Che Dirigenti scolastiche/i vogliamo?

L’Ufficio Scolastico Regionale della Sicilia avvia dal prossimo 8 febbraio una formazione (“alta”, così la chiamano) per le dirigenti e i dirigenti scolastici della scuola siciliana. Poiché sono un insegnante e ho sempre ritenuto che dalla qualità della dirigenza dipenda in larghissima misura la qualità ed il benessere di una scuola, ho voluto curiosare nel programma, postato dal sito USR il 27 dicembre scorso, per vedere che tipo di dirigente ha in mente l’amministrazione. Non che non sapessi che ormai gli inquilini delle presidenze scolastiche si occupano (non per loro volontà!) di tutt’altro che del motivo essenziale per cui quella roba lì si chiama “scuola”, ma ho voluto cercare conferma (o disconferma) tra i temi che affronteranno nelle 10 ore (sic!) previste per la loro, come la chiamano, “formazione”.

L’incontro finale (lo chiamano Masterclass) sarebbe l’unico che si occupa di questioni educative. La spruzzatina pedagogica risulterebbe affidata ad una professoressa universitaria che in questo momento impazza sul web per le sue modalità comunicative seducenti. Si chiama Daniela Lucangeli e garantisce sempre ampie platee osannanti per la sua capacità di divulgare alcuni capisaldi, abbastanza noti a chi studia e non timbra il cartellino, della pedagogia novecentesca. Sic tempora sunt.

Le tematiche proposte hanno a che fare con le preoccupazioni tipiche degli ex docenti che oggi dirigono le scuole: diritto amministrativo, contenziosi, questioni di privacy, teorie della comunicazione e questioni digitali. Chissà se qualcuno ha suggerito al nostro USR tematiche del genere:

Il disagio giovanile nell’età contemporanea

La progettazione formativa del curricolo

La dimensione formativa della valutazione

L’interazione con le famiglie

L’evoluzione epistemologica dei saperi

Non credo. Ciascuna di queste meriterebbe chissà quante ore di lavoro. Eppure, se ci pensiamo, potrebbero riguardare i nostri dirigenti per il semplice fatto che sono il cuore della scuola: gli allievi e i loro sfondi familiari, il curricolo e la valutazione, le discipline scolastiche. Insomma il chi, il cosa e il come.

Sarà la fascinosa Lucangeli a distillarle in un pomeriggio?

Pubblicità

Tanto belli quanto inutili

Alcuni anni fa ci provò Recalcati, col suo erotico “L’ora di lezione”. Grande successo. L’uomo sa scrivere. Quest’anno ci ha rimesso mano Zagrebelsky, col suo “La lezione”. Entrambi, of course, non sono insegnanti di scuola. Nel suo, l’insigne giurista esemplifica sempre pensando ai suoi studenti universitari. Anche il suo libro si fa apprezzare. Scritto bene, con passione e cultura. Sono libri che contengono cose belle, ma è difficile che a leggerli sia il lettore implicito da essi presupposto, cioè chi fa tutt’altro in classe. Chi non fa per niente le cose scritte in quei due libri non ha motivo di leggerli, e se li leggesse non saprebbe di che parlano. Quindi sono libri sostanzialmente inutili, perché confermativi presso coloro che poi realmente li leggono. Cioè sono esteticamente utili, ma non spostano una virgola.

Non spostano una virgola perché non mutano il dosaggio tra chi cerca di rendere la lezione un evento della mente, o dantescamente dell’emozione intellettuale se si vuole, e chi, pur volendo fare lo stesso, non sa farlo, o se sa farlo non lo fa perché il burocrate che è in lei o in lui prevale. Questa seconda antropologia docente è quella più diffusa, e pertanto la referente principe delle sparate ministeriali. Asfaltata dal sistema tecnocratico che assume la veste del concorso a cattedra quizzologico e nozionistico, di qualche dirigente ansiogeno più realista del re, del registro elettronico idiota che propone mezzi e quarti di voto, di famiglie legate a ricordi da libro Cuore che sfornano ulteriori banalità da bar quando discutono di scuola, di una cultura valutativa demenziale tutta intrisa di medie e percentuali in cui sguazzano gli illusi dell’ossimorica valutazione oggettiva e del migliorabile-solo-ciò-che-è-misurabile.

Sono libri che presuppongono che chi va in classe sia una donna libera o un uomo libero. Merce rara. Ma quando accade tutto è lezione, come provai qualche anno fa a raccontare qui, con ben più scarsa tiratura.

Il ministero meritevole e moralizzatore

Il ministro protempore della scuola emana una circolare in cui ribadisce il divieto di uso del cellulare a scuola. Che è una formulazione essenzialmente inesatta. E’ il divieto di abuso, non il divieto di uso. Che gli abusi di qualsiasi genere siano vietati è un’ovvietà. Infatti poi non può (perché non deve) fare a meno di precisare che per fini didattici e formativi autorizzati dal docente i cellulari si possono usare. Il dibattito stucchevole è partito, molto spesso dopo una lettura superficiale del testo ed una sostanziale ignoranza del suo sovrascopo. Sono anni che la stessa politica ministeriale enfatizza le competenze digitali. Si fa formazione ai docenti sull’uso formativo dei dispositivi personali. Qualcosa non torna. Già nel 2007 il dimenticato ministro del centrosinistra Fioroni, che mai e poi mai l’attuale ministro avrebbe desiderato citare se non fosse per portare avanti il sovrascopo della circolare, aveva inneggiato al ritorno della serietà. E adesso i cultori della serietà tornano ad occuparsi della scuola, quando proprio i loro sodali ed essi stessi ammorbano ogni giorno l’aria che si respira con gli squilli dei loro cellulari. Nel 2007 ad un convegno sulla scuola che si svolgeva nelle Marche cui ho presenziato un esperto di scuola rivolse la parola al ministro Fioroni che per tutta risposta si alzò e si appartò per parlare al cellulare. Quanto dire.

Che in classe un alunno possieda o non possieda il cellulare è un problema di chi insegna. Tenerlo nelle mani e fare altro rispetto a quanto viene insegnato è sbagliato ma non c’è bisogno della circolare ministeriale per capirlo. Tante cose sono sbagliate a scuola: anche studiare Matematica mentre c’è Filosofia, ma nessuno vieterebbe di portare il libro di Matematica. Anche pensare ad altro mentre si spiega, ma nessuno vieterebbe di portare a scuola il cervello.

La finiscano i politici di compulsare il sistema con circolari il cui sovrascopo è solo quello di annunciare a benpensanti sparsi qua e là – inclusi docenti che in classe avrebbero comunque seri problemi a farsi seguire – il ritorno della serietà. La parola divieto è molto seduttiva, si sa. Solletica l’immaginario dell’uomo della strada e lo illude che vietare significhi risolvere. La solita pantomima delle soluzioni semplici a questioni complesse. Se a scuola c’è noia e desiderio di fare altro non sarà la sparizione del cellulare, cioè della tentazione di fare altro, che risolve il problema. Il problema è la noia, e la noia è una questione relazionale, educativa e didattica. Che si affronta discutendo sui saperi della scuola, sulla pedanteria di troppi insegnanti, su una caricatura di valutazione che ancora fa medie aritmetiche e sulla burocrazia che ormai appesta la vita degli insegnanti distraendoli dal cuore della loro professione, che resta culturale. La scuola affonda ed il ministro sequestra i cellulari. Non so se il riso o la pietà prevale, diceva il poeta recanatese.

Caro ministro, ci levi mano. Glielo dice un docente che usa e fa usare il cellulare in classe perché in classe si studia, si ricerca e si dibatte. E oggi non si studia, non si ricerca e non si dibatte senza il supporto di un cellulare. C’è in classe il libro e c’è il cellulare. Entrambi si aiutano e tutti siamo più istruiti. Il cellulare lo usa anche lei ed i suoi colleghi politici. Lo usano gli insegnanti e i dirigenti. Sempre. Perché vivono nel loro tempo. Che distragga o non distragga dal proprio dovere fa parte dello scenario cognitivo in cui anche a lei tocca vivere. La sua circolare non dice niente di più di quanto è ovvio, cioè che è vietato fare un’altra cosa rispetto a quella che si ha il dovere di fare. La spieghi ai suoi colleghi parlamentari, quando si sta lavorando per il bene comune e si fanno gli affari loro dentro il loro cellulare. La spieghi anche ai dirigenti, che lo usano durante le conferenze di servizio, e ai docenti, che lo usano durante i collegi dei docenti. Nel caso dei ragazzi, la monelleria ricade su di loro, nel caso degli adulti la monelleria ricade su tutti noi.

Paradiso canto XXXIII: ……

Tutto è compiuto

Per le puntate precedenti vai qui

Paradiso canto XXXII: LEGGIADRIA

Un mix di mitezza e di gioia

Per le puntate precedenti vai qui

Valentina Chinnici guida il CIDI nazionale

Ieri a Roma Valentina Chinnici, in sede di coordinamento nazionale, è stata eletta presidente nazionale del CIDI. La circostanza va solennizzata per tanti motivi. Primo, perché avere una nuova presidente per il CIDI vuol dire continuare una storia che data mezzo secolo. Secondo, perché a raggiungere il traguardo è una docente siciliana. Terzo, perché sul piano personale rappresenta la soddisfazione di aver visto giusto tanti anni fa.

Il CIDI da cinquant’anni è una presenza riflessiva e critica importante nella scuola italiana. Come tutte le associazioni negli ultimi anni ha patito la decurtazione di risorse e di sostegno da parte di un’amministrazione che ha sempre meno interesse alla vitalità degli organismi che propongono pensiero e ricerca. Oggi è molto difficile l’esistenza dell’associazionismo professionale, che è chiamato anche a rinnovare i propri quadri.

Valentina ha un compito non facile, ma è in grado di sostenere la sfida. Per quel che può contare, a me, da semplice iscritto all’associazione, pare che l’agenda-Chinnici possa contenere alcune priorità ineludibili:

Mantenere e rinvigorire il ruolo di coscienza critica del CIDI nei confronti dei decisori politici, con indipendenza;

Rilanciare il CIDI come spazio di pensiero e di ricerca nelle scuole, fuori da logiche burocratiche e impiegatizie;

Costruire una fitta rete di sinergie tra i CIDI di tutta Italia, adottando le più avanzate strategie di comunicazione.

Un mondo di auguri!

Paradiso canto XXXI: SALUTE

Saper riconoscere il ruolo altrui

Per le puntate precedenti vai qui

Paradiso canto XXX: LUCE

Comprendere amare gioire

Per le puntate precedenti vai qui

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: