Gli intellettuali e gli impiegati All-in-One

Taccuino di esperto itinerante

Non sono un formatore. Perché non do forma a nessuno. Le colleghe e i colleghi che incontro ogni giorno nelle varie città e paesi hanno già la loro forma. Forse più bella della mia. Io sono invece un esperto. Latinamente: experior, experiri: “provare”. Poiché ci provo, ad insegnare s’intende, allora sono un esperto, e come tale posso raccontare il mio provare e riprovare. Se questo risulta “formativo” accetto la qualifica di formatore che sta nelle carte.

Ma c’è un problema, talvolta. Tra coloro che incontro, ci sono gli “esperti” come me, quelli che ci provano, che ci pensano, che ci soffrono magari, e poi ci sono quelli che…. come spiegare come sono quegli altri? Impiegati. Sì, mi appaiono come impiegati. Quelli che “mi dicono di fare…”, “c’è scritto che si deve fare…”, “poi viene quello e ti dice di fare….”. Quelli della Direttiva e della Circolare. Quelli del Dirigente. E della Famiglia. E del Registro Elettronico. E dell’Invalsi (vero tumore maligno della motivazione professionale di tanti piccoli docenti). Oppure quelli di quei Sindacati che sostengono i diritti degli impiegati, per i quali la scuola è principalmente….un posto di lavoro prima o piuttosto che un posto di pensiero.

Ma chi è davvero l’insegnante? Un intellettuale o un impiegato? Che significa dire che è un “lavoratore della conoscenza”, dove non si capisce se prevale il lavoratore o l’intellettuale?

***

E’ esplosa la formazione in servizio. E’ stata scoperta l’acqua calda, cioè che per venti anni l’obbligatoria, strutturale e permanente di adesso è stata facoltativa, occasionale e sporadica. Mezza carriera di un docente. Quindi tutti corrono verso la formazione. Un’unità formativa qua un’unità formativa là. Venticinque ore, ma forse venti, ma forse tre più cinque più dieci purché tutte su un solo argomento. Accumulare attestati. Caricare su piattaforma. Formarsi, formarsi, formarsi, ma su che cosa? Cosa serve realmente sapere?

Però prima forse bisognerebbe sapere – sì, occorrerebbe questo sapere –  se si è intellettuali o impiegati. Infatti i percorsi della formazione in servizio, soprattutto quando proponi percorsi per intellettuali (di ricerca, di riflessione, di lettura, di sperimentazione) e trovi risposte impiegatizie, sono un luogo privilegiato per scrutare questa professione di confine, che pone un segno nelle vite degli studenti mentre timbra il cartellino, sonda gli abissi della psiche umana mentre redige un verbale. Se sia lavoro professionistico o dipendente pare indecidibile a ben guardare quel che succede nelle scuole ogni mattina.

All’insegnante che si comporta da impiegato occorrerebbe chiedere se si rende conto di esserlo e soprattutto se è felice di esserlo. E questo dovrebbe essere il primo compito della formazione. Non solo, ma bisognerebbe anche chiedergli perché agisce e pensa come tale. Altro che valorizzazione del merito. Ci vorrebbe tanta svalorizzazione dell’impiegato che è in noi. Non raramente chiedo agli insegnanti che si trincerano dietro il “Siamo costretti a…”, “Ci dicono di…”: “Ma scusatemi: chi è l’Oppressore?” Una volta una collega, in quel di Potenza, mi rispose: “La Burocrazia”. Ovvero la donna-senza-volto, che evoca scenari di apparato, di dirigenza, di ispezione….. La Burocrazia. E aggiungeva: “Che ci toglie tempo per le cose essenziali”.

Ma quali sono le cose essenziali a scuola? E perché tanti docenti soffrono come tanti Belluca di memoria pirandelliana? Ovvero di routine priva di sensatezza?

***

Provo a individuare qualche pista esplicativa. Per consegnarla ai Monitorologi, cioè quelli che fanno i monitoraggi per vedere come stanno andando le cose nella formazione in servizio obbligatoria strutturale e permanente. Tre cose.

La prima cosa sarebbe capire chi abbiamo davanti. Quintali di formazione sulla condizione infantile e adolescenziale nel nostro tempo. Alle volte l’impiegato che é in noi discute di scuola pensando di avere davanti ancora i bambini di De Amicis.

La seconda cosa sarebbe capire che cosa portiamo nella nostra testa a livello culturale. Quintali di formazione sui saperi della scuola e sulla loro organizzazione. Alle volte l’impiegato che è in noi discute di scuola pensando di potere ancora snocciolare i suoi teoremini e le sue regolette grammaticali in modo completamente decontestualizzato, cioè fuori da qualsiasi contesto di realtà. Oppure semplicemente ….da qualsiasi contesto, anche soltanto mentale.

La terza cosa sarebbe capire come si può imparare nel caos di questo tempo. Quintali di formazione sui carichi cognitivi, sull’oblio e sul traffico micidiale che vive nella testa di quelli che ci stanno davanti. Sulle bussole critiche necessarie. E sul più che necessario snellimento dei contenuti. Alle volte l’impiegato che è in noi discute di scuola pensando che siccome gli Esami siccome l’Invalsi siccome il Dirigente siccome siccome siccome… allora ancora ancora ancora… e spieghi e interroghi e interroghi e spieghi, senza accorgerti di che cosa succede là davanti, di fronte a te.

Tre cose per la formazione. Chi, che cosa, come. Con queste tre cose fai davvero l’inclusione e forse anche una scuola culturalmente decente. Sempre che interessino davvero l’uno e l’altra, e non si tratti solo di chiacchiera ministeriale, che dice inclusione e cultura e poi strizza l’occhio all’impiegato. Chi abbiamo davanti, cosa insegniamo loro, come facciamo incontrare il chi e il cosa. In modo che magari, attraverso il cosa, il chi incontri anche noi. Cioè lo studioso non l’impiegato.

Tutto il resto discende a cascata da questo. Nove priorità forse sono troppe (Piano di formazione MIUR). Dove le priorità sono troppe forse non sono più priorità.

Ma la questione ultima rimane quella. Se mi penso come intellettuale sono capace di essere libero e responsabile. Se mi penso come impiegato passo la mia vita a capire come devo rendere conto. Accountability. Avete presente? Rendicontazione. Tutto deve essere rendicontato, perché così sarà misurabile, e così migliorabile, e così monitorabile e così valutabile e così il sistema produce efficienza ed efficacia, e dentro il tritacarne dell’accountability l’impiegato recita a memoria la sua parte per tenere le forme (cioè le carte) a posto, mentre l’intellettuale cerca di capire cosa sta facendo e che vita pulsa là davanti.

 

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Informazioni su Muraglia

Insegnante, blogger di servizio

Pubblicato il aprile 2, 2017, in Educazione e scuola con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Mi chiamo Antonella Viviano e ti conosco perché per qualche anno sono stata associata al CIDI
    Naturalmente sono perfettamente d’accordo con tutto quello che asserisci; odio le prove Invalsi che sembrano essere l’unico strumento per valutare la scuola e il grado di alfabetizzazione. Questi ragazzi costretti a fare quotidianamente i conti con test a scelta multipla e incapaci di una elaborazione personale che permetta loro di spaziare e creare senza dovere completare segmenti di pensiero già predisposti a monte per loro.
    Purtroppo stiamo andando verso la fine della cultura umanistica: il liceo scientifico senza latino in alcuni indirizzi, il liceo classico boicottato da tanti studenti e genitori convinti alla fine che per accedere all’università, naturalmente tutti in medicina, ci vuole una buona base scientifica e non umanistica.
    Le facoltà di lettere e filosofia con pochissime iscrizioni, ripiego di chi non è riuscito a superare alcun test universitario. Professori universitari che trattengono i ragazzi facendo ripetere gli esami di latino, ad esempio, anche otto volte, facendo diminuire l’autostima e disorientando i ragazzi che decidono dopo la laurea triennale di abbandonare, mentre ad ingegneria, chimica, farmacia, tutti riescono a conseguire uno straccio di laurea
    La scuola primaria, poi sembra la fase successiva della scuola materna: recite natalizie, sfilate, festicciole di accoglienza che richiedono tempi di realizzo che purtroppo tolgono spazio all’alfabetizzazione. I bimbi provenienti dalla scuola elementare arrivano alla scuola media completamente incapaci di elaborare semplici messaggi, di fare piccole esposizioni; non conoscono le parti del discorso, non sanno coniugare verbi, ecc.
    E’ un quadro che il legislatore fa finta di non conoscere e cerca invece di metterci uno contro l’altro con la meritocrazia e la promessa di incentivi in denaro che dovrebbero far diventare bravi i colleghi che collaborano con presidenza, che seguono corsi di formazione di qualsiasi argomento.
    ora chiudo, ti ho annoiato abbastanza, ritengo infatti che non ci sia una soluzione a tutto questo
    Cordialmente
    Antonella, collega di lettere e docente da più di 20 anni

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