Realizzazione di Luigi Menna
Pubblicato da Bompiani in prima edizione e da Sugarco nella seconda edizione, L’uomo di vetro, scritto dal giornalista Salvatore Parlagreco attuale Presidente del CERISDI, ha ricevuto il Premio Walter Tobagi ed ha ispirato il film omonimo prodotto e distribuito da Rai fiction. Ora viene proposto on line, in un e-book affidato alla distribuzione di Amazon.
Per saperne di più: http://www.siciliainformazioni.com/191712/santo-assassino-pazzo-savio-leonardo-vitale-luomo-di-vetro-e-book
Qual è il discorso sulla scuola? Di cosa si parla quando si parla di scuola? Lo senti nelle spiagge, lo leggi nei siti dedicati, te lo chiedono quelli che ti sanno “competente”. Tutti in qualche modo sono interessati alla scuola, perché genitori, perché insegnanti o perché, più semplicemente, l’hanno fatta da giovani. I giornalisti sono interessati non tanto alla scuola, ma al modo in cui possono fare il discorso sulla scuola a coloro che comprano i giornali. Che vogliono fatto un discorso non troppo tecnico, una cosa che si capisce subito, un po’ semplificata. Le sale dei professori sono vuote in questo periodo. Ma appena si riapriranno, quanti discorsi sulla scuola si faranno tra una campanella ed un caffè. O forse non si faranno, perché nei momenti di pausa bisognerà pur raccontarsi cosa si è fatto in vacanza. Si sa che nelle sale professori il confine tra pubblico e privato è molto labile. Didattica, parrucchieri, registri di classe, spesa al supermercato, circolari, problemi col meccanico si avvicendano costruendo un flusso comunicativo incessante, che, più che un discorso sulla scuola, è un discorso fatto a scuola.
Da quasi un anno (il compleanno lo festeggiamo il 3 settembre) il discorso sulla scuola accoglie un aggettivo, “buona”, che incredibilmente ha suscitato tante e tali di quelle indignazioni da far pensare che forse sarebbe stato meglio usare magari l’aggettivo “possibile”: la scuola “possibile” con queste risorse, con questi edifici, con questi docenti, con questi dirigenti, con questi ispettori e, perché no, con questi decisori politici (ma sarebbe stato troppo!). Invece la buona scuola. Quella che tutti desiderano e che nessuno crede possa essere realizzata da quell’esercito di commi.
Se c’è una cosa che dodici mesi di tormentone hanno prodotto, alla faccia della buona scuola, è occultare del tutto il discorso sulla scuola che si fa tutte le mattine in classe, in quella magica recalcatiana “ora di lezione” dove non si parla di fasi zero, A, B, C, di GAE, di scioperi, di mobilitazioni, di LIP, di referendum, ma si parla di testi, narrazioni, ipotesi, calcoli, immagini, concetti, formule, stati, parlamenti, cellule, clima e quant’altro….E tutti questi argomenti si possono fare malissimo o benissimo. E se si fanno malissimo è cattiva scuola, e se si fanno benissimo è buona scuola.
Sembra che tutti concordino sul fatto che fasi zero, A, B, C, GAE, scioperi, mobilitazioni, LIP, referendum abbiano come scopo ultimo fare imparare meglio gli studenti. Fino a un decennio fa concordavo anch’io su questo. Da qualche anno ne dubito. Oggi sono assolutamente certo che non è così. Si chiama autoreferenzialità, ovvero la cornice che parla di se stessa senza più sapere di che cosa è cornice. Gli studenti, il sapere, la cultura, l’istruzione, l’educazione, che sarebbero, forse, i costitutivi del discorso sulla scuola, sono quelle “cose” che diventeranno “buone” se le GAE, se le leggi, se i contratti, se i precari, se l’organico ecc. ecc., insomma se il gigantesco ufficio di collocamento che si chiama scuola funzionerà a meraviglia, se i sindacati avranno mantenuto la loro ragione di esistenza (tessere), se i partiti potranno dire di fare le riforme epocali, se ciascuno potrà scaricare a tempo indeterminato il cedolino. Visitare un sito dedicato alla scuola oggi, con pochissime eccezioni, equivale a recarsi presso un sindacato. Pochi parlano anche d’altro. E se parlano d’altro vengono presi per scemi o struzzi da coloro che affrontano i veri problemi della scuola. Che notoriamente sono problemi riguardanti il posto di lavoro degli insegnanti.
Da quando sono stato, così si dice, “immesso in ruolo”, nel 1992, il discorso sulla scuola non è mai cambiato granché, con una breve parentesi tra il 1996 ed il 2001, quando sembrò che i tavoli di lavoro (i Saggi di Maragliano ad esempio) facessero il discorso sulla scuola, senza aggettivi, senza punti a capo, senza tre “I”, senza cacciaviti, senza grembiulini e altre pagliacciate politico-mediatiche prodotte da tutti i teatranti che si sono avvicendati al timone della scuola a partire dal 2001. Il discorso sulla scuola: come crescono i nostri ragazzi, quale cultura proponiamo loro, quali modelli culturali veicoliamo attraverso le discipline, come si educa attraverso la conoscenza (i famosi libri bianchi dei primi anni Novanta…).
E’ possibile che tutta la mia carriera di docente starà in attesa del discorso sulla scuola. A lume di naso, se gli déi mi concederanno di arrivarci, potrei andare in pensione nel 2027. Chissà se negli ultimi dodici anni di servizio riascolterò qualche “buon” discorso sulla scuola.
Nello Stato di diritto, quando si ritiene che lo Stato sbagli deve essere contestato, nelle forme previste dalla legge. La storia ha conosciuto forme di reazione violenta all’autoritarismo dello Stato. Allo Stato deliberatamente violento e non legittimato democraticamente si è opposta una resistenza violenta. I libri di storia ce lo raccontano. In regime di democrazia venir meno al principio socratico è deplorevole, e se lo fa gente che ha responsabilità educative diventa quanto meno scandaloso. Contesteremo le leggi che non condividiamo ma le osserveremo quando saranno approvate, e men che meno adotteremo comportamenti violenti nei confronti di chi sostiene quelle leggi. Se questo è condivisibile, pensate quanto dev’essere becero adottare forme violente contro chi non si è opposto “abbastanza” a proposte di legge non condivise. Scrive Michele Serra, uno non sospettabile di conservatorismo, commentando su L’Amaca di “Repubblica” del 27 giugno quanto accaduto al senatore PD Corradino Mineo: Leggi il resto di questa voce
Il sito de “La tecnica della scuola” ha pubblicato un video definito “shock” (https://www.youtube.com/watch?v=OaIUKrmD9Oo) che rappresenta un’insegnante insultata e umiliata dagli alunni di una classe. Il video è accompagnato da un commento di Vittorio Lodolo D’Oria (http://www.tecnicadellascuola.it/item/12563-quando-insegnare-diventa-una-guerra-impossibile.html), noto studioso del burn out degli insegnanti (es. Scuola di follia, Armando 2005).
D’Oria deplora la caduta di credibilità sociale degli insegnanti, le politiche governative degli ultimi anni e soprattutto, che è un suo cavallo di battaglia, lo stress professionale che caratterizzerebbe la professione degli insegnanti. E conclude così: “A questo punto dobbiamo chiederci dove intenda andare a parare questo Governo, dopo aver reciso le radici alla società. Ma subito dopo urge predisporre una risposta adeguata: almeno uguale e contraria per incisività, efficacia e impegno”. Leggi il resto di questa voce
Realizzazione di Luigi Menna
Tre soli giorni erano trascorsi dall’avvio ufficiale dell’anno scolastico e iniziava il tormentone della “Buona scuola”, che mentre scrivo è drammaticamente al centro del dibattito pubblico. Ricordo che non ne scrissi bene, di quella bozza poi sottoposta a consultazione. E neppure oggi scriverei bene di quel che essa è diventata, dopo un anno trascorso con studenti, docenti e dirigenti, ad ascoltare. Sì, perché formazione e aggiornamento in prima battuta sono un’esperienza di ascolto. Di sinergia, di tematizzazione, di riflessione, di prospettiva. Già detto altre volte. Quando ascolti, capisci la scuola. Quella buona e quella meno buona. Capisci la questione del merito. Ovvero, capisci quanto è complicato andare oltre gli stereotipi per vedere l’insegnante buono o la buona pratica. Capacità di ottenere “risultati” o capacità di sviluppare “atteggiamenti”? Chi merita? Chi ottiene prestazioni con voti alti o chi favorisce processi di inclusione? La botte e la moglie. Il MIUR non sa scegliere. E stanzia 200 milioni l’anno per individuare il merito. Quel Direttorio del comitato di valutazione scioglierà il nodo (prestazione versus inclusione) che quarant’anni di scuola di massa non sono riusciti a risolvere? E gli attuali dirigenti, ex docenti ed ex studenti, sono in grado di trovare le perle? Leggi il resto di questa voce
Beppe Bagni è stato eletto nel Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione. E’ il Presidente Nazionale del CIDI, e questo è già un elemento di grande soddisfazione per tutti coloro che si riconoscono nel CIDI. Penso che sia il giusto riconoscimento ad un grande della scuola italiana, di cui mi onoro di essere fraterno amico. In bocca al lupo Beppe!
“Se si vuole davvero riformare il sistema di istruzione, bisogna trovare modi e tempi e strumenti e aperture mentali capaci di trasformare le scuole in centri di ricerca permanenti, perché la didattica va ripensata ogni volta e ravvivata ed è sempre più necessario inoltrarci in territori inesplorati, perché ancora oggi il 70 per cento del tempo è impiegato in lezioni frontali e interrogazioni, cioè quanto di meno adatto al coinvolgimento dei giovani e alla costruzione delle conoscenze”.
Franco Lorenzoni è un maestro di scuola primaria. Lo conosco da molto poco, ma lo reputo una delle voci più alte della scuola italiana. E gli do voce a casa mia, perché tra un whatsapp e un sabotaggio Invalsi tutti gli insegnanti abbiano anche tempo di riflettere su alcune cose. Leggiamo non frettolosamente quanto ha scritto dopo lo sciopero del 5 maggio. Aggiungo: Lorenzoni non è favorevole a questo disegno di legge (leggere il suo recente intervento su http://www.left.it/2015/05/20/il-maestro-franco-lorenzoni-contro-la-malariforma-che-avvelena-la-scuola/). Pare che sia diventato necessario prima dire da che parte si sta. Come allo stadio. Molto triste per una categoria di intellettuali come la nostra, ma è diventato purtroppo così.
Ecco l’intervento di Lorenzoni di cui raccomando vivamente la lettura: