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La contemporaneità oscura

Questo articolo della politologa Sofia Ventura ricostruisce le vicende della politica italiana dell’ultimo quarto di secolo. Lo fa utilizzando alcune parole quali “populismo”, “antipolitica”, “rottamazione”, “corruzione” che  costituiscono l’ossatura di un discorso sulla contemporaneità politica. I documenti sulla scuola risuonano pomposamente di altre parole quali “cittadinanza”, “Costituzione”, “partecipazione”, “identità”. Leggendo questo articolo moltissimi insegnanti, da me stimolati, mi hanno confidato il loro scetticismo non tanto sulla possibilità che la nostra storia più recente possa essere oggetto di discussione in classe, quanto sulla possibilità che la stessa storia sia addirittura conosciuta dai docenti delle nostre scuole.

E in realtà il sospetto é forte, a giudicare dalla chiacchiera frivola che spesso é dato ascoltare nelle sale professori e dalle competenze dei nostri ragazzi sull’ultimo quarto di secolo della nostra storia.

I nostri esami di Stato si attorcigliano tra fascismi, nazismi e guerre mondiali. Al più discutono di guerra fredda. Il resto é oscuro. E ogni generazione di insegnanti continua a sottrarre alla generazione di alunni che le tocca le vicende che essa stessa o non comprende o non ha vissuto. Alla faccia della cittadinanza.

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JE SUIS MATTARELLA

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No a didattica per competenze, la petizione raggiunge 10mila firme. Adesso convegni in tutta Italia. (https://www.orizzontescuola.it/no-didattica-competenze-la-petizione-raggiunge-10mila-firme-adesso-convegni-tutta-italia/). Così titola Orizzonte scuola in questi giorni. Di questa petizione ho già discusso qualche settimana fa. Chi vuole può rileggersi sia il suo contenuto che il commento.

Val la pena probabilmente rivolgere qualche domanda ai diecimila e al loro mentore, il collega Carosotti, che chiede spazio per parlare, ma non lo ottiene come vorrebbe. Questo blog vuole ospitarlo. Carosotti, che insegna Filosofia, ce l’ha con la didattica per competenze. Bisogna riconoscergli il merito di avere chiamato a raccolta tanti scontenti, accademici e scolastici, che hanno generosamente firmato l’Appello. Lo scopo è quello di convincere il MIUR a recedere. Da che? Da tutto l’armamentario pedagogico-didattico che starebbe attorno alla didattica per competenze e che per i firmatari non avrebbe “fondamento scientifico”.  Si chiede “una moratoria su quelle attività obbligatorie o sui futuri provvedimenti che potrebbero rendere la svolta riformatrice irreversibile; e la ripresa di una discussione realmente ampia e partecipata”.  Si denuncia anche “la violenza linguistica con cui nei loro documenti è umiliata la pratica dell’istruzione, l’assoluta estraneità di questi esperti alla concreta vita scolastica, e alle vere problematiche degli studenti che i docenti si trovano quotidianamente ad affrontare”. Leggi il resto di questa voce

Lorenzoni e la Ministra: e se non lo avesse detto l’Invalsi?

Su Repubblica del 5 luglio scorso, Concita De Gregorio, nella sua rubrica “Invece Concita”, pubblica una lettera del maestro Franco Lorenzoni che rivolgendosi alla Ministra Fedeli denuncia – sulla scorta di una denuncia prodotta da una lettrice il 21 giugno scorso –  l’anomalia della composizione delle classi soprattutto al Sud, che tende a “segregare” i ragazzi delle fasce sociali più basse in vere e proprie classi-ghetto. Lorenzoni, citando Don Milani, fa un discorso ineccepibile perché parla di un’ingiustizia che viola palesemente l’art. 3 della Costituzione.

Il giorno dopo la Ministra, sempre stesso mezzo, risponde …da Ministra. Che il MIUR ha fatto, che il MIUR sta facendo, che il MIUR farà. Ineccepibile anche la risposta. Entrambi gli interlocutori condividono il medesimo orizzonte valoriale.

Ma entrambi condividono anche lo stesso paradigma interpretativo. Quello del “dato” Invalsi che rivelerebbe l’anomalia. Nessuna differenza in questo senso tra il maestro e la Ministra. L’eccessiva variabilità socioculturale nella composizione delle classi non è rivelata da indicatori relativi a processi di ordine relazionale, comunicativo o a compiti di natura aperta, che potrebbero essere costruiti, se si volesse, a partire dalle osservazioni sul campo degli insegnanti, ma dai risultati delle prove Invalsi. Poiché al Sud i risultati delle prove Invalsi di una classe differiscono fino al 27% dai risultati di una classe parallela, vuol dire che siamo davanti ad un’anomalia da correggere. Una delle due classi è composta da figli di poveri e pertanto fa complessivamente male le prove Invalsi. L’altra da figli di ricchi e pertanto fa complessivamente bene le prove Invalsi. Se la composizione fosse mista la percentuale di variabilità tra le classi diminuirebbe e forse sia i poveri della sezione A che quelli della sezione B farebbero meglio le prove Invalsi. Oppure le farebbero ugualmente male, ma saremmo soddisfatti perché si è ridotta la percentuale di variabilità.

Questa impostazione ha due impliciti: che i buoni risultati nelle prove Invalsi siano indice di successo formativo (che è più ampio di quello scolastico: Lorenzoni concorderebbe) e che per superare le stesse occorra un buon background socioculturale. Don Milani, tirato da tutti per la giacchetta, forse si sarebbe chiesto perché. Lo chiedo anch’io al caro amico Franco e alla Ministra.

Resistenza umana

“Si ha l’impressione che i vent’anni appena trascorsi abbiano drammaticamente contribuito a spargere una spessa cortina di oblio sulla consapevolezza, da parte degli italiani, di essere the Land of Culture” (p. 25)

La resistenza umana nel nostro Paese c’è, e questo blog cerca da alcuni anni di darle voce. Questo appena uscito è un libro che ogni cittadino italiano ha il dovere di leggere. Consigliato soprattutto ai politici di finta Sinistra che stanno sommergendo l’istruzione e la cultura di Numeri, Graduatorie, Valutazione. Della religione dell’Accountability. I nostalgici del buon tempo antico non salgano sul carro. Non è roba neppure per loro.

Il suo autore sarà a Palermo per parlare di questo libro giovedì 20 aprile al Liceo Classico “Vittorio Emanuele II” (accanto alla Cattedrale). Ore 16. Scarica la locandina.

 

 

Fategli un corso di formazione….

Certi opinionisti non perdono l’occasione per dire fesserie appena si sporgono di poco sugli apprendimenti. Per espiare le nostre colpe è giusto infliggersi letture come questa, comparsa sul Corriere della Sera.

Per chi volesse evitarsi l’espiazione, esemplifico qui con una citazione che ha dell’ineffabile: “Tutta la mitologia della vittoria, della competizione, che ormai abbiamo messo nello sport, e che un tempo era nella guerra, si basa sulla sfida, sulle capacità che ti portano a raggiungere un risultato, meglio ancora un traguardo. Come se il sapere fosse nient’altro che un mezzo e non il fine. Salvatore Settis, in un’intervista di qualche tempo fa lo ricordava e se ne preoccupava. Stiamo perdendo il valore della conoscenza a favore della competenza. Ed è per questo che ci affascina la competitività, la gara, il risultato. Ma le competenze sono pragmatiche, sono saperi passeggeri perché sono dentro il tempo che viviamo e dipendono da quello che accade. La competenza senza conoscenza non è applicabile. E la competitività è decisamente interessante se si deve correre più veloce degli altri nei 100 metri, o vincere una partita di calcio. Decisamente meno se si deve scegliere a quali conoscenze rifarsi per leggere le cose del mondo.”

Questo signore non é sfiorato dall’idea che essere competenti possa significare anche “cercare o chiedere insieme qualcosa per ottenere altro ancora oltre quel qualcosa”, quindi fare proprio delle conoscenze qualcosa di molto più ricco e profondo e…. socratico. Qualcuno gli insegni il concetto di “competenza culturale”, che è l’antitesi della logica della competizione e del risultato da lui deplorati .

Come sempre non faccio mancare in alternativa qualcosa di più serio, scritto da chi sa di cosa parla.

Quando la finiranno di confrontare l’inconfrontabile?

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 REPUBBLICA PALERMO – 10 DICEMBRE 2016

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Lo stesso giorno su Repubblica D anche Galimberti…..

non ci eravamo messi d’accordo….

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Cogita aut labora

indexUn oggetto sconosciuto si fa strada tra le famiglie dei ragazzi che frequentano le scuole superiori: alternanza scuola-lavoro. In realtà da undici anni la scuola italiana l’aveva messo all’ordine del giorno (DLgs 77/2005), ma la sua realizzazione era stata limitata agli Istituti Tecnici e Professionali e solo in qualche caso ai Licei, certamente non coinvolgendo i Licei di serie A. Adesso tutti a fare alternanza scuola-lavoro. Alunni sedicenni, di tutti gli Istituti superiori, devono fare questa esperienza. Si va, accompagnati da docenti della scuola, in luoghi dove si lavora (aziende, istituti di ricerca, musei, centri accreditati) e si prova a comprendere che vuol dire lavorare. Poi in qualche modo la scuola farà valere nelle proprie valutazioni questo tipo di esperienze. 400 ore in un triennio nei Tecnici e Professionali, 200 ore nei Licei. Lo vuole sempre quella legge chiamata Buona Scuola. E’ un altro tassello. Le scuole convocano i genitori per spiegare di che si tratta. Fin qui l’informazione, per chi, tra i lettori di questo blog, fosse disinformato.

Dovremmo intervistare i defunti Croce Benedetto e Gentile Giovanni per sapere che ne pensano di un liceale che fa l’alternanza scuola-lavoro. Ne penserebbero tutto il male possibile. Tuttavia se a qualcuno in Italia è venuto in mente di alternare la scuola al lavoro nelle scuole superiori forse la responsabilità un po’ è anche loro. Nel 2002 un signore dal cognome Bertagna pose intelligentemente la questione del rapporto tra theorìa e techne nelle nostre scuole. Erano i tempi della Moratti, ed è da lì, dal pur giusto desiderio di superare questa dicotomia radicale, che provennero le prime suggestioni approdate poi nel 2005 nel famoso Decreto. Leggi il resto di questa voce