Alla ricerca del tempo perduto

La sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa, raccogliendo l‘intenzione di tutte le Regioni eccetto l’Emilia Romagna, dice: «Non credo ci saranno aperture prima di Natale, la scuola aperta a spot serve solo a creare vampate di contagi». La sottosegretaria avanza la questione recuperi delle ore perdute: «Anche una buona Dad non è paragonabile alle lezioni in presenza». Il presidente Cirio è al lavoro con l’Ufficio scolastico del Piemonte «per rimodulare il calendario scolastico dell’anno in corso e recuperare dalla primavera». Immagina di tagliare giorni di vacanza dalle festività di Carnevale, Pasqua, 25 aprile e Primo Maggio. Mario Rusconi, Associazione nazionale presidi del Lazio: «Diversi studenti si manterranno in contatto con i docenti sotto Natale». La Uil: «Si può allungare fino a luglio»

(La Repubblica 1.12.2020)

Sembrano tutti serissimi. La sottosegretaria che fa i confronti, il presidente che taglia le vacanze, il preside che vuole mantenuti i contatti a natale e il sindacalista che vuole far lavorare sotto l’ombrellone.

L’appello di cui nel precedente post – che tratta la questione sul piano strettamente didattico/educativo – fa allora parte di un paesaggio generale in cui si fa sempre più forte il rumore di fondo del recupero. Le ore “perdute” nella didattica a distanza, quando l’orario delle lezioni è stato ridotto, vanno recuperate. Da chi? Difficile che debbano essere recuperate dagli stessi ragazzi per la cui salvaguardia l’orario delle lezioni è stato decurtato. Sarebbe davvero un rientro dalla finestra di quel sovraccarico cognitivo che sapientemente era stato (parzialmente) fatto uscire dalla porta. Cosa andrebbe recuperato allora? Con tutta evidenza un mucchietto di ore “non svolte” dai docenti, e a questo punto si dovrebbe capire in che modo, se non con i ragazzi, i docenti dovrebbero recuperarle.

La discussione, già grottesca sul piano didattico-educativo, lo è se possibile ancor di più sul piano professionale. La burocrazia ha i suoi diritti, ovviamente perché si basa sull’esplicito e non si occupa invece di implicito. I docenti hanno lavorato dieci volte di più, e questo è sotto gli occhi di tutti. Basterebbe consultare le loro famiglie per rendersi conto che, tra ore trascorse a preparare percorsi e materiali, ad addestrarsi all’uso di piattaforme o in chat fino a tarda sera a discutere sul da farsi, gli insegnanti dovrebbero vantare un credito gigantesco nei confronti della burocrazia statale piuttosto che sentirsi raccontare pateticamente la favola delle ore da recuperare. La stessa ministra che passa il suo tempo a scrivere lettere di ringraziamento per l’enorme-lavoro-svolto-dai-docenti-bla-bla non sembra occuparsi di questa materia, che lascerà ai suoi burocrati. Lo stesso Rusconi dichiara candidamente che diversi studenti saranno in contatto con i docenti a natale. Bella novità. Rusconi si occupa di scuola o di scacchi? Insomma, tutti ringraziano (verbo che incorpora la parola gratis) e poi passano alla cassa.

Non c’è occasione in cui non si ripresenti il colossale equivoco del lavoro dei docenti. In tempi in cui si autocertifica di dovere andare qua o là, pare impossibile autocertificare che nel giorno tal dei tali dalle ore 16 alle ore 20 (o alle 23 talora) si è lavorato a questo o a quell’altro, perché questo lavoro, con retorica stucchevole, risulta essere “fuori dall’orario di servizio”. Solo che occorrerebbe capire come funzionerebbe la macchina scuola se tale sommerso non ci fosse. Per la burocrazia invece il Servizio è quella firmetta su registro elettronico che indica che stai facendo l’impiegato dalle ore 8,30 alle ore 9,30, prescindendo ovviamente dalla qualità di quel che stai facendo. Pertanto la chiusura (storica) di tutti e due gli occhi sulla qualità determina la vigilanza occhiuta sulla quantità.  Alla faccia della professione docente. Chiamatela impiego docente. Almeno la coerenza.

Se ne uscirà mai? Rattristano e sconcertano anche le dichiarazioni di qualche sigla sindacale che propone di prolungare l’anno scolastico fino a luglio, perché si sa che gli insegnanti in estate non lavorano e se devono recuperare che lo facciano in estate. Se no finisce che non lavorano mai. C’era una volta il sindacato che sosteneva le ragioni dei docenti e si dissociava dal senso comune.

La frutta è servita. 

PS. Cara sottosegretaria, una buona DAD è sempre preferibile ad una pessima didattica in presenza. Si documenti oppure si occupi di Salute.

Nessun tempo è perduto

Circola un appello, ad opera di un tal gruppo Condorcet, volto a far recuperare agli studenti il tempo perduto per colpa del virus. Stralcio due passaggi.

La seconda richiesta è di iniziare da subito a programmare il recupero del tempo scuola perso. Il tempo scuola in presenza perso è enorme: dal 5 marzo al 10 giugno 2020, 75 giorni, che diventano 84 per quelle regioni in cui il lockdown è iniziato il 25 febbraio. A questi vanno sommati i giorni persi in questo anno scolastico almeno a partire dal 24 ottobre, cioè da quando è iniziata la riduzione al 25% del tempo scuola in presenza alle superiori. Se si aggiunge la pausa estiva, che è stata troppo lunga anche in questo anno di emergenza, il quadro è molto grave.

[…]

La nostra proposta è questa: iniziamo a calendarizzare settimane per il recupero del tempo scuola perso a causa di queste interruzioni, pensiamo cioè a rimodulare i periodi di vacanza e allungare l’anno scolastico molto oltre il 10 giugno. Va fatto in modo flessibile e differenziato, a seconda delle regioni, anche interrompendo quando occorre l’attività a distanza, per consentire a studenti e docenti di prendere un po’ di respiro. Un calendario «europeo», caratterizzato da vacanze estive più corte (quando il virus è meno aggressivo) e sospensioni dell’attività di alcuni giorni durante l’anno. Aiuterebbe ulteriormente far sì che il personale in servizio rimanga il più possibile nelle stesse classi anche per il prossimo anno scolastico, in modo da consentire una programmazione dei recuperi più distesa e che includa per lo meno anche i primi mesi del prossimo autunno.

Ho letto molte volte questo appello. E ho voluto farlo da insegnante, facendomi scorrere in mente i visi dei miei alunni, quelli attuali e quelli passati. E mi sono chiesto se questi signori hanno consultato le consulte degli studenti prima di fare questo genere di proposte. E le loro famiglie. La mia sensazione è che non lo abbiano fatto.

E comunque, lo abbiano fatto o meno, ho la sensazione che qualcosa non torni. Cioè che dietro proposte del genere ci sia una certa idea di scuola e di apprendimento. Un’idea quantitativa, di “cose” che si dovevano fare e non si sono fatte, e che pertanto andrebbero “recuperate”, in qualsiasi modo, accorciando l’estate, includendo pezzi di anno scolastico successivo, o mettendo in essere altre strategie. Nelle interviste riconoscono che il sovraccarico subito dai ragazzi è stato di gran lunga superiore in DAD. E propongono sospensioni della stessa per “prendere respiro”. Ma sono pronti a infliggere in presenza recuperi che reintegrino ciò che non si è fatto durante il….respiro.

Insomma parrebbe che i ragazzi nel tempo del lockdown primaverile non abbiano imparato niente o che abbiano imparato aspetti della vita e della cultura non paragonabili qualitativamente a quanto avrebbero imparato in condizioni normali. È vero che la didattica a distanza non è la didattica in presenza, ma è quella che comunque hanno affrontato, che abbiamo affrontato, mettendo in campo tutte le risorse possibili. Dunque non mi pare che occorra acchiappare i mesi estivi per riposizionarli su italiano, matematica, lingue, storia, filosofia, scienze, dando loro quel che il virus ha loro tolto. Qualcuno di questi signori, torno a dire, ha intervistato i ragazzi?

Chiedono di aderire. E a scorrere l’elenco dei primi firmatari sorprendono alcune firme. Viene da pensare che qualcuno abbia letto distrattamente o non abbia incrociato la lettura dell’appello con i suoi fondamentali pedagogici. Riterrei utile che si costruisse un movimento di opinione parallelo capace di prendere le distanze da un’impostazione pedagogica basata sul recupero-di-ciò-che-si-perde. Nulla si perde, perché ogni stagione ha i suoi apprendimenti, e sta a chi educa ed insegna fare di ogni stagione occasione di apprendimento. Lasciamoli in pace i ragazzi.

 

Lettera a una professoressa (o a un professore)

Cara professoressa del tempo Covid/DAD,

vorrei chiederti come stai. No, non mi riferisco al contagio. È che giungono da ogni parte d’Italia grida di dolore dagli studenti che stanno facendo la didattica a distanza. Dicono tutti, in ogni comitato studentesco, in ogni consiglio di classe, che sono stremati, che sono assillati da compiti e interrogazioni, che non ce la fanno più a stare sempre davanti al monitor. È per questo che ti chiedo come stai. È molto importante il tuo benessere, credimi, per il loro benessere. Se me lo permetti vorrei condividere con te qualche pensiero affinché tu possa trovarvi motivo di rasserenamento.

Mi chiederai: cosa ti fa pensare che io non sia serena? Semplice: quel che raccontano i ragazzi, ma non solo quelli che se la tirano. Tutti i ragazzi, anche quelli che la voglia di studiare ce l’hanno. È questo che mi fa pensare che ci sia bisogno per te di qualcosa che ti dia benessere, una sorta di tisana rilassante. Ci provo. Poi mi dirai cosa ne pensi.

Non hai un traguardo davanti che non sia il benessere dei tuoi allievi. Senza di questo non ti servirà a niente avere spiegato un sacco di cose. Le dimenticheranno. Potrai scrivere tutto diligentemente su Argo, ma non avrai spostato di una virgola il loro apprendimento, perché comunque impareranno quel che il loro benessere consentirà loro di imparare. Vittoria di Pirro per te: chi ti elogerà? Il tuo Dirigente? No, non sperarci, sarà il primo a dissociarsi dal tuo zelo.   

Forse qualcuno, tempo fa, ti avrà spiegato che senza motivazione e interesse non si impara niente. Vero. Ma anche senza relazione umana. Senza anima. Senza mai un sorriso. Una battuta. Una pausa di leggerezza. Per questo è importante anche il tuo benessere. Perché non basta la preparazione, e neppure lo zelo, e la serietà. In questo infausto tempo queste cose non ti bastano più. Ti bastavano in presenza, perché gli allievi erano più disponibili. Ora non ti bastano più. Devi stare bene. Devi sapere sorridere. Non hai alternative davanti a loro. O li perderai. Sempre che non perderli ti interessi. Insomma fai poche cose e con passione. Ameranno la tua materia e ricorderanno quello che hanno fatto con te. E ricorderanno te.

Un’altra cosa. Ma davvero ti pare così importante valutare? Interrogare? Mettere voti? Ti pare davvero che sia la cosa più importante nella relazione umana che hai con i tuoi allievi? Ti pare davvero un dovere così cogente da richiedere, in suo nome, di sacrificare tutta la leggerezza e la solarità che sarebbero necessarie in questo tempo così difficile per tutti? Io non ci credo. Io credo che se tu stessi davvero bene non riterresti che le cose stiano così. Ecco perché ti scrivo. Perché sono davvero convinto che tu hai bisogno di serenità, di passeggiate all’aria aperta, magari di sentirti voluta bene.

Se tu stessi davvero bene capiresti che è giunto il tempo in cui tutto questo tuo armamentario scolastico – il programma da svolgere, le verifiche, i voti – può solo far stare male tutti, i tuoi allievi e te stessa. Ti occorre una metanoia, un cambiamento di prospettiva. Devono entrare nella tua vita professionale il piacere e la gratuità. Il piacere di insegnare le cose non per l’interrogazione ma perché le cose che insegni piacciono per prime a te; il piacere di intrattenerti con loro a parlare anche di ciò che accade a loro e a te; il piacere di ascoltare le fesserie che a quell’età normalmente piace dire, e magari di riderci su con loro; il piacere di non guardare che stai perdendo tempo, perché tutto il tempo che impieghi nella convivialità con loro è tempo che hai guadagnato in qualità e motivazione. Fai tutto gratis. Non fare niente perché poi devi riavere in cambio qualcosa. Spiega perché è bello.

E stai davvero serena, perché non hai bisogno di indossare i paramenti sacri per fare verifiche-ufficiali. Gli ufficiali lasciali nell’esercito. I ragazzi ti daranno sempre occasione di farti vedere quanto valgono e stai serena che meno si chiederà loro di mettersi in posa meglio riusciranno le foto scattate. Mia cara, tutto è valutazione, anche l’aria che si respira, e se lo desideri avrai sempre mille elementi per valutare, e davvero rilassati se questi elementi non sono oggettivi. Sono tuoi e loro, cercati e condivisi insieme, e quindi saranno molto più veri che se fossero oggettivi. Ricordalo: chi cerca l’oggettività trova la solitudine.

Carissima, davvero stai serena. Non stare sempre a prenderti maledettamente sul serio, tu e tutto il tuo programma. Di virus ne basta già uno. La formula è semplice: non sono necessari corsi di aggiornamento o letture particolari. Basta rasserenarsi, togliersi un po’ di ansia addosso e ricordarsi di sapere sorridere. Sorridi ai tuoi alunni, anche dietro ad un monitor. E scoprirai che sono vivi. Come te.

 

Piano di immissione degli argomenti (PIA)

Nella scuola si usano le sigle inventate dagli ambienti ministeriali. PIA è una di queste. Piano di integrazione degli apprendimenti. Si può constatare qua e là che la ricezione nelle scuole di queste sigle è meramente esecutiva, perché l’Ordinanza è l’Ordinanza. Tuttavia la ricezione acritica senza la riflessione e la discussione non disturba il manovratore e gli consente di reiterare. Non buono. Soprattutto quando il manovratore non mostra di brillare per competenza. Per questo non pare inopportuno un semino riflessivo su questo acronimo che sta occupando la scena nell’ imminente riavvio di scuola.

La formulazione presenta tre elementi concettuali: “Piano”, “Integrazione”, “Apprendimenti”.

Il primo dei tre, in quanto evoca il progettare, ma forse meglio il programmare, implica un “guardare prima” o uno “scrivere prima”. Si individuano delle cose da fare, e lo si è fatto due mesi fa a fine anno scolastico, e ci si ripropone di farle. Quali che siano le condizioni mentali degli studenti si faranno.

Ma cosa si farà? Ecco gli altri due elementi. Si parte dal principio che gli apprendimenti dei ragazzi non abbiano potuto completarsi. Devono essere integrati (MIUR: “attività didattiche eventualmente non svolte”). Il tema della completezza qui fa da convitato. Si è valutato a giugno che agli apprendimenti degli allievi mancava qualcosa e si è pianificato di compensarla. Credo che questa analisi possa bastare.

Restano gli interrogativi. Necessari. Uno solo qui. Cosa intendono per “apprendimenti” gli insegnanti che hanno pianificato e come li legano concettualmente ad “attività didattiche eventualmente non svolte”? Cosa hanno in mente? Meglio: a quale allievo pensano? Hanno in mente processi dinamici, ossia sviluppo di abiti mentali e culturali, di atteggiamenti di ricerca, di feedback rielaborativi ed emotivi, di dibattiti e discussioni, di capacità di porre domande sensate (tutto questo nella mia lingua: competenze)? Hanno cioè in mente un’idea costruttiva di apprendimento, per la quale il soggetto che apprende re-agisce ricostruendo personalmente gli stimoli ricevuti? E se così fosse come intenderebbero attivare questi processi, posto che non fu possibile – pare – farlo in precedenza?

Ma non sembra che la musica sia questa. A leggere qualcuno di questi piani e ad intervistare amici dirigenti e docenti ci si trova davanti in genere ad argomenti da trattare, sempre con la mascherina (ops) di obiettivi. Ma un argomento è un apprendimento? La domanda richiederebbe un convegno. Magari con un titolo più tendenzioso: “Quando un argomento diventa apprendimento”? Ma non sono questioni popolari per adesso. Leggere, studiare e discutere di queste cose pare fuori dal mondo. C’è chi scrive: “Non è sufficiente per riaprire le scuole, soprattutto in questo momento storico”. Nessuno può dargli torto. Forza con i PIA.

 

“Più alto verso l’ultima salute”

Se ne va un uomo gentile, un insegnante appassionato e un intellettuale serio. Pippo Lo Manto è legato a Dante, ed è giusto così perché il poeta fiorentino gli ha impegnato una vita e soltanto chi ama Dante può capire che una vita non basta per entrare in quel mondo. Essere legato a Dante consentiva a Pippo di tenere insieme il suo “cor gentil” e la “cara imagine paterna” che è rimasta impressa nel tempo ai suoi ex alunni, insieme al rigore di pensiero con cui indagava le pagine dantesche. Era fortemente convinto che Dante potesse parlare al nostro tempo, ma che occorresse studiarlo bene per coglierne la presenza. Non tutti sono convinti di questo, anzi c’è chi è convinto del contrario.

Negli ultimi mesi di vita ha incoraggiato con convinzione il mio impegno dantesco e, già ammalato, ha presenziato a qualcuno degli incontri sulla Commedia tenuti alla Casa dell’Equità e della Bellezza di Palermo. Lo ha fatto con l’autorevolezza e la gentilezza che in lui erano tutt’uno. Oggi che se n’è andato, studio Dante con qualche insicurezza in più. Era come avere una sorta di salvagente cui ricorrere in caso di incertezze interpretative. Ha insegnato che si può essere intellettuali senza essere paludati, e anche in questo somigliava al suo autore amato, che rimandava al mittente tutti gli inviti ad evitare di rendere facili le cose difficili. Sol per questo merita che il suo impegno e la sua ricerca trovino continuità. Raccoglierne il testimone è un dovere per tutti.

Uno zainetto estivo per i docenti

Nelle ultime settimane si è assistito al ritorno di un genere di discorso che sembrava ormai soppiantato dalla permanente attenzione a graduatorie, concorsi, punteggi, mobilità, insomma a tutto il versante (importantissimo, per carità) che pensa la scuola come un posto di lavoro. Il genere “Idea di scuola” sembrava affidato soltanto a qualche pensatore che si attarda sui cosiddetti massimi sistemi. Ma da Massimo Baldacci a Mario Ambel proviene in questi giorni un forte stimolo a pensare la scuola, in omaggio al principio che nessuna prassi e nessuna organizzazione acquistano significato se non in riferimento ad un quadro valoriale di riferimento. Gli stessi recenti discorsi sulla valutazione, al di fuori di un’opzione di fondo sull’educare, sull’ insegnare, sull’ apprendere e sul relazionarsi con gli allievi, rischiano di approdare alla solita fornitura di strumenti operativi, che operano come opererebbero le posate di chi non sa cosa vuole o deve mangiare.

Per questo invito a dedicare del tempo ad ascoltare Baldacci (il cui intervento di altissimo profilo compare anche sull’ultimo numero di Micromega) e leggere Ambel (e la rivista che dirige). Per elevare il tenore della chiacchiera scolastica e non rimanere schiacciati tra l’empatia epistolare ministeriale dei grazie-a-tutti-gli-alunni-e-a-tutti-i-docenti e la tecnocrazia degli apparati vocati periodicamente a misurare la temperatura del moribondo per monitorare il sistema.

Dovesse poi esserci in giro ancora qualcuno che vuol dare sostanza ai discorsi sulla valutazione cosiddetta formativa (l’aggettivo con tutta evidenza è pleonastico e induce il sospetto che la valutazione possa essere qualcos’altro….) suggerisco una lettura…formativa.

Siete nella Storia

È stata sobria la Ministra. Se a soli 38 anni mi avessero fatto ministro, se ripenso a come ero a 38 anni, sarei stato molto più esagerato. Non avrei detto “Siete nella storia”. Avrei detto siete nell’Empireo, nell’ eterna beatitudine di chi non ha più niente da chiedere alla vita perché dalla vita ha ricevuto tutto ed è sazio di giorni e di esperienze. Altro che nella Storia. Invece la Ministra si è fermata alla Storia, che può soggiacere, come ci insegna Foscolo, all’oblio.

Ma non è detta l’ultima parola. Sempre sulla falsariga del poeta dei Sepolcri, c’è sempre qualche possibilità di restarci a lungo nella Storia, soprattutto per coloro che compiono “egregie cose”. E quali cose più egregie possono esserci nell’aver praticato la “resilienza” (sempre la Ministra) in quel periodo terribile di lockdown, lì, ammassati senza distanziamento all’interno dei rifugi antiaerei sotterranei, oppure, sempre senza distanziamento, sui barconi stracarichi sempre a rischio di affondare, o ancora in una baracca perché il terremoto si è portato via tutto.

La resilienza di questi nostri ragazzi merita davvero l’ingresso trionfale nella Storia.

Che dire? La Storia è davvero una passione di questi nostri ministri dell’istruzione meteora. Da anni credo che non se ne sia visto alcuno che non l’abbia invocata, così come la invocano i loro partiti di riferimento. I Cinquestelle in questo sono maestri – vedi abolizione della povertà – , forse perché avvertono oscuramente che la Storia li spazzerà via e senza tanti ringraziamenti. Per loro la Storia è davvero un pensiero ricorrente.

Chissà che però, magari raggruppati insieme in un paragrafo, questi ministri possano beneficiare di un posticino in qualche manuale di storia della scuola italiana. Lavorare sul titolo del paragrafo può essere un bell’esercizio interpretativo.

Un libro necessario ed esemplare

Ci sono libri che a leggerli danno soddisfazione. È il caso di Homo sum (sottotitolo: Essere “umani” nel mondo antico) scritto dal classicista Maurizio Bettini e pubblicato da Einaudi del 2019. E la soddisfazione aumenta nel passare in rassegna le persone che hanno contribuito, per esplicita ammissione dell’autore, alla realizzazione di questa perla di enorme valore culturale, figure di studiosi del meridione, ed in particolare palermitani a me cari come Isabella Tondo, Andrea Cozzo e Giusto Picone.

Il contenuto è pregevole di suo. Bettini esplora il senso di umanità dei Greci e dei Romani alla luce della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e soprattutto alla luce della politica salviniana di chiusura ai migranti che era attiva – e da lui radicalmente esecrata – nel momento in cui scriveva. Tanti spunti di riflessione, tante testimonianze provenienti dalla classicità e anche dall’ humus biblico cristiano. Si legge di un fiato e si gode di ogni parola.

Ma la bellezza non si ferma qui. La bellezza continua con l’approccio di Bettini al suo stesso sapere. Mai accademico, mai paludato, mai pedante, come quello che ahimè si vede nelle facoltà umanistiche e – ancora più ahimè – nei nostri licei classici. L’approccio di Bettini al mondo antico resta quello che consente allo stesso di rivelarsi davvero come fondativo: è l’approccio culturale. L’unico cioè in grado di rendere feconda quell’ esperienza perché capace di leggere il contemporaneo e dal contemporaneo farsi rileggere. C’è filologia, diritto, storia e letteratura, ma tutto rifluisce in cultura e in passione civile, quella che lo stesso Bettini riconosce a coloro che lo hanno sostenuto nel lavoro.

È un libro che parla dell’umanità con umanità. Con rigore di studio, chiarezza espositiva e desiderio di giovare. Per questo è un libro educativo. Non solo per i temi che tratta, ma anche e soprattutto per quel modo di far rivivere le testimonianze antiche che davvero convince dell’irrinunciabilità dei Greci e dei Romani molto più delle trite lamentazioni di docenti liceali che ti metto quattro perché non mi hai saputo ripetere l’aoristo.

Due spunti, di contenuto e di metodo, voglio lasciare qui per invitare a questa godibilissima lettura. Il primo riguarda la sostituzione del costrutto “diritti umani” con “doveri umani”. È il filo rosso che percorre il testo, ed è un chiaro mutamento di paradigma che gli antichi ci consegnano. Il secondo è un monito che riguarda le sorti dell’insegnamento della classicità e va rivolto soprattutto agli insegnanti più giovani, il cui zelo pedante troppo spesso rischia di mettere a repentaglio proprio ciò che quello zelo vorrebbe mantenere: “I tempi sono molto cambiati da quando le letterature classiche potevano, o dovevano, essere considerate solo un elegante patrimonio di figure poetiche o letterarie” (pag. 106).

Questo libro ci riporta a quell’umanesimo civile, di matrice dantesca, che considerava la cultura (costitutiva dell’ humanitas latina) quale nutrimento della vita civile e politica, quel che oggi viene chiamato dalla retorica ministeriale cittadinanza. Credo necessario che ognuno lo legga, e forse non solo una volta. Basterà il solo primo capitolo, che rivisita il primo libro dell’Eneide e l’accoglienza riservata ai profughi troiani dalla regina Didone, per fare venire voglia di arrivare fino alla fine.

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