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La contemporaneità oscura

Questo articolo della politologa Sofia Ventura ricostruisce le vicende della politica italiana dell’ultimo quarto di secolo. Lo fa utilizzando alcune parole quali “populismo”, “antipolitica”, “rottamazione”, “corruzione” che  costituiscono l’ossatura di un discorso sulla contemporaneità politica. I documenti sulla scuola risuonano pomposamente di altre parole quali “cittadinanza”, “Costituzione”, “partecipazione”, “identità”. Leggendo questo articolo moltissimi insegnanti, da me stimolati, mi hanno confidato il loro scetticismo non tanto sulla possibilità che la nostra storia più recente possa essere oggetto di discussione in classe, quanto sulla possibilità che la stessa storia sia addirittura conosciuta dai docenti delle nostre scuole.

E in realtà il sospetto é forte, a giudicare dalla chiacchiera frivola che spesso é dato ascoltare nelle sale professori e dalle competenze dei nostri ragazzi sull’ultimo quarto di secolo della nostra storia.

I nostri esami di Stato si attorcigliano tra fascismi, nazismi e guerre mondiali. Al più discutono di guerra fredda. Il resto é oscuro. E ogni generazione di insegnanti continua a sottrarre alla generazione di alunni che le tocca le vicende che essa stessa o non comprende o non ha vissuto. Alla faccia della cittadinanza.

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La patetica alternativa conoscenze-competenze

La lettura di questo articolo apparso il 18 aprile scorso sul Corriere è rivelativa della confusione mental-mediatica che regna a proposito del compito dell’insegnamento. L’alternativa tra conoscenze e competenze è un caposaldo di questa confusione e ci deprime ogni giorno sui media. La stessa alternativa che c’è tra una persona di 15 anni e la stessa persona a 30 anni. Di chi si parla? Di due persone? O di una che nel tempo è diventata l’altra? Così l’articolo dice che l’America abbandonerebbe i test perché rinuncerebbe alle competenze perché queste sarebbero inutili in assenza delle conoscenze. Da urlare. Non sarebbero inutili le competenze. Non ci sarebbero per niente. Così come sarebbero perfettamente inutili le conoscenze senza che evolvano in alcunché: cioè restiamo sempre quindicenni.

I test di lettura secondo il report di quest’articolo non sarebbero in grado di vedere competenze e quindi andrebbero abbandonati. Scoperta dell’acqua calda. Certo che la competenza di lettura non si vede dai test. Lo diciamo da una vita. Poi ci dice che secondo questa ricerca americana un testo non basta decodificarlo ma occorre comprenderlo. Che vuol dire? Comunque sia, occorre comprenderlo. Altra acqua calda. E per vedere se si è compreso, dico io, non occorre fare delle domande più ampie ed aperte di quelle di un test, come fanno molti eccellenti libri di testo adoperati a scuola? E la risposta a queste domande non consente di scrutare la competenza di lettura molto meglio che con un quiz? E vedere la competenza di lettura non significa vedere comprendere un testo?

Hanno scoperto quest’acqua calda gli americani? E le conoscenze? Ma conoscenze de che? L’enciclopedia culturale del lettore? E chi aveva detto agli americani (e agli italiani) che non serve? Certo che serve. Ma che facciamo adesso? Facciamo tutti dei piccoli Pico della Mirandola per avere la capacità di comprendere i testi e fare felici gli accademici che sbraitano contro le competenze? Le conoscenze sono necessarie quanto ad un trentenne è necessario essere stato quindicenne. Come la fai la scuola per le competenze tagliando le conoscenze? Ma il quindicenne non lo si può lasciare tale. Il quindicenne sta sempre nel trentenne. Ma ci sta in un altro modo! Occorre prepararlo anche a diventare trentenne. Le conoscenze sono le radici delle competenze ma le competenze sono il loro frutto. E’ così difficile capirlo? Oppure è mediaticamente irresistibile fare duellare conoscenze e competenze perché sono due ed è troppo banale riconoscere che sono due fasi diverse dell’apprendere umano?

Mandategli il link

No a didattica per competenze, la petizione raggiunge 10mila firme. Adesso convegni in tutta Italia. (https://www.orizzontescuola.it/no-didattica-competenze-la-petizione-raggiunge-10mila-firme-adesso-convegni-tutta-italia/). Così titola Orizzonte scuola in questi giorni. Di questa petizione ho già discusso qualche settimana fa. Chi vuole può rileggersi sia il suo contenuto che il commento.

Val la pena probabilmente rivolgere qualche domanda ai diecimila e al loro mentore, il collega Carosotti, che chiede spazio per parlare, ma non lo ottiene come vorrebbe. Questo blog vuole ospitarlo. Carosotti, che insegna Filosofia, ce l’ha con la didattica per competenze. Bisogna riconoscergli il merito di avere chiamato a raccolta tanti scontenti, accademici e scolastici, che hanno generosamente firmato l’Appello. Lo scopo è quello di convincere il MIUR a recedere. Da che? Da tutto l’armamentario pedagogico-didattico che starebbe attorno alla didattica per competenze e che per i firmatari non avrebbe “fondamento scientifico”.  Si chiede “una moratoria su quelle attività obbligatorie o sui futuri provvedimenti che potrebbero rendere la svolta riformatrice irreversibile; e la ripresa di una discussione realmente ampia e partecipata”.  Si denuncia anche “la violenza linguistica con cui nei loro documenti è umiliata la pratica dell’istruzione, l’assoluta estraneità di questi esperti alla concreta vita scolastica, e alle vere problematiche degli studenti che i docenti si trovano quotidianamente ad affrontare”. Leggi il resto di questa voce

Nel nome di Socrate

Socrate bevve la cicuta perché non si sottrasse alle leggi di Atene. La nostra cicuta si chiama prove Invalsi. Le abbiamo fatte svolgere perché continuiamo a non condividere chi le boicotta – docenti, studenti e famiglie – e boicottandole finisce per prenderle troppo sul serio. Le hanno tolte, dopo anni di stolta pervicacia, dall’Esame del primo ciclo, ma le piazzano qua e là durante l’anno e le vogliono fatte per ammettere agli Esami di Stato. Da apprezzare la tenacia di chi ritiene che dicano qualcosa di vero sugli apprendimenti degli alunni. O, peggio, di chi ritiene che rilevino competenze. Il rispetto e la stima per le amiche e gli amici che ci credono e collaborano per realizzarle sono sinceri. Ma la nostra idea di scuola, di alunni, di sapere, di apprendimento e soprattutto di valutazione é un’altra. E operando nella formazione comprendiamo di trovarci in affollata compagnia. Ma non sono soltanto i riottosi docenti a pensarla così. Come dimostra questo autorevole parere….

Se poi volete dedicare qualche minuto a quel che ne pensano i nostri studenti…….

Studenti1    Studenti2

Ci salveremo dal mastrocolismo?

La questione Destra/Sinistra recentemente da me posta aveva avuto un terreno di scontro – me ignaro – nel botta e risposta tra la signora Mastrocola ed alcuni, per fortuna, dissenzienti. Ammetto peraltro che quando ancor prima postai la mia riflessione sulla famosa lettera dei 600 accademici che deploravano le competenze linguistiche (meglio: le conoscenze grammaticali) dei nostri studenti, non sapevo che l’insegnante-scrittrice fosse una delle firmatarie. Adesso lo so. Su quella lettera hanno già risposto egregiamente altri (http://www.societadilinguisticaitaliana.net/attachments/article/486/Testo%20Lo%20Duca%20lungo%20e%20firme_30marzo.pdf).

Ora ho appreso che la colpa del deficit linguistico (meglio: grammaticale) dei nostri allievi sarebbe da imputare al “donmilanismo”, categoria utilizzata dalla signora in un suo intervento di fine marzo scorso sul Sole 24 Ore. Non che Mastrocola ce l’abbia con Don Milani – che sarebbe politicamente scorrettissimo proprio di questi tempi – ma certamente ce l’ha con l’idea di scuola che al prete di Barbiana si sarebbe ispirata nell’ultimo mezzo secolo. E non si fa scrupolo di utilizzare le categorie di Destra e Sinistra sia pur per rifiutare l’etichettatura politica (di Destra) della “sua” concezione di scuola, ben nota al suo cane cui a suo tempo si degnò di raccontarla. Val la pena leggere anche quanto ben argomentato da chi le risponde. Tutto questo dibattito può tornare utile a chi insegna lingua italiana in tutti i gradi di scuola, soprattutto se assalito sensi di colpa indotti dall’asse accademico-cruscante (con la strizzatina d’occhio dei test standardizzati alla sezione “grammatica”) che non ci abbandona mai.

Non posso fare a meno, stralciando proprio dall’intervento di risposta alla Mastrocola, di riportare la genialata della voce “mastrocolismo”. Forse qualche vestale della classe media che insegna al Liceo o nella Scuola Media può riconoscersi…..

mastrocolismo s.m. tendenza dell’insegnante di liceo ad autorizzarsi attraverso un atteggiamento di severità accattivante, di passione autarchica per la materia unita a sprezzatura verso le tecniche didattiche e disprezzo verso studenti rozzi incolti e refrattari a capire e amare i testi del canone letterario e la grammatica tradizionale. Nell’insegnante della scuola di base si manifesta spesso nella tendenza a qualificarsi alzando incautamente l’asticella, ovvero anticipando contenuti complessi sottoforma di nozioni da incamerare per prepararsi al liceo. Si può incontrare anche in molti genitori ansiosi e invadenti, che chiedono alla scuola di essere rassicurati rispetto al loro sistema di attese.

Se le competenze non le volete ditelo chiaro

Le deleghe sulla Buona Scuola sono approdate. Sul tema della valutazione nel primo ciclo c’era l’occasione d’oro. Mandare in soffitta i voti numerici e cominciare a fare sul serio. Invece ha vinto, ancora una volta, l’incompetenza. L’incoerenza. La sciatteria pedagogica. Hanno lasciato i voti nel primo ciclo, anziché toglierli come avevano annunciato. Quindi hanno gettato la maschera. Non vogliono le competenze. Il trucco è svelato. Ed è bene dirlo a chiare lettere. Chi continua a volere dagli insegnanti i voti numerici non è vero che non ha capito nulla di competenze. Semplicemente non le vuole. La politica italiana non vuole le competenze, perché le competenze sono scomode.

Sono inclusive, le puoi trovare in ogni alunno.

Sono anti-competitive, non creano graduatorie.

Sono costruttive, non riproducono nozioni.

Sono qualitative, rendono le conoscenze significative e profonde.

Per questo la politica non le vuole. Perché se le volesse avrebbe dovuto cacciar via i voti e far diventare quindi la formazione una cosa veramente seria, perché per lavorare alle competenze occorre modificare in profondità i paradigmi pedagogici degli insegnanti italiani e studiare, riflettere, ricercare, sperimentare. E invece la formazione deve fare in fretta perché quel che conta non è farla ma rendicontarla. Per dichiarare che si è fatta. E potere mettere in graduatoria i Dirigenti che l’hanno fatta. E potere incassare gli attestati dei docenti che l’hanno fatta. L’efficienza della formazione. La burocrazia della formazione. Che ben si concilia con la palese volontà di NON condurre gli alunni italiani verso apprendimenti competenti. Cioè intelligenti. Cioè profondi. Così è più facile credere alla bufala che le prove Invalsi constaterebbero le competenze degli studenti, quando è palesemente vero che non è così. Perché le competenze si vedono attraverso compiti e non attraverso prove. Ma la pervicacia parlamentare che induce a mantenere il virus del voto numerico – principale ostacolo alla valutazione per competenze – mostra chiaramente che al Parlamento e al Governo italiano delle competenze non interessa nulla. Di quelle degli allievi e di quelle degli insegnanti.

Miracoli del gelmi-renzismo pedagogico.

Fategli un corso di formazione….

Certi opinionisti non perdono l’occasione per dire fesserie appena si sporgono di poco sugli apprendimenti. Per espiare le nostre colpe è giusto infliggersi letture come questa, comparsa sul Corriere della Sera.

Per chi volesse evitarsi l’espiazione, esemplifico qui con una citazione che ha dell’ineffabile: “Tutta la mitologia della vittoria, della competizione, che ormai abbiamo messo nello sport, e che un tempo era nella guerra, si basa sulla sfida, sulle capacità che ti portano a raggiungere un risultato, meglio ancora un traguardo. Come se il sapere fosse nient’altro che un mezzo e non il fine. Salvatore Settis, in un’intervista di qualche tempo fa lo ricordava e se ne preoccupava. Stiamo perdendo il valore della conoscenza a favore della competenza. Ed è per questo che ci affascina la competitività, la gara, il risultato. Ma le competenze sono pragmatiche, sono saperi passeggeri perché sono dentro il tempo che viviamo e dipendono da quello che accade. La competenza senza conoscenza non è applicabile. E la competitività è decisamente interessante se si deve correre più veloce degli altri nei 100 metri, o vincere una partita di calcio. Decisamente meno se si deve scegliere a quali conoscenze rifarsi per leggere le cose del mondo.”

Questo signore non é sfiorato dall’idea che essere competenti possa significare anche “cercare o chiedere insieme qualcosa per ottenere altro ancora oltre quel qualcosa”, quindi fare proprio delle conoscenze qualcosa di molto più ricco e profondo e…. socratico. Qualcuno gli insegni il concetto di “competenza culturale”, che è l’antitesi della logica della competizione e del risultato da lui deplorati .

Come sempre non faccio mancare in alternativa qualcosa di più serio, scritto da chi sa di cosa parla.

Eran 600, eran giovani (forse) e forti……

index600 docenti universitari lanciano un appello al Governo e al Parlamento perché gli studenti non sanno l’Italiano.

La scuola non fa il suo dovere. Dito puntato contro le Indicazioni per il primo ciclo.

Le maestre si mettano a lavorare seriamente. Signore maestre, adesso sì che la ricreazione è finita, soprattutto perché saranno i colleghi delle secondarie a vigilare su di voi. I signori universitari, notoriamente sensibili alla didattica, danno i giusti suggerimenti e voi non potrete far finta di niente.

Solo qualche sparuto osservatore la pensa diversamente….