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FORMAZIONE DOCENTI: DICESI CAOS

I passaggi, grosso modo, sono i seguenti.

2015. La Legge 107 e la sua solenne proclamazione di obbligatorietà della formazione docenti.

2016. Un Piano di Formazione nazionale e altrettanto solennemente “triennale” con l’avvio dei corsi gestiti dalle Reti di Ambito.

2017. L’avvio della piattaforma Sofia col supermarket della formazione on demand.

2018. Il contratto dei docenti. Abbiamo scherzato.

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Anno 3 post 107: vi piace questa formazione dei docenti?

Giancarlo Cerini alcuni giorni fa ci ha illustrato lo stato dell’arte in materia di formazione obbligatoria. Arrivano nuovi soldi dal MIUR.  In alcuni passaggi della sua riflessione egli fa cenno ad un problema importante. Ma è solo un cenno. Che qui voglio sviluppare.

Il MIUR per la formazione obbligatoria prevista dalla Legge 107 ha scelto la strada delle Reti di ambito. Pertanto i soldi arrivano alle scuole capo-fila. Che invitano le altre scuole a fare aderire i loro docenti alle unità formative concordate in rete. Poi fanno i bandi per gli esperti con tariffa euro 41,32 lordi orari. Da ventidue anni sempre uguale.

Ho voluto partecipare a questo genere di bandi e sono risultato tra i formatori in questo primo esperimento. Annoto qui alcune considerazioni di ordine generale che prescindono dalla specifica organizzazione messa in campo dall’Ambito cui ho partecipato.  Esse partono dalla messa a tema di un dato: le unità formative sono seguite da docenti di scuole diverse. In qualche occasione anche di scuole del primo e secondo ciclo.  Dunque gruppi alquanto arlecchini come composizione. Leggi il resto di questa voce

A.A.A. formatori a basso rischio cercansi

Agrigento, Alì Terme, Bagheria, Barletta, Benevento, Castelbuono, Castellammare del Golfo, Castelvetrano, Catenanuova, Erice, Gela, Giampilieri, Lecce, Leonforte, Manfredonia, Molfetta, Paceco, Palermo, Partinico, Petrosino, Pollina, Potenza, Sciacca, Telese Terme, Trapani, Valderice…. ventisei luoghi per una quarantina tra scuole e reti di scuole solo quest’anno. La formazione è diventata obbligatoria e la messe è davvero molta. Ma per questa messe che tipo di operai ci vogliono? E quelli che ci sono, sono tutti all’altezza della causa? Leggi il resto di questa voce

Se le competenze non le volete ditelo chiaro

Le deleghe sulla Buona Scuola sono approdate. Sul tema della valutazione nel primo ciclo c’era l’occasione d’oro. Mandare in soffitta i voti numerici e cominciare a fare sul serio. Invece ha vinto, ancora una volta, l’incompetenza. L’incoerenza. La sciatteria pedagogica. Hanno lasciato i voti nel primo ciclo, anziché toglierli come avevano annunciato. Quindi hanno gettato la maschera. Non vogliono le competenze. Il trucco è svelato. Ed è bene dirlo a chiare lettere. Chi continua a volere dagli insegnanti i voti numerici non è vero che non ha capito nulla di competenze. Semplicemente non le vuole. La politica italiana non vuole le competenze, perché le competenze sono scomode.

Sono inclusive, le puoi trovare in ogni alunno.

Sono anti-competitive, non creano graduatorie.

Sono costruttive, non riproducono nozioni.

Sono qualitative, rendono le conoscenze significative e profonde.

Per questo la politica non le vuole. Perché se le volesse avrebbe dovuto cacciar via i voti e far diventare quindi la formazione una cosa veramente seria, perché per lavorare alle competenze occorre modificare in profondità i paradigmi pedagogici degli insegnanti italiani e studiare, riflettere, ricercare, sperimentare. E invece la formazione deve fare in fretta perché quel che conta non è farla ma rendicontarla. Per dichiarare che si è fatta. E potere mettere in graduatoria i Dirigenti che l’hanno fatta. E potere incassare gli attestati dei docenti che l’hanno fatta. L’efficienza della formazione. La burocrazia della formazione. Che ben si concilia con la palese volontà di NON condurre gli alunni italiani verso apprendimenti competenti. Cioè intelligenti. Cioè profondi. Così è più facile credere alla bufala che le prove Invalsi constaterebbero le competenze degli studenti, quando è palesemente vero che non è così. Perché le competenze si vedono attraverso compiti e non attraverso prove. Ma la pervicacia parlamentare che induce a mantenere il virus del voto numerico – principale ostacolo alla valutazione per competenze – mostra chiaramente che al Parlamento e al Governo italiano delle competenze non interessa nulla. Di quelle degli allievi e di quelle degli insegnanti.

Miracoli del gelmi-renzismo pedagogico.

Gli intellettuali e gli impiegati All-in-One

Taccuino di esperto itinerante

Non sono un formatore. Perché non do forma a nessuno. Le colleghe e i colleghi che incontro ogni giorno nelle varie città e paesi hanno già la loro forma. Forse più bella della mia. Io sono invece un esperto. Latinamente: experior, experiri: “provare”. Poiché ci provo, ad insegnare s’intende, allora sono un esperto, e come tale posso raccontare il mio provare e riprovare. Se questo risulta “formativo” accetto la qualifica di formatore che sta nelle carte.

Ma c’è un problema, talvolta. Tra coloro che incontro, ci sono gli “esperti” come me, quelli che ci provano, che ci pensano, che ci soffrono magari, e poi ci sono quelli che…. come spiegare come sono quegli altri? Impiegati. Sì, mi appaiono come impiegati. Quelli che “mi dicono di fare…”, “c’è scritto che si deve fare…”, “poi viene quello e ti dice di fare….”. Quelli della Direttiva e della Circolare. Quelli del Dirigente. E della Famiglia. E del Registro Elettronico. E dell’Invalsi (vero tumore maligno della motivazione professionale di tanti piccoli docenti). Oppure quelli di quei Sindacati che sostengono i diritti degli impiegati, per i quali la scuola è principalmente….un posto di lavoro prima o piuttosto che un posto di pensiero.

Ma chi è davvero l’insegnante? Un intellettuale o un impiegato? Che significa dire che è un “lavoratore della conoscenza”, dove non si capisce se prevale il lavoratore o l’intellettuale? Leggi il resto di questa voce

Eran 600, eran giovani (forse) e forti……

index600 docenti universitari lanciano un appello al Governo e al Parlamento perché gli studenti non sanno l’Italiano.

La scuola non fa il suo dovere. Dito puntato contro le Indicazioni per il primo ciclo.

Le maestre si mettano a lavorare seriamente. Signore maestre, adesso sì che la ricreazione è finita, soprattutto perché saranno i colleghi delle secondarie a vigilare su di voi. I signori universitari, notoriamente sensibili alla didattica, danno i giusti suggerimenti e voi non potrete far finta di niente.

Solo qualche sparuto osservatore la pensa diversamente….

 

Una bella realtà che resiste e cresce

Obbligatoria, permanente e strutturale

La legge 107 (comma 124) dice che la formazione in servizio dei docenti di ruolo è obbligatoria, permanente, strutturale. Qui come ogni anno racconto un pezzo di scuola dal lato di chi viene chiamato ad “accompagnare” la formazione. Quest’anno lo farò per lemmi. Per permettere a ciascuno di collocarsi dove vuole.

Certificazione
Collegialità
Didattica per competenze
Dirigenti
Indicazioni nazionali
Invalsi
Modello trasmissivo
Professionalità
Sperimentazione
Valutazione

Ecco, lemma per lemma, il report, ma prima una cornice doverosa, che lega tutti i lemmi e lega tutte le esperienze formative che ho “accompagnato”. La scuola italiana vuole essere inclusiva. Quando la didattica, la relazione educativa, la valutazione vogliono essere inclusive i docenti ci stanno. Ma c’è un’obiezione, unica, dovunque: “ma poi ci sono gli esami…”. Non so quanto chi decide sulla scuola lo colga questo iato tra inclusione e prestazione. La scuola è la mamma. Il Commissario è il papà. I docenti sono la mamma. Il RAV è il papà. E’ mammismo pedagogico? Non ne sono sicuro. Quando la mamma zittisce il papà, la scuola prende vita, i ragazzi sorridono, si sperimentano vie nuove. Se papà RAV, o papà Esami o papà Invalsi invece ringhiano, è tutto un rintanarsi nella lezione frontale, nei contenuti, nella trasmissione. Sembra che il sorriso di un bambino ed il punteggio alto in un RAV non siano conciliabili. Quando mi chiedono la formazione, mi propongo come obiettivo che l’indomani un bambino o un adolescente sorridano, e tutti i miei interventi si concludono con questa slide:

“Nino, non aver paura di tirare un calcio di rigore…non è da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia”.

(Francesco De Gregori).

Qualche foto…..