A.A.A. formatori a basso rischio cercansi

Agrigento, Alì Terme, Bagheria, Barletta, Benevento, Castelbuono, Castellammare del Golfo, Castelvetrano, Catenanuova, Erice, Gela, Giampilieri, Lecce, Leonforte, Manfredonia, Molfetta, Paceco, Palermo, Partinico, Petrosino, Pollina, Potenza, Sciacca, Telese Terme, Trapani, Valderice…. ventisei luoghi per una quarantina tra scuole e reti di scuole solo quest’anno. La formazione è diventata obbligatoria e la messe è davvero molta. Ma per questa messe che tipo di operai ci vogliono? E quelli che ci sono, sono tutti all’altezza della causa?

Dopo ventuno anni di faticosa milizia nella formazione in servizio a contatto con colleghe, colleghi e Dirigenti, mi sono inventato un decalogo del formatore più o meno adatto alla causa (il formatore, non il decalogo). A questa causa. A questa scuola. A questo livello complessivo di competenze. A questa motivazione. A questo prestigio (?) sociale. A questo livello di complessità dell’operazione. Castoldi, uno dei massimi in Italia, non la manda a dire: “Va promossa la costruzione di una rete di soggetti e di un insieme di competenze formative che attualmente nel nostro Paese non si intravvedono, almeno su dimensioni che consentano non solo di fare esperienze emblematiche, ma di sviluppare azioni di sistema rivolte, potenzialmente, a una platea di 800.000 docenti” (Rivista dell’istruzione 2/2017).

Come dire…te la do io Sofia!

Sulla base dei feedback recepiti, più o meno esplicitamente, da tutte le persone incontrate che mi hanno raccontato le loro esperienze, ho provato a delineare un curriculum implicito del formatore adatto ai tempi, soprattutto a beneficio dei meno esperti (o meno avveduti). Sì, implicito. Perché si è visto qua e là che i curricula espliciti (come mi raccontano avvilitissimi Dirigenti) rischiano di produrre scelte altamente rischiose per la salute professionale degli insegnanti da seguire nella formazione…..

Questo curriculum riguarda essenzialmente le competenze che generalmente nei curricula non compaiono e che invece risultano essenziali per rendere “sufficiente” la pur “necessaria” competenza scientifica. E poiché è difficile individuarle in positivo, preferisco fare una sorta di decalogo in negativo che ne riveli le possibili criticità.

  • Primo. Il formatore non si presenta come tale o quanto meno risemantizza il suo ruolo. Nessuno è da formare in senso proprio. Perché tutti hanno già la loro forma professionale.
  • Secondo. Il formatore non si presenta come pretoriano rappresentante del sistema, o protesi vivente di Indire o Invalsi. Il rischio di presentare questioni in forma direttiva e autoritaria è alto. E l’efficacia formativa zero.
  • Terzo. Il formatore non si presenta come neoilluminista in grado di scacciare l’oscurantismo didattico. Gli é chiara la consapevolezza che molto spacciato per nuovo è invece antichissimo (tipo le competenze, vedasi John Dewey primi del Novecento). Così antico che si è dimenticato.
  • Quarto. Il formatore non legge le slides. Semmai le slides (corpo del carattere non meno di 20) sostengono con immagini e concetti-chiave il suo ragionare socratico (si auspica: più domande che risposte), quando è in assetto seminariale.
  • Quinto. Il formatore non presenta verità assolute. Sui temi che tratta c’è solo ricerca, dibattito e dubbi. Le verità assolute rischiano di essere scambiate per stratagemmi per marcare la differenza tra lui (o lei) e loro.
  • Sesto. Il formatore non nasconde la propria personale e argomentata percezione delle cose – scientifiche e normative – e non nasconde i propri paradigmi scientifici di riferimento, con tutta la loro parzialità (e quindi contestabilità) culturale.
  • Settimo. Il formatore non usa linguaggio e lessico che hanno il solo scopo di marcare la differenza e creare barriera. Tutto può essere detto in modo da intercettare il sapere professionale di tutti.
  • Ottavo. Il formatore non si trincera dietro il pedago-ministerialese, ma incoraggia il libero pensiero e non censura posizioni ed esperienze che possono anche avere un taglio critico rispetto al sistema.
  • Nono. Il formatore (per converso) non incoraggia per eccesso di buonismo primedonne, masanielli e picconatori che hanno come unico scopo di prendere tutta la scena e trasformare tutto in guerre di religione o assemblee sindacali.
  • Decimo (ma non ultimo, anzi forse primo). Il formatore non parla di ciò che non sa. Soprattutto se non viene dall’inferno delle aule scolastiche. Perché ciò che sa in larga parte gli proviene dalle aule scolastiche, che gli danno l’umiltà necessaria per evitare i nove errori precedenti.

Il curriculum esplicito non può contenere queste cose. Stanno nelle narrazioni dei colleghi e nel passaparola tra Dirigenti. Per questo ai Dirigenti che fanno i bandi non resta che fare gli scongiuri e comprare amuleti di ogni sorta.

 

 

 

 

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Informazioni su Muraglia

Insegnante, blogger di servizio

Pubblicato il luglio 5, 2017, in Educazione e scuola con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Dopo 31 anni di insegnamento, con curriculo esplicito ed implicito (da almeno 10 anni ho abbandonato mode e dottrine, studio pedagogie che ritengo valide per puro interesse e pubblico in funzione esclusiva delle pratiche che attuo e dei risultati che osservo nelle mie classi) ho raggiunto un livello di umiltà sui risultati e di delusione sulla possibilità di condividere e discutere tra colleghi (non dico parimenti professionalizzati, ma almeno parimenti interessati a valutare ipotesi alternative), tali da non avere nessuna voglia né di formare ufficialmente né, tanto meno, di essere “formato” da qualcuno.
    Credo che le parole chiave per realizzare ciò che affermi (e condivido) siano condivisione e collaborazione.
    Un grande formatore, nel senso positivo che affermi, non può realmente condividere e collaborare con tutti le scuole dove circola. Può solo interessare ed entusiasmare. Lasciare un seme. Per esperienza diretta e indiretta so che questo seme può germogliare solo se questo “formatore-trottola” si ferma in una scuola a fertilizzare il terreno, annaffiare il seme, e crea qualcosa in essa scuola condividendo e collaborando. Insomma, una “formazione efficace” può accadere nel senso di autoformazione-sperimentazione stimolata da alti livelli di determinazione, consapevolezza ed iniziativa dagli stessi docenti di una scuola che, come tu affermi, possiedono tutti una professionalità, ma non stesse determinazioni. Questa unitarietà di direzione e determinazione può nascere solo da una consapevolezza comune e ben difficilmente questa potrà essere portata dall’esterno, da un singolo, da una primadonna, da un dirigente che non condivide realmente un “sistema di bisogni” condivisibile. per fare un esempio in cui ciò che affermo si è verificato, considera il Majorana di Brindisi. Oramai essa è diventata una “nave scuola”, e suppongo che un docente che vada lì non vada semplicemente a fare l’insegnante, ma a formarsi per fare l’insegnante del Majorana, nel bene e nel male che ciò potrebbe comportare, ma rimanendo comunque libero di non condividerne le pratiche e le strategie. Tutto ciò è nato da un piccolo gruppo di docenti di chimica e poi di matematica che avevano un ruolo rilevante nell’organizzazione scolastica e che hanno condiviso idee rivoluzionarie, basate su uno studio della fenomenologia di problemi che credo siano tuttora comuni alla maggioranza delle altre scuole. Perché nelle altre scuole non nascono simili determinazioni? Semplice. Perché i gruppi attivi nell’organizzazione scolastica sono formati da persone molto capaci, volenterose e disponibili nel gestire il contingente e il modello di scuola che abbiamo ma sono, proprio per queste ragioni, conservatori e restii a intraprendere altri generi di modelli e anche a riconoscere in modo epistemico i problemi del modello vigente. Le scuole gestite con sistemi della qualità rischiano di praticare l’autoincensazione, sancendo in maniera ancora più dogmatica lo status quo e riducendo qualsiasi problema generale a contingenza. Allora vai a seminare e fare formazione lì!

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