Quando il bullo narra se stesso

Questo libro é stato pubblicato in queste settimane da una giovane collega palermitana, che ebbi modo di seguire come tutor di tirocinio SISSIS una quindicina di anni fa.

Si tratta dell’autobiografia scolastica di un bullo. Tratta da una storia vera. Non inventa nulla, é chiaro, il fenomeno da tempo é studiato attentamente. Però ha la forza della testimonianza e delle emozioni vissute.

Gli attori in campo sono studenti, docenti, genitori, e persino una vicepreside (sarebbe stato interessante capire il ruolo del Dirigente scolastico). C’è il territorio, con tutte le sue deprivazioni. Si beve d’un fiato e credo che potrebbe essere un bel testo da far leggere in classe, anche in classi dove il bullo non c’è, come esempio di pedagogia coraggiosa e di educazione alla cittadinanza.

Insomma un buon esempio di scuola-verità. Per avere ancor più verità forse avrei reso più “verista” la lingua del narratore-bullo, che invece si esprime in un italiano irreprensibile. Ma anche così resta una lettura istruttiva.

Annunci

Le parole di un (vero) maestro

Franco Lorenzoni ha inviato una lettera aperta agli insegnanti.

Da mettere sul comodino.

Populista

Ultimamente mi è stato rivolto questo appellativo in virtù dei miei interventi pubblici (orali o scritti) sulla scuola. Fino all’ultimo contributo pubblicato da Repubblica, che ha creato un certo dibattito sul compito della scuola in ordine all’emergenza educativa che viviamo (curiosamente una di queste è proprio il populismo).

Ho molto riflettuto su quest’appellativo che mi viene rivolto e riflettendo ho capito perché la sinistra ha toccato il fondo. E questa comprensione muove da una certa concezione del consenso. Una certa sinistra fa molta fatica ad esprimere unanimemente il consenso ad una posizione. Per un paio di decenni ho fatto parte di consessi in cui si era capaci di dibattere per ore solo perché nessuno era capace di dire “sono totalmente d’accordo con…”. Ricordo sedute interminabili di lavoro sulla politica scolastica in cui a quindici persone corrispondevano quindici posizioni diverse. In realtà ciascuna posizione divergeva dall’altra solo in un paio di sfumature. Ma era fondamentale dire esattamente la stessa cosa per venti minuti premettendo però che non si è d’accordo. In realtà non si era in disaccordo sulla cosa, ma sul fatto che la dicesse quello lì.  Quindi quindici teste, quindici posizioni. La Sinistra.

Se c’è troppo consenso verso una posizione si rischia la dittatura. E questo alla sinistra non piace. Ma se sul fronte politico opposto (opposto?), come si può vedere, del consenso più o meno unanime si fa un punto di forza, a sinistra si vive la sindrome opposta, come ben comprendeva Renzi quando cominciò ad atteggiarsi alla Berlusconi. Anche se bisogna riconoscere che lui aveva esagerato nel copiare gli avversari. Dopo il renzismo, oggi, andare ad un congresso del PD permette di comprendere cosa vuol dire polverizzarsi per evitare a tutti i costi l’unanimità. Dal renzismo all’atomismo.

Dunque, occhio al consenso generalizzato. E attenzione a dire: “sono totalmente d’accordo”. E attenzione a quelli che lo dicono. Saranno certamente plagiati dal populista. E’ subito sospetto, il consenso, e necessita di distinguo. Ovviamente molto sostanziali. Così avviene anche nel mondo della scuola, che al suo interno riproduce i vizi della sinistra soprattutto nelle sue entità organizzate (dove ci sono i presidenti i dirigenti e i coordinatori), che dibattono all’infinito per approfondire i problemi. Giustamente. Per stare però poi col cerino in mano con tutti i distinguo e nessuna possibilità di muovere le persone attorno a due-tre idee forti comunicate brevemente e con intensità. E giustamente vince il sindacato che il consenso se lo becca subito con le sue questioni di money. Alla faccia del dibattito culturale.

Ora, se spunta qualcuno che tenta una comunicazione di altro segno, con tutta evidenza è populista. Perché scimmiotta gli avversari politici. A questo punto la sinistra organizzata, anche nella scuola, finisce per avere almeno due ordini di avversari: quelli istituzionali e poi quelli interni che riescono a dire e a fare qualcosa che muove la cosiddetta scuola militante. Se essere populisti vuol dire tentare questa mobilitazione dei pensieri, io – che non mi faccio mai scrupolo di dire “sono totalmente d’accordo” purché si vada avanti – mi autoannovero tra questi con buona pace delle signore e dei signori – ecco, stavolta lo dico io – radical chic perennemente riuniti a ritagliarsi ciascuno la propria nicchia irriducibile a quella di chi siede accanto.

Vignetta di Laura Mollica

Lettera aperta su Repubblica ai dirigenti scolastici siciliani

Con quello che abbiamo davanti possiamo ancora tutti recitare le solite liturgie burocratiche come nulla fosse? Possiamo tollerare la totale ignoranza politica dei nostri allievi? E la radiazione totale della contemporaneità dalle aule dei diciottenni? Un appello in dieci punti ai dirigenti scolastici siciliani e anche a chi sta nei piani alti della scuola sicula.

Scarica l’intervento pubblicato ieri da Repubblica Palermo. Se non visualizzi bene (ma scaricandolo sul proprio pc sarebbe ok) scarica in questo formato.

Vignetta di Laura Mollica

L’umiltà di voler capire

I giornalisti quando parlano di scuola tendono a semplificare perché devono accattivarsi l’opinione pubblica.

Ma non é sempre così. Questo libro di Giovanni Floris lo dimostra.

Lettura agile piena di intelligenza e dell’umiltà necessaria a capire un mondo complesso come quello della scuola: Floris ha percorso l’Italia per un anno parlando con insegnanti, dirigenti, studenti e genitori.

Solo un esempio: “Il messaggio da far passare non é solo che studiare ti aiuta a trovare più facilmente lavoro ed essere pagato di più. E’ che studiare ti aiuta, in generale. Che ti fa bene, che rende la tua vita migliore. Nessuna scuola, sono convinto, nemmeno quella tecnica, deve servire solo a orientarti verso una “professionalità”. Se a un certo punto ti aiuta a trovare la strada che fa per te é un bene, ma il suo compito di base é proprio l’opposto. Quello di metterti davanti la vertiginosa infinità delle strade possibili, che la famiglia d’origine magari non é in grado di mostrarti” (p.109).

Quanto basta per portarlo nella sacca da mare.

La contemporaneità oscura

Questo articolo della politologa Sofia Ventura ricostruisce le vicende della politica italiana dell’ultimo quarto di secolo. Lo fa utilizzando alcune parole quali “populismo”, “antipolitica”, “rottamazione”, “corruzione” che  costituiscono l’ossatura di un discorso sulla contemporaneità politica. I documenti sulla scuola risuonano pomposamente di altre parole quali “cittadinanza”, “Costituzione”, “partecipazione”, “identità”. Leggendo questo articolo moltissimi insegnanti, da me stimolati, mi hanno confidato il loro scetticismo non tanto sulla possibilità che la nostra storia più recente possa essere oggetto di discussione in classe, quanto sulla possibilità che la stessa storia sia addirittura conosciuta dai docenti delle nostre scuole.

E in realtà il sospetto é forte, a giudicare dalla chiacchiera frivola che spesso é dato ascoltare nelle sale professori e dalle competenze dei nostri ragazzi sull’ultimo quarto di secolo della nostra storia.

I nostri esami di Stato si attorcigliano tra fascismi, nazismi e guerre mondiali. Al più discutono di guerra fredda. Il resto é oscuro. E ogni generazione di insegnanti continua a sottrarre alla generazione di alunni che le tocca le vicende che essa stessa o non comprende o non ha vissuto. Alla faccia della cittadinanza.

JE SUIS AQUARIUS

 

 

 

NON SI FA DEMAGOGIA SULLA PELLE DELLE PERSONE

PORTO DI PALERMO STASERA ORE 21

Le ruspe e i vaffa degli intellettuali sulla scuola

 

 

 

 

 

Ha fatto molto discutere l’intervento di Ernesto Galli Della Loggia con il decalogo inviato al neoministro dell’istruzione. Nel merito risponde molto bene Mila Spicola, in questo contributo.

Qui solo un paio di notazioni dietrologiche.

Della Loggia non scriverebbe quelle cose se non sapesse di poter contare su un’area di pensiero (opinionisti e accademici) che questo blog ha più volte tacciato di incompetenza scolastica. Non preoccupa quindi il professore ma la sua area di riferimento. Che affronta le problematiche educative e didattiche come il nodo di Gordio. Tagliandole con la spada. Proprio come le ruspe di Salvini o i vaffa di Grillo, ma qui ammantate di scrupolo cultural-pedagogico. Vietare, sanzionare, marcare la differenza, ripristinare sani valori. Un armamentario che definire gentiliano, come fa Spicola, forse è alquanto ingeneroso per Giovanni Gentile.

Il problema è che la scuola è ridotta malissimo. E’ davvero un luogo dove non si pensa più e non si dibatte più. Lo stato di salute della discussione e del conflitto delle interpretazioni nelle nostre scuole è zero. Ci sono i ricorsi dei genitori, i bullismi degli studenti, la sottomissione al dirigente e gli ispettori con i pennacchi che si aggirano con righello e calcolatrice per misurare e valutare pure i servizi igienici delle scuole. I docenti fanno adunate solo per farsi accarezzare le orecchie dai guru di turno (soprattutto quelli che non hanno mai visto una classe), ma non riescono più a radunarsi per discutere di che scuola facciamo. Non ci sono né partiti né sindacati né associazioni capaci di mettere insieme più di venti persone a discutere (discutere: infatti é al momento del dibattito post-guru che incombe la cena da preparare…). Discutere di ciò che conta davvero. Dei fondamentali dell’educare e dell’istruire. Del ruolo delle emozioni e della creatività nell’insegnamento. Del ruolo di mediazione culturale assolto dai saperi rivisitati in chiave formativa. Di questioni complesse. Belle perché complesse.

E quando la complessità va in soffitta hanno buon gioco i Della Loggia di turno che vogliono vietare, sanzionare, marcare la differenza, ripristinare sani valori. Usando la ruspa e dicendo vaffa a tutti coloro che come questo blog evitano di dare risposte semplici a problemi complessi.