Un anno con studenti, docenti, dirigenti (e ispettori)

Docenti di scuole diverse al lavoro insieme

Docenti di scuole diverse al lavoro insieme

Tre soli giorni erano trascorsi dall’avvio ufficiale dell’anno scolastico e iniziava il tormentone della “Buona scuola”, che mentre scrivo è drammaticamente al centro del dibattito pubblico. Ricordo che non ne scrissi bene, di quella bozza poi sottoposta a consultazione. E neppure oggi scriverei bene di quel che essa è diventata, dopo un anno trascorso con studenti, docenti e dirigenti, ad ascoltare. Sì, perché formazione e aggiornamento in prima battuta sono un’esperienza di ascolto. Di sinergia, di tematizzazione, di riflessione, di prospettiva. Già detto altre volte. Quando ascolti, capisci la scuola. Quella buona e quella meno buona. Capisci la questione del merito. Ovvero, capisci quanto è complicato andare oltre gli stereotipi per vedere l’insegnante buono o la buona pratica. Capacità di ottenere “risultati” o capacità di sviluppare “atteggiamenti”? Chi merita? Chi ottiene prestazioni con voti alti o chi favorisce processi di inclusione? La botte e la moglie. Il MIUR non sa scegliere. E stanzia 200 milioni l’anno per individuare il merito. Quel Direttorio del comitato di valutazione scioglierà il nodo (prestazione versus inclusione) che quarant’anni di scuola di massa non sono riusciti a risolvere? E gli attuali dirigenti, ex docenti ed ex studenti, sono in grado di trovare le perle?

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Gli studenti sembrano vivere una vita a parte rispetto a queste chiacchiere. Qualcuno più attrezzato legge, si documenta e va in piazza. Percentuale minima. Il resto cerca di sgobbare tra uno sbadiglio e l’altro. Serra li ha chiamati sdraiati. Ha esagerato ma coglie anche tendenze reali. Si sdraia chi è annoiato, e vincere la noia in classe non è facile per nessuno, alla faccia del merito. Non è facile perché la scuola così come ancora si presenta, soprattutto nel secondo ciclo, è altro dalle loro prassi mentali e dalle loro permanenti connessioni. Il sapere della scuola li lascia mediamente indifferenti sul piano delle motivazioni intrinseche. Restano quelle estrinseche, ma si sa bene che studiare per dovere, per prestigio o per paghette sforna molti diplomati ma poche persone realmente colte.

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I docenti capiscono che occorre formazione. E i dirigenti con loro. Il mio autunno è trascorso con le Indicazioni Nazionali. Raccogliere le esperienze di ricerca-azione, chiudere la sperimentazione, rilanciare tentando di far capire che ciò che oggi è sperimentale domani deve andare a regime. Ho seguito diverse reti di scuole in Sicilia, nel messinese, nel palermitano, nel nisseno, nel corleonese, nel siracusano, ma molte scuole che non aderivano alla sperimentazione hanno voluto mettersi in gioco e fare anch’esse un percorso, magari prima di tentare la carta del secondo round. E si sono create nuove reti, col medesimo obiettivo: lavorare sul curricolo verticale, sulle competenze e sugli ambienti di apprendimento. Ovunque, sempre lo stesso tormentone. Che significa “prescrittivi”? E come si fa con chi non ce la fa? Prestazione o inclusione? Perché le prove Invalsi all’Esame del primo ciclo? Domande provenienti da “buona scuola”, non certo da perditempo o fannulloni. Qui del materiale su queste esperienze.

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Poi in inverno è comparso il modello di certificazione delle competenze e le domande si sono acuite. In Sicilia, come in Calabria (a Cittanova) e in Puglia (a Foggia), gli insegnanti hanno raccolto la sfida. Ma il problema rimane. Cosa devo certificare? Come lo “vedo” ciò che devo certificare? Solo tre mesi per tentare di tenere insieme profili di competenze, livelli, traguardi disciplinari, obiettivi. Un rebus. Ma c’è chi non si arrende: legge, si documenta, sperimenta, tenta di convincere i colleghi. E i dirigenti come nocchieri in gran tempesta tentano di proporre percorsi di formazione. E c’è, come a Foggia, chi risponde con entusiasmo e si mette in gioco. Buona scuola. Anche sulla certificazione qui qui qualche elaborazione.

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Le superiori non stanno con le mani in mano, ma la tradizione lì è dura a morire. Ad Avola come a Marsala la questione è una sola. Le competenze, la loro certificazione, la loro progettazione. Quando lavori col secondo ciclo capisci che il riordino Gelmini ha lasciato generalmente indifferenti. C’è il programma da portare avanti. Bisogna conciliarlo con le competenze, perché comunque l’Esame di Stato lo devono fare e al di là delle chiacchiere pedagogico-didattiche poi spuntano i commissari e bisogna presentare la classe in modo adeguato. Eterogenesi dei fini dell’Esame di Stato: nacque per far lavorare sulle competenze e lo temono tutti per i contenuti. L’idea che lo sviluppo di competenze culturali possa essere inversamente proporzionale alla quantità di contenuti proposti viene sentita come giusta, ma viene praticata con molta difficoltà. La lezione trasmissiva è dura a morire. Scuola che vuole essere buona ma fa fatica. Qui e qui qualche traccia di lavoro.

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Ma in inverno è comparso anche il RAV. Entro luglio le scuole presenteranno il loro selfie. Ho visto dirigenti brancolare nel buio. E’ diventato necessario abbozzare qualche forma di modello organizzativo e di schema operativo per aiutare le scuole a mettersi all’opera. Ho assistito in Basilicata (Potenza) a scontri frontali tra qualche ispettore zelantissimo che maneggiava la valutazione come una clava e gruppi di insegnanti inferociti. Mediare non è stato facile. Scuola sofferta.

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In tutto questo, la dispersione è sempre lì, soprattutto al Sud. Ci sono scuole che lavorano seriamente sul problema, nell’ambito di progetti finanziati dall’Europa, per creare prototipi di intervento innovativi. A Palermo la rete di scuole facente capo alla D.D. “Alessandra Siragusa” di Pallavicino ha concluso un lavoro imponente costruendo un prototipo di intervento sistemico. Ho avuto l’onore di far parte dell’expertise di progetto. Un lavoro straordinariamente plurale, che ha coinvolto un gran numero di operatori. Inclusione allo stato puro. Dunque non buona, ma ottima scuola. Dal mio punto di vista ovviamente.

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In primavera la circolare sui neoimmessi in ruolo. Cinquanta ore di formazione. Il MIUR ha proposto nel bando i moduli di intervento: sistema nazionale di valutazione, tecnologie didattiche, orientamento e continuità, BES, inclusione sociale, gestione della classe, affettività, alternanza scuola-lavoro e quant’altro. Di tutto e di più. E curricolo e competenze? Modulo 10 (ultimo): “specifici approfondimenti didattici”. Lo metteremo lì. Residuale. Poi i sessanta che ho seguito compresero che era il cuore della loro professione. Complimenti al MIUR, che forse non sa che senza formazione sul curricolo buona scuola non se ne fa. Qualcuno glielo spieghi. In Invalsi, che ormai fa tutto, non lo sanno? In Indire neppure?

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Il CIDI, cioè la mia casa professionale, come sempre è stato in prima linea, in Italia come in Sicilia. A Palermo il gruppo inesorabile di Valentina Chinnici ha proposto iniziative formative di ogni genere, trasversali, disciplinari, organizzativi, offrendo percorsi per insegnanti di ogni ordine e grado che hanno trovato il loro culmine del seminario nazionale sul curricolo di maggio (qui la mia introduzione ai lavori). Eserciti di studenti TFA hanno partecipato a queste proposte, che a loro giudizio sul piano formativo hanno sentito più consone rispetto a certe chiacchiere accademiche. L’associazionismo professionale è sempre meno preso in considerazione dal MIUR (si vede dall’assegnazione dei comandi, sempre più esigua), che dice di volere la buona scuola ed il merito. Inutile commentare.

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Il CIDI di Palermo sta sostenendo anche molti colleghi che hanno cominciato a studiare per diventare dirigenti. Il bando non è uscito il 31 marzo come si diceva, eppure tanti sono già al lavoro. Chi li sostiene nella preparazione sono dirigenti o in pensione o in servizio. Questi ultimi sono nell’occhio del ciclone per i poteri che potrebbero assumere. Abbiamo molti dirigenti capaci di interpretare il loro ruolo in modo sapiente e con loro ho avuto occasione di intervenire al CERISDI su questioni di qualità. Ne abbiamo altri tuttavia che da un incremento dei poteri potrebbero trarre occasione per fare non un’ottima ma una pessima scuola. Anche stabilire il loro “merito” è un problema. A qualcuno di questi vengono già attribuiti incarichi ispettivi, per la ben nota carenza di ispettori. E qui chiudo, proprio con gli ispettori, o dirigenti tecnici con formulazione più corretta.

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Inspicere, da cui viene ispettore, vuol dire “guardare in profondità”. Dov’è la profondità in una scuola? Cosa può vedere un ispettore? Il funzionamento? L’efficienza? La correttezza dei processi? Egli è un funzionario della valutazione ed il suo report finisce per essere parte integrante dell’autoreport prodotto dalla scuola. Un ispettore è stato uno studente, è stato un docente, è stato (si auspicherebbe….) un dirigente. Se ha sviluppato negli anni la capacità di capire la scuola in profondità, sarà capace di vedere ciò che occorre vedere. Se si autocomprende come un pretoriano che brandisce le gride ministeriali sulla buona scuola saranno guai per tutti. E sarà certamente pessima scuola. Per gli studenti, per i docenti, per i dirigenti, quelli che dirigono e quelli che ispezionano…….
Che dio la mandi buona a tutti.

Cito qui le persone a cui dico grazie per tutto quel che ho fatto, che ho detto, che ho scritto e che ho pensato quest’anno. Alcune figure sono note altre meno, ma non meno importanti: Giancarlo Cerini, Mario Ambel, Beppe Bagni, Mariella Spinosi, Mario Castoldi, Antonia Carlini, Salvatore La Rosa, Valentina Chinnici, Patrizia Fasulo, Gloria Calì, Antonino Sciortino, Aurelia Santorelli, Anna Trapani, Nunzia Urso.

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Insegnante, blogger di servizio

Pubblicato il giugno 15, 2015, in Educazione e scuola, Esperienze con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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