. E’ un altro tassello. Le scuole convocano i genitori per spiegare di che si tratta. Fin qui l’informazione, per chi, tra i lettori di questo blog, fosse disinformato.

Dovremmo intervistare i defunti Croce Benedetto e Gentile Giovanni per sapere che ne pensano di un liceale che fa l’alternanza scuola-lavoro. Ne penserebbero tutto il male possibile. Tuttavia se a qualcuno in Italia è venuto in mente di alternare la scuola al lavoro nelle scuole superiori forse la responsabilità un po’ è anche loro. Nel 2002 un signore dal cognome Bertagna pose intelligentemente la questione del rapporto tra theorìa e techne nelle nostre scuole. Erano i tempi della Moratti, ed è da lì, dal pur giusto desiderio di superare questa dicotomia radicale, che provennero le prime suggestioni approdate poi nel 2005 nel famoso Decreto. Leggi il resto di questa voce

Un pomeriggio con Giancarlo Cerini

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Un’occasione per discutere

Scarica la locandina

Il discorso sulla scuola

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Qual è il discorso sulla scuola? Di cosa si parla quando si parla di scuola? Lo senti nelle spiagge, lo leggi nei siti dedicati, te lo chiedono quelli che ti sanno “competente”. Tutti in qualche modo sono interessati alla scuola, perché genitori, perché insegnanti o perché, più semplicemente, l’hanno fatta da giovani. I giornalisti sono interessati non tanto alla scuola, ma al modo in cui possono fare il discorso sulla scuola a coloro che comprano i giornali. Che vogliono fatto un discorso non troppo tecnico, una cosa che si capisce subito, un po’ semplificata. Le sale dei professori sono vuote in questo periodo. Ma appena si riapriranno, quanti discorsi sulla scuola si faranno tra una campanella ed un caffè. O forse non si faranno, perché nei momenti di pausa bisognerà pur raccontarsi cosa si è fatto in vacanza. Si sa che nelle sale professori il confine tra pubblico e privato è molto labile. Didattica, parrucchieri, registri di classe, spesa al supermercato, circolari, problemi col meccanico si avvicendano costruendo un flusso comunicativo incessante, che, più che un discorso sulla scuola, è un discorso fatto a scuola.
Da quasi un anno (il compleanno lo festeggiamo il 3 settembre) il discorso sulla scuola accoglie un aggettivo, “buona”, che incredibilmente ha suscitato tante e tali di quelle indignazioni da far pensare che forse sarebbe stato meglio usare magari l’aggettivo “possibile”: la scuola “possibile” con queste risorse, con questi edifici, con questi docenti, con questi dirigenti, con questi ispettori e, perché no, con questi decisori politici (ma sarebbe stato troppo!). Invece la buona scuola. Quella che tutti desiderano e che nessuno crede possa essere realizzata da quell’esercito di commi.
Se c’è una cosa che dodici mesi di tormentone hanno prodotto, alla faccia della buona scuola, è occultare del tutto il discorso sulla scuola che si fa tutte le mattine in classe, in quella magica recalcatiana “ora di lezione” dove non si parla di fasi zero, A, B, C, di GAE, di scioperi, di mobilitazioni, di LIP, di referendum, ma si parla di testi, narrazioni, ipotesi, calcoli, immagini, concetti, formule, stati, parlamenti, cellule, clima e quant’altro….E tutti questi argomenti si possono fare malissimo o benissimo. E se si fanno malissimo è cattiva scuola, e se si fanno benissimo è buona scuola.
Sembra che tutti concordino sul fatto che fasi zero, A, B, C, GAE, scioperi, mobilitazioni, LIP, referendum abbiano come scopo ultimo fare imparare meglio gli studenti. Fino a un decennio fa concordavo anch’io su questo. Da qualche anno ne dubito. Oggi sono assolutamente certo che non è così. Si chiama autoreferenzialità, ovvero la cornice che parla di se stessa senza più sapere di che cosa è cornice. Gli studenti, il sapere, la cultura, l’istruzione, l’educazione, che sarebbero, forse, i costitutivi del discorso sulla scuola, sono quelle “cose” che diventeranno “buone” se le GAE, se le leggi, se i contratti, se i precari, se l’organico ecc. ecc., insomma se il gigantesco ufficio di collocamento che si chiama scuola funzionerà a meraviglia, se i sindacati avranno mantenuto la loro ragione di esistenza (tessere), se i partiti potranno dire di fare le riforme epocali, se ciascuno potrà scaricare a tempo indeterminato il cedolino. Visitare un sito dedicato alla scuola oggi, con pochissime eccezioni, equivale a recarsi presso un sindacato. Pochi parlano anche d’altro. E se parlano d’altro vengono presi per scemi o struzzi da coloro che affrontano i veri problemi della scuola. Che notoriamente sono problemi riguardanti il posto di lavoro degli insegnanti.
Da quando sono stato, così si dice, “immesso in ruolo”, nel 1992, il discorso sulla scuola non è mai cambiato granché, con una breve parentesi tra il 1996 ed il 2001, quando sembrò che i tavoli di lavoro (i Saggi di Maragliano ad esempio) facessero il discorso sulla scuola, senza aggettivi, senza punti a capo, senza tre “I”, senza cacciaviti, senza grembiulini e altre pagliacciate politico-mediatiche prodotte da tutti i teatranti che si sono avvicendati al timone della scuola a partire dal 2001. Il discorso sulla scuola: come crescono i nostri ragazzi, quale cultura proponiamo loro, quali modelli culturali veicoliamo attraverso le discipline, come si educa attraverso la conoscenza (i famosi libri bianchi dei primi anni Novanta…).
E’ possibile che tutta la mia carriera di docente starà in attesa del discorso sulla scuola. A lume di naso, se gli déi mi concederanno di arrivarci, potrei andare in pensione nel 2027. Chissà se negli ultimi dodici anni di servizio riascolterò qualche “buon” discorso sulla scuola.

La “buona ….. formazione”: le pratiche pensate

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Il CIDI di Palermo non si ferma mai.

Il prossimo 15 aprile al CEI chiamerà a raccolta gli insegnanti di matematica  ed il 17 aprile al Castello Utveggio, nella sede del CERISDI, sono invitati tutti gli insegnanti per discutere di inclusione. Non è ancora (ri)diventata obbligatoria la formazione e non sappiamo se sarà un bene. Ma non approfittare della qualità che c’è in giro, soprattutto se non costa (a parte sostenere il CIDI, che è cosa buona e giusta), sembra davvero poco saggio…..

Scarica le locandine: MatematicaInclusione

 

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Un bel pomeriggio di riflessione e formazione

Ieri pomeriggio alla “Giovanni XXI-Piazzi” di Palermo il CIDI ha messo insieme Mario Ambel ed il sottoscritto a ragionare di certificazione di competenze e didattica orientata alle competenze davanti a circa 150 persone tra dirigenti, docenti in servizio e tirocinanti. Attenzione, interesse e motivazione. Tanta carne al fuoco, tante criticità, tanto materiale, tanto desiderio di capire e approfondire. Qui le slides del mio intervento, che presto troverà una forma più articolata in altre pubblicazioni cartacee e digitali. A seguire alcune foto dell’evento, realizzate da Paola Grasso e Stella Verde.