Archivi categoria: Cultura e società

Le parole di un (vero) maestro

Franco Lorenzoni ha inviato una lettera aperta agli insegnanti.

Da mettere sul comodino.

Populista

Ultimamente mi è stato rivolto questo appellativo in virtù dei miei interventi pubblici (orali o scritti) sulla scuola. Fino all’ultimo contributo pubblicato da Repubblica, che ha creato un certo dibattito sul compito della scuola in ordine all’emergenza educativa che viviamo (curiosamente una di queste è proprio il populismo).

Ho molto riflettuto su quest’appellativo che mi viene rivolto e riflettendo ho capito perché la sinistra ha toccato il fondo. E questa comprensione muove da una certa concezione del consenso. Una certa sinistra fa molta fatica ad esprimere unanimemente il consenso ad una posizione. Per un paio di decenni ho fatto parte di consessi in cui si era capaci di dibattere per ore solo perché nessuno era capace di dire “sono totalmente d’accordo con…”. Ricordo sedute interminabili di lavoro sulla politica scolastica in cui a quindici persone corrispondevano quindici posizioni diverse. In realtà ciascuna posizione divergeva dall’altra solo in un paio di sfumature. Ma era fondamentale dire esattamente la stessa cosa per venti minuti premettendo però che non si è d’accordo. In realtà non si era in disaccordo sulla cosa, ma sul fatto che la dicesse quello lì.  Quindi quindici teste, quindici posizioni. La Sinistra.

Se c’è troppo consenso verso una posizione si rischia la dittatura. E questo alla sinistra non piace. Ma se sul fronte politico opposto (opposto?), come si può vedere, del consenso più o meno unanime si fa un punto di forza, a sinistra si vive la sindrome opposta, come ben comprendeva Renzi quando cominciò ad atteggiarsi alla Berlusconi. Anche se bisogna riconoscere che lui aveva esagerato nel copiare gli avversari. Dopo il renzismo, oggi, andare ad un congresso del PD permette di comprendere cosa vuol dire polverizzarsi per evitare a tutti i costi l’unanimità. Dal renzismo all’atomismo.

Dunque, occhio al consenso generalizzato. E attenzione a dire: “sono totalmente d’accordo”. E attenzione a quelli che lo dicono. Saranno certamente plagiati dal populista. E’ subito sospetto, il consenso, e necessita di distinguo. Ovviamente molto sostanziali. Così avviene anche nel mondo della scuola, che al suo interno riproduce i vizi della sinistra soprattutto nelle sue entità organizzate (dove ci sono i presidenti i dirigenti e i coordinatori), che dibattono all’infinito per approfondire i problemi. Giustamente. Per stare però poi col cerino in mano con tutti i distinguo e nessuna possibilità di muovere le persone attorno a due-tre idee forti comunicate brevemente e con intensità. E giustamente vince il sindacato che il consenso se lo becca subito con le sue questioni di money. Alla faccia del dibattito culturale.

Ora, se spunta qualcuno che tenta una comunicazione di altro segno, con tutta evidenza è populista. Perché scimmiotta gli avversari politici. A questo punto la sinistra organizzata, anche nella scuola, finisce per avere almeno due ordini di avversari: quelli istituzionali e poi quelli interni che riescono a dire e a fare qualcosa che muove la cosiddetta scuola militante. Se essere populisti vuol dire tentare questa mobilitazione dei pensieri, io – che non mi faccio mai scrupolo di dire “sono totalmente d’accordo” purché si vada avanti – mi autoannovero tra questi con buona pace delle signore e dei signori – ecco, stavolta lo dico io – radical chic perennemente riuniti a ritagliarsi ciascuno la propria nicchia irriducibile a quella di chi siede accanto.

Vignetta di Laura Mollica

Lettera aperta su Repubblica ai dirigenti scolastici siciliani

Con quello che abbiamo davanti possiamo ancora tutti recitare le solite liturgie burocratiche come nulla fosse? Possiamo tollerare la totale ignoranza politica dei nostri allievi? E la radiazione totale della contemporaneità dalle aule dei diciottenni? Un appello in dieci punti ai dirigenti scolastici siciliani e anche a chi sta nei piani alti della scuola sicula.

Scarica l’intervento pubblicato ieri da Repubblica Palermo. Se non visualizzi bene (ma scaricandolo sul proprio pc sarebbe ok) scarica in questo formato.

Vignetta di Laura Mollica

L’umiltà di voler capire

I giornalisti quando parlano di scuola tendono a semplificare perché devono accattivarsi l’opinione pubblica.

Ma non é sempre così. Questo libro di Giovanni Floris lo dimostra.

Lettura agile piena di intelligenza e dell’umiltà necessaria a capire un mondo complesso come quello della scuola: Floris ha percorso l’Italia per un anno parlando con insegnanti, dirigenti, studenti e genitori.

Solo un esempio: “Il messaggio da far passare non é solo che studiare ti aiuta a trovare più facilmente lavoro ed essere pagato di più. E’ che studiare ti aiuta, in generale. Che ti fa bene, che rende la tua vita migliore. Nessuna scuola, sono convinto, nemmeno quella tecnica, deve servire solo a orientarti verso una “professionalità”. Se a un certo punto ti aiuta a trovare la strada che fa per te é un bene, ma il suo compito di base é proprio l’opposto. Quello di metterti davanti la vertiginosa infinità delle strade possibili, che la famiglia d’origine magari non é in grado di mostrarti” (p.109).

Quanto basta per portarlo nella sacca da mare.

La contemporaneità oscura

Questo articolo della politologa Sofia Ventura ricostruisce le vicende della politica italiana dell’ultimo quarto di secolo. Lo fa utilizzando alcune parole quali “populismo”, “antipolitica”, “rottamazione”, “corruzione” che  costituiscono l’ossatura di un discorso sulla contemporaneità politica. I documenti sulla scuola risuonano pomposamente di altre parole quali “cittadinanza”, “Costituzione”, “partecipazione”, “identità”. Leggendo questo articolo moltissimi insegnanti, da me stimolati, mi hanno confidato il loro scetticismo non tanto sulla possibilità che la nostra storia più recente possa essere oggetto di discussione in classe, quanto sulla possibilità che la stessa storia sia addirittura conosciuta dai docenti delle nostre scuole.

E in realtà il sospetto é forte, a giudicare dalla chiacchiera frivola che spesso é dato ascoltare nelle sale professori e dalle competenze dei nostri ragazzi sull’ultimo quarto di secolo della nostra storia.

I nostri esami di Stato si attorcigliano tra fascismi, nazismi e guerre mondiali. Al più discutono di guerra fredda. Il resto é oscuro. E ogni generazione di insegnanti continua a sottrarre alla generazione di alunni che le tocca le vicende che essa stessa o non comprende o non ha vissuto. Alla faccia della cittadinanza.

JE SUIS AQUARIUS

 

 

 

NON SI FA DEMAGOGIA SULLA PELLE DELLE PERSONE

PORTO DI PALERMO STASERA ORE 21

La patetica alternativa conoscenze-competenze

La lettura di questo articolo apparso il 18 aprile scorso sul Corriere è rivelativa della confusione mental-mediatica che regna a proposito del compito dell’insegnamento. L’alternativa tra conoscenze e competenze è un caposaldo di questa confusione e ci deprime ogni giorno sui media. La stessa alternativa che c’è tra una persona di 15 anni e la stessa persona a 30 anni. Di chi si parla? Di due persone? O di una che nel tempo è diventata l’altra? Così l’articolo dice che l’America abbandonerebbe i test perché rinuncerebbe alle competenze perché queste sarebbero inutili in assenza delle conoscenze. Da urlare. Non sarebbero inutili le competenze. Non ci sarebbero per niente. Così come sarebbero perfettamente inutili le conoscenze senza che evolvano in alcunché: cioè restiamo sempre quindicenni.

I test di lettura secondo il report di quest’articolo non sarebbero in grado di vedere competenze e quindi andrebbero abbandonati. Scoperta dell’acqua calda. Certo che la competenza di lettura non si vede dai test. Lo diciamo da una vita. Poi ci dice che secondo questa ricerca americana un testo non basta decodificarlo ma occorre comprenderlo. Che vuol dire? Comunque sia, occorre comprenderlo. Altra acqua calda. E per vedere se si è compreso, dico io, non occorre fare delle domande più ampie ed aperte di quelle di un test, come fanno molti eccellenti libri di testo adoperati a scuola? E la risposta a queste domande non consente di scrutare la competenza di lettura molto meglio che con un quiz? E vedere la competenza di lettura non significa vedere comprendere un testo?

Hanno scoperto quest’acqua calda gli americani? E le conoscenze? Ma conoscenze de che? L’enciclopedia culturale del lettore? E chi aveva detto agli americani (e agli italiani) che non serve? Certo che serve. Ma che facciamo adesso? Facciamo tutti dei piccoli Pico della Mirandola per avere la capacità di comprendere i testi e fare felici gli accademici che sbraitano contro le competenze? Le conoscenze sono necessarie quanto ad un trentenne è necessario essere stato quindicenne. Come la fai la scuola per le competenze tagliando le conoscenze? Ma il quindicenne non lo si può lasciare tale. Il quindicenne sta sempre nel trentenne. Ma ci sta in un altro modo! Occorre prepararlo anche a diventare trentenne. Le conoscenze sono le radici delle competenze ma le competenze sono il loro frutto. E’ così difficile capirlo? Oppure è mediaticamente irresistibile fare duellare conoscenze e competenze perché sono due ed è troppo banale riconoscere che sono due fasi diverse dell’apprendere umano?

Lorenzoni e la Ministra: e se non lo avesse detto l’Invalsi?

Su Repubblica del 5 luglio scorso, Concita De Gregorio, nella sua rubrica “Invece Concita”, pubblica una lettera del maestro Franco Lorenzoni che rivolgendosi alla Ministra Fedeli denuncia – sulla scorta di una denuncia prodotta da una lettrice il 21 giugno scorso –  l’anomalia della composizione delle classi soprattutto al Sud, che tende a “segregare” i ragazzi delle fasce sociali più basse in vere e proprie classi-ghetto. Lorenzoni, citando Don Milani, fa un discorso ineccepibile perché parla di un’ingiustizia che viola palesemente l’art. 3 della Costituzione.

Il giorno dopo la Ministra, sempre stesso mezzo, risponde …da Ministra. Che il MIUR ha fatto, che il MIUR sta facendo, che il MIUR farà. Ineccepibile anche la risposta. Entrambi gli interlocutori condividono il medesimo orizzonte valoriale.

Ma entrambi condividono anche lo stesso paradigma interpretativo. Quello del “dato” Invalsi che rivelerebbe l’anomalia. Nessuna differenza in questo senso tra il maestro e la Ministra. L’eccessiva variabilità socioculturale nella composizione delle classi non è rivelata da indicatori relativi a processi di ordine relazionale, comunicativo o a compiti di natura aperta, che potrebbero essere costruiti, se si volesse, a partire dalle osservazioni sul campo degli insegnanti, ma dai risultati delle prove Invalsi. Poiché al Sud i risultati delle prove Invalsi di una classe differiscono fino al 27% dai risultati di una classe parallela, vuol dire che siamo davanti ad un’anomalia da correggere. Una delle due classi è composta da figli di poveri e pertanto fa complessivamente male le prove Invalsi. L’altra da figli di ricchi e pertanto fa complessivamente bene le prove Invalsi. Se la composizione fosse mista la percentuale di variabilità tra le classi diminuirebbe e forse sia i poveri della sezione A che quelli della sezione B farebbero meglio le prove Invalsi. Oppure le farebbero ugualmente male, ma saremmo soddisfatti perché si è ridotta la percentuale di variabilità.

Questa impostazione ha due impliciti: che i buoni risultati nelle prove Invalsi siano indice di successo formativo (che è più ampio di quello scolastico: Lorenzoni concorderebbe) e che per superare le stesse occorra un buon background socioculturale. Don Milani, tirato da tutti per la giacchetta, forse si sarebbe chiesto perché. Lo chiedo anch’io al caro amico Franco e alla Ministra.