Professoressa, almeno lei…..

Sulla newsletter della Tecnodid è comparsa un’intervista alla Presidente dell’Invalsi, prof.ssa Anna Maria Ajello.

Istruttiva la lettura.

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Una bella realtà che resiste e cresce

Quando leggere di storia è davvero utile

001Forse non molti si aspetterebbero che il Sindaco di Londra, recentemente tirato in ballo dalle cronache britanniche del dopo Brexit, è autore di un libro godibile sui Romani.

Dalla Prefazione: “I Romani dovettero vincere fieri sentimenti di orgoglio nazionale e, se sì, come ci riuscirono? Come poterono popoli così diversi condividere una comune identità europea, quella romana, mentre per noi, oggi, questo obiettivo appare tanto difficile da raggiungere? Il libro che avete tra le mani è un tentativo di spiegare come i romani relizzarono questo incredibile trucco”.

E per chi vuole perseverare non andrebbe perduto neppure il saggio di Luciano Canfora: Il presente come storia. Perché il passato ci chiarisce le idee.

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Lettera aperta al Direttore dell’Invalsi

 “Finora non è stata neanche ipotizzata una valutazione dei docenti in base ai risultati Invalsi assoluti. Valutare i singoli docenti in base ai risultati Invalsi sarebbe una sciocchezza. Non è mai stato detto da nessun politico, e se qualcuno lo dicesse sarei il primo a contestarlo, che gli stipendi degli insegnanti debbano dipendere dai risultati ottenuti dalle loro classi nelle prove Invalsi. Non è questo lo scopo né il significato delle prove. Le prove dovrebbero mostrare la qualità dell’apprendimento degli studenti di ogni scuola. Non servono per le politiche di incentivazione, ma sono utili per i docenti che possono riflettere sulla validità della loro stessa didattica” (P. Mazzoli, Direttore Invalsi)

http://www.galileonet.it/2015/11/a-cosa-servono-davvero-i-test-invalsi/

Lettera aperta al Dott. Paolo Mazzoli, Direttore Generale dell’Invalsi

Il Sistema Nazionale di Valutazione è sorto per consentire all’intera rete scolastica di migliorare la qualità degli apprendimenti degli studenti. Non dobbiamo perdere mai di vista questa intenzione virtuosa. Che sta a cuore a tutti. Alcuni processi attivati dal SNV si sono andati rivelando di una certa utilità. L’elaborazione del RAV, ad esempio, ha “costretto” le scuole ad autoosservarsi, e la struttura del format ministeriale ha consentito a tutti di narrarsi anche sul terreno dei contesti e dei processi. Bene. Non ho riscontrato, nei confronti delle prassi di autoanalisi, già presenti nella cultura valutativa di molte scuole (vedi esperienza rete FARO), l’indignazione ed il malessere registrati a proposito dei test standardizzati Invalsi, come mostra il feedback (quasi 40.000 ingressi in tre giorni) suscitato dal mio recente post (https://mauriziomuraglia.com/2016/06/20/lalunno-immaginario-dellinvalsi/).

Questo non può non fare riflettere, con onestà intellettuale e quella buona dose di umiltà e capacità di ascolto senza la quale i decisori politici finiscono per essere autoreferenziali o, come nella stagione che stiamo vivendo, sterilmente muscolari. Non La inganni la dimensione di minoranza rivestita da quelli che qui rappresento. E’ pericoloso, nella scuola, indulgere alle maggioranze silenziose o signorsì. Seduce il politico, ma non può sedurre lo studioso. La filiera di studiosi, esperti pedagogisti, dirigenti tecnici e scolastici e docenti che hanno argomentato in modo critico verso la possibilità che i test Invalsi rilevino elementi fondamentali per la qualità degli apprendimenti degli studenti è ben nota. Non val la pena insistere qui. Le basi teoriche per diffidare dell’attendibilità e dell’utilità di test siffatti – alla luce di quel che la comunità scientifica ci dice sulle competenze, pur sostenute dalla normativa ministeriale – non manca, e tacciarle di ideologia significa voler creare un fossato incolmabile tra l’Apparato e la scuola che lavora. I test Invalsi devono restringere di molto il loro perimetro di incidenza, e probabilmente troveranno una base più ampia di consenso. La si deve smettere di enfatizzare oltre il ragionevole limite la loro capacità di indicare la qualità formativa di una scuola. E la si deve smettere di somministrarli all’interno dell’Esame di Stato del primo ciclo, con palese mistificazione della loro finalità sistemica. Invalsi, insomma, deve ridurre la sua “muscolarità”, ed i suoi mentori devono sapere accettare il confronto con la scuola, che in questa fase è prossimo allo zero. Abbiamo deplorato il gelminismo ed il berlusconismo proprio per queste derive, che non piacevano neppure a molti dei protagonisti di questa stagione politica.

Conosco la Sua sensibilità pedagogica perché ho avuto modo di constatarla discutendone personalmente qualche anno fa a Palermo attorno al tema delle (belle) Indicazioni Nazionali, del cui nucleo redazionale Lei ha fatto autorevolmente parte.  Aiuti la scuola a ritrovare il benessere e aiuti il MIUR a tornare in se stesso.

Con stima

Maurizio Muraglia

 

 

 

 

Il rebus del bonus

RepubblicaLa Repubblica ed. Palermo

22 giugno 2016

Maurizio Muraglia

L’inchiesta di Repubblica tra alcune scuole palermitane sulla questione del bonus di merito ai docenti richiede un approfondimento. Quando una legge è avversata dalla quasi totalità dei suoi destinatari, qualcosa non quadra. E non regge il luogo comune dell’idiosincrasia dei docenti verso qualsiasi forma di valutazione per il semplice fatto che non è vera. Questo dispositivo di legge con la valutazione, intesa seriamente, ha scarsi nessi. Una valutazione seria, a mio modo di vedere, sa distinguere tra merito ed eccellenza e, soprattutto, non confonde merito con normale deontologia. Quest’ultimo è il punto-chiave. Gli insegnanti dal punto di vista economico se la passano male. E il legislatore lo sa bene. Non solo, ma sa anche che la scarsa retribuzione dei docenti è determinata dall’egualitarismo che fa convivere raffinatissimi intellettuali e gente che dovrebbe essere messa alla porta domattina. Inutile aggiungere che la presenza di questi estremi è ben nota all’interno delle comunità professionali che vanno alla ricerca dei dati “obiettivi”. Leggi il resto di questa voce

L’alunno immaginario dell’Invalsi

InvalsiA rischio di farsi tacciare di ideologici, bisogna dirlo sui tetti. Qualcuno ha dato un’occhiata alla prova Invalsi di Italiano somministrata agli Esami di Stato del primo ciclo?

Qualcuno ha visto cosa deve riuscire a fare un quattordicenne italiano in 75 minuti dopo averne trascorsi altri 75 a decifrare il test di Matematica?

Se qualcuno lo ha fatto desidero confrontarmi con lui o lei che sia. Voglio chiedergli o chiederle: a chi giova tutto questo? Che conclusioni saranno tratte dai risultati? E poi voglio fare una proposta: proviamo a somministrare la stessa prova a studenti del biennio delle superiori, che ormai peraltro la disertano regolarmente? O ancora: proviamo a somministrarla ad un gruppo di docenti di Italiano del primo ciclo e vediamo cosa combinano in 75 minuti?

C’è qualcosa di disumano sotto il cielo della nostra scuola. C’è qualcosa che prima o poi qualcuno dovrà rivisitare. Si chiama delirio misurativo. Si chiama religione del risultato. Si chiama culto del punteggio e del numero. Desidero incontrare una di queste formatrici e formatori Invalsi, radunare dieci docenti di Italiano del primo ciclo e quindici studenti “bravi”. Metterci tutti attorno a un tavolo con quella roba somministrata il 16. E discutere. Discutere, approfondire, tornare forse con i piedi per terra. Togliamo questa assurdità dagli Esami del primo ciclo. Le menti più intelligenti e preparate si uniscano per ottenere questo. I sindacati. Le associazioni, dei docenti e dei dirigenti. Perché questo, o meglio la sua retroazione, e la sua presenza nei RAV, nei PDM, nei PTOF e soprattutto nell’immaginario collettivo delle scuole e delle famiglie, sta avvelenando tutti i curricoli, gli ambienti di apprendimento ed i percorsi della formazione in servizio. Qualcuno fermi il treno in corsa ed i suoi macchinisti impazziti che distaccati qua e là nelle stanze dell’apparato hanno dimenticato (o non hanno mai saputo) cos’è un quattordicenne nel terzo millennio.

GRAZIE

indexJerome Bruner, 1915-2016

Obbligatoria, permanente e strutturale

La legge 107 (comma 124) dice che la formazione in servizio dei docenti di ruolo è obbligatoria, permanente, strutturale. Qui come ogni anno racconto un pezzo di scuola dal lato di chi viene chiamato ad “accompagnare” la formazione. Quest’anno lo farò per lemmi. Per permettere a ciascuno di collocarsi dove vuole.

Certificazione
Collegialità
Didattica per competenze
Dirigenti
Indicazioni nazionali
Invalsi
Modello trasmissivo
Professionalità
Sperimentazione
Valutazione

Ecco, lemma per lemma, il report, ma prima una cornice doverosa, che lega tutti i lemmi e lega tutte le esperienze formative che ho “accompagnato”. La scuola italiana vuole essere inclusiva. Quando la didattica, la relazione educativa, la valutazione vogliono essere inclusive i docenti ci stanno. Ma c’è un’obiezione, unica, dovunque: “ma poi ci sono gli esami…”. Non so quanto chi decide sulla scuola lo colga questo iato tra inclusione e prestazione. La scuola è la mamma. Il Commissario è il papà. I docenti sono la mamma. Il RAV è il papà. E’ mammismo pedagogico? Non ne sono sicuro. Quando la mamma zittisce il papà, la scuola prende vita, i ragazzi sorridono, si sperimentano vie nuove. Se papà RAV, o papà Esami o papà Invalsi invece ringhiano, è tutto un rintanarsi nella lezione frontale, nei contenuti, nella trasmissione. Sembra che il sorriso di un bambino ed il punteggio alto in un RAV non siano conciliabili. Quando mi chiedono la formazione, mi propongo come obiettivo che l’indomani un bambino o un adolescente sorridano, e tutti i miei interventi si concludono con questa slide:

“Nino, non aver paura di tirare un calcio di rigore…non è da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia”.

(Francesco De Gregori).

Qualche foto…..

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