“Di riforme epocali ne abbiamo viste fin troppe, non vorremmo quindi vedere nemmeno riforme di sinistra o di destra, ma solo riforme per il bene della Nazione.”
(P.Almirante dal sito della Tecnica della scuola)
La scuola pubblica è dura a morire. Ci hanno tentato in tutti i modi. E’ lunghissimo l’elenco delle misure che hanno ridotto all’osso le risorse delle scuole e non è meno lungo l’elenco delle inadempienze politiche di varia natura che rendono davvero difficile la vita di tutti coloro che a scuola lavorano ogni giorno. Eppure la scuola è dura a morire. Basta dare uno sguardo a siti come http://www.educationduepuntozero.it/ oppure http://www.lascuolachefunziona.it/ o ancora leggere riviste come Insegnare (tra poco in pista nella versione digitale) Scuolainsieme, Nuova Secondaria o La vita scolastica per rendersi conto che dappertutto resta in piedi un proliferare di pensiero pedagogico e didattico che si traduce in esperienze, attività, talvolta emozioni per i ragazzi. Non solo, ma a questo va aggiunta la ricchezza della riflessione professionale e sistemica documentata da riviste come Voci della scuola (Tecnodid) o Rivista dell’istruzione (Maggioli) o ancora Le nuove frontiere della scuola (La Medusa) per non parlare di Chichibìo (Palumbo) e da siti quali http://www.edscuola.com/ oppure http://www.scuolaoggi.org/, consultabili insieme ad altri direttamente da questo blog. Le associazioni professionali e disciplinari dal canto loro continuano a fare da stimolo per la didattica e gli insegnanti più sensibili, sia pur in mezzo a mille difficoltà, riescono a cavare il cosiddetto ragno dal buco.
Il CIDI (http://www.cidi.it/) storicamente si è sempre distinto per aver tenuto alta la bandiera della scuola democratica e inclusiva. Da quarant’anni su tutto il territorio nazionale i CIDI lavorano strenuamente e continuano a proporre contenuti pedagogici e didattici. Il CIDI è quella cosa di cui alle volte non ti accorgi quando c’è e cominci a sentirne la mancanza quando scompare. Per questo è il caso che non scompaia, proprio nell’anno in cui compie 30 anni a Palermo, perché quando scompaiono le bussole sono dolori.
Il prossimo 9 maggio il nuovo CIDI di Palermo presieduto da Silvio Vitellaro proporrà una vetrina di buone pratiche agli insegnanti di ogni ordine e grado che volessero darsi appuntamento nel pomeriggio al CEI in via Piersanti Mattarella. Ci sono iniziative che hanno un doppio valore: il valore di “merito”, che consiste certamente nella qualità di quanto verrà sottoposto alla nostra attenzione. Ma c’è anche il cosiddetto valore “simbolico” insito nella possibilità di ritrovarsi insieme, quelli che ci credono, non tanto per piangersi addosso quanto per trovare tutte le vie possibili e praticabili di resistenza culturale, che come mi avete sentito dire tante volte si rivela proprio nel modo in cui traffichiamo il sapere con le nostre allieve e i nostri allievi. Nel tempo in cui avevo la responsabilità del CIDI, tante volte m’è capitato di dire pubblicamente che si può porre un bel segno nella vita dei ragazzi a costo zero così come si può distruggere la loro voglia di imparare con tante risorse disponibili. E qui lo ripeto. Al 9 maggio!
Maurizio Muraglia
Un tempo gli esami conclusivi della scuola media non suscitavano le preoccupazioni di cui oggi si ha notizia, sia tra le famiglie che tra gli insegnanti. Ho avuto occasione in questi mesi di conoscere tanti insegnanti che lavorano negli istituti comprensivi di varie province siciliane e ho avuto conferma di questa generale inquietudine sulla sorte di migliaia di ragazzine e ragazzini che si avvicinano al traguardo. Alla loro inquietudine vorrei assegnare un significato sociale, e latamente politico, degno di assurgere ad oggetto di riflessione per tutti coloro che sono interessati alle vicende dell’educazione e dell’istruzione nella nostra regione.
Di che cosa stiamo parlando? Qual è la novità rispetto al passato? La novità consiste nell’introduzione già da qualche anno, tra le prove che costruiscono la valutazione finale degli allievi, di una prova mandata dal Ministero che riguarda l’italiano e la matematica. Non che i ragazzini fino a quel punto non abbiano fatto esperienza di questo genere di test, che iniziano già nella scuola elementare. Il fatto è che queste prove vanno ad aggiungersi alle altre già previste e predisposte dagli insegnanti interni, generando un accumulo di sollecitazioni valutative non previsto neppure dagli esami conclusivi della scuola superiore. Va considerato peraltro che gli esami di fine scuola media non rappresentano più come una volta la conclusione dell’obbligo di istruzione, che dal 2006 è stato spostato alla fine del biennio delle superiori. Non si giustificherebbe pertanto, come riconosciuto da tutti gli osservatori, questa sorta di “accanimento valutativo” ad un certo punto del percorso scolastico.
Ma non si tratta qui soltanto di aggravio dell’impegno emotivo dei ragazzini. C’è dell’altro, che riguarda in modo più pregnante la vera funzione della scuola pubblica, quella, per comprenderci, che le assegna la Costituzione quando le chiede di rimuovere gli ostacoli che impediscono a ciascuno di realizzarsi come persona e come cittadino. Conosciamo tutti bene di che ostacoli si parla, quando si pensa alle scuole meridionali e siciliane. Si tratta di ostacoli, sociali, economici, culturali, linguistici, che rendono l’impresa educativa in molte zone alquanto proibitiva. Cosa ci si può aspettare da tanti tantissimi bambini e ragazzi che è già miracoloso tenere sui banchi di scuola? Cosa è lecito attendersi e che lavoro possono svolgere maestre ed insegnanti fin dalla più tenera età?
Incontrando gli insegnanti nelle scuole la risposta a questi interrogativi sembra unanime. Noi dobbiamo permettere ai nostri allievi di ottenere il massimo possibile date le situazioni di partenza. Ecco, questo tema, il tema del “massimo possibile”, sembra essere diventato un tema scomodo nella discussione pubblica sulla scuola. Che vuol dire il massimo possibile? Ci sono risultati che tutti i ragazzini italiani devono raggiungere. Non possiamo personalizzare i traguardi, perché in questo modo le competenze di un ragazzino di Milano finiscono per essere del tutto diverse da quelle di un ragazzino di Canicattì pur possedendo entrambi la stessa “licenza media”. Come la mettiamo? Infatti: come la mettiamo? C’è qualcuno in grado di trovare una soluzione al problema del ragazzino di Canicattì che parla solo in dialetto, che non ha i soldi per comprare libri e materiale didattico, che non ha a casa nessuno che lo segue, che trascorre tutti i pomeriggi per strada dietro ad un pallone, quando va bene? Chi deve farglieli raggiungere questi “traguardi” e cosa può chiedere la prova Invalsi a costui?
Supponiamo che questo ragazzino abbia il nome di Stefano. Cosa ha da dire la retorica del “successo formativo” su Stefano? C’è un successo formativo in generale cui Stefano è tenuto ad uniformarsi oppure gli insegnanti sono autorizzati ad elaborare un successo formativo per Stefano sul quale calibrare la loro valutazione? Fino all’ultimo atto del percorso, appunto gli esami finali della scuola media, gli insegnanti sembrano non avere dubbi. Abbiamo tirato su Stefano con lacrime e sangue, lo abbiamo visto crescere, migliorare, abbiamo visto rimossi molti ostacoli alla sua crescita, ora ce lo troviamo a tredici anni molto diverso da quando lo abbiamo accolto in prima elementare e siamo legittimamente soddisfatti del lavoro che abbiamo fatto perché ci siamo resi conto che era il “massimo possibile”. Ed ora? Ed ora che succede a giugno? Cosa ne sarà di Stefano? Adesso gli insegnanti di Stefano che faranno? Dimenticheranno quel che essi stessi hanno ricavato dal ragazzino? Oppure ne dovranno tenere debito conto nella valutazione finale, che però dipende anche dal modo in cui Stefano risponderà a quesiti che sono pensati anche per il suo compagno della scuola media bene di Milano centro?
Queste sono le inquietudini che ho raccolto nelle scuole di mezza Sicilia. La loro valenza politica non può sfuggire. Cosa valgono di più i risultati o i processi? Come si diventa cittadini a scuola? Quando un ragazzino è riuscito a prendere le distanze dal suo ambiente di riferimento, ha imparato a rapportarsi con gli altri, si è adattato in contesti in cui degli adulti fanno “discorsi culturali”, ha acquisito delle abilità e delle conoscenze che gli permettono di interagire in modo decente con la realtà e i suoi problemi, quando la scuola non ha fatto che dire “bravo” a questo ragazzino compiacendosi dei suoi progressi, potrà mai tradirlo al traguardo finale? E ove lo tradisse, non si macchierebbe di infedeltà al mandato costituzionale?

La maggior parte delle scuole superiori di Palermo in questi giorni ha sospeso la sua ordinaria attività didattica. Per l’ennesimo anno, alla fine di novembre, è avvenuta la stessa cosa. E in questi giorni, come ogni anno, adulti, genitori, insegnanti, opinione pubblica osservano, commentano, giudicano. Il copione non cambia. Ho registrato nella mia mente le stesse scene dei primi anni Novanta. Il bistrattamento della scuola pubblica è giunto a tal punto che tutti coloro che operano nella scuola vorrebbero urlare, protestare, manifestare, così com’è avvenuto per lo sciopero di sabato 24 novembre scorso, quando studenti e insegnanti, e chi scrive tra questi, hanno percorso insieme le vie della città per gridare il proprio sdegno.
Inutile aggiungere che a mobilitarsi è la “corporazione” di coloro che operano nella scuola, perché è molto difficile trovare parole di sdegno nella cosiddetta opinione comune. E’ ben noto infatti che nell’immaginario comune la scuola pubblica è ridotta com’è ridotta perché gli insegnanti non sanno fare il loro lavoro e gli studenti, anche in conseguenza di ciò, non hanno voglia di imparare. L’immaginario comune è molto importante e occorrerebbe sondarlo sempre per valutare con attenzione i fatti che riguardano la scuola. Il governo Monti e quelli che lo hanno preceduto lo conoscono abbastanza bene ed è per questo la politica accusa gli insegnanti di “corporativismo”: voi cercate soltanto i vostri interessi e non l’interesse comune. L’implicito è evidente: l’interesse comune non coincide con quello di insegnanti e studenti che oggi manifestano. L’impiegato, il funzionario, il manovale, il professionista non scendono in piazza a fianco di insegnanti e studenti. L’istruzione non è un loro interesse. Che questo sia assurdo o meno non è questa la sede per giudicare. La solitudine del mondo della scuola rispetto alla politica e alla società è un fatto.
Ora, il paradosso in cui oggi si trovano le nostre scuole è proprio questo. Vengono autogestite, cogestite, occupate perché gli studenti possano far sentire la loro voce. Ma a chi? Il paradosso consiste proprio nel fatto indubitabile che questi gesti non solo non fanno che acuire il disinteresse dell’opinione pubblica, ma addirittura innescano un meccanismo di discredito ancor più pesante, che investe gli studenti, ancor più accusati di non voler studiare, e i poveri insegnanti, ancor più accusati di non voler lavorare. Cosa si può pensare di aule popolate da studenti che giocano a carte o stanno a bivaccare senza uno scopo preciso e di sale insegnanti affollate di professori seduti che conversano tra di loro perché altro non possono fare? Comprendo bene che queste argomentazioni susciteranno l’indignazione di alcuni studenti che sinceramente credono in queste forme patetiche di protesta e di alcuni insegnanti che con buona lena si impegnano a dialogare con loro, per condurli a passare dalla protesta generica o dal bivacco insensato ad una qualche forma di elaborazione. Questi studenti e questi insegnanti meritano il più grande rispetto.
Ma la stragrande maggioranza che in questi giorni a Palermo sospende la funzione della scuola, che è quella dell’insegnare e dell’imparare, la stragrande maggioranza degli studenti che urla, si agita, brandisce altoparlanti credendo di cambiare la situazione, ha una qualche larvata coscienza di quel che l’immaginario sociale pensa degli studenti che occupano le scuole? Qualcuno di loro è in grado di spiegare con argomenti razionali qual è lo scopo reale dell’occupazione, dell’autogestione, della cogestione? Qualcuno di loro è in grado di convincere l’opinione pubblica che è sbagliata l’idea che tutto questo avvenga per anticipare le vacanze e non metter mano ai libri (perché non si occupa mai a settembre o ad aprile?)
Chi di questi ragazzi è in grado di spiegare tutto questo? E quali adulti, comprese le nostre istituzioni locali, il Sindaco, gli Assessori regionale, provinciale e comunale all’Istruzione, si sentono di andare a far loro il più impopolare dei discorsi, ovvero il discorso che argomenta l’infefficacia, l’inutilità, l’insensatezza, l’illiceità di tutto questo? Ce lo diciamo tra di noi, che tutto questo è una sceneggiata rituale e priva di senso. Ma perché non lo diciamo anche a loro?
Sappiamo bene che le scuole occupate sono ormai solo un problema pedagogico e non di ordine pubblico. Qualche dirigente scolastico sparuto, oggi, ricorda che l’occupazione di un edificio pubblico è un reato. Ed è vero. E’ un reato. Solo che questo tipo di reati oggi è tollerato perché la circostanza che la scuola pubblica venga occupata ed eventualmente sfasciata fa il gioco di altri interessi, e già in queste settimane si sentono genitori facoltosi che dichiarano di voler mandare i figli alle scuole private, dove questo caos non esiste. Dunque, a livello di ordine pubblico, il messaggio che si invia agli studenti è molto chiaro: fate quel che volete, tanto non vi ascolta nessuno e poi quelli che pagherete sarete soltanto voi.
Se dunque è un problema pedagogico, credo allora che non si facciano gli interessi dei ragazzi se non si dice con chiarezza la cosa che appare loro più sgradevole. Che cioè tutto quel simulacro di democrazia, con voti a favore e contro, da loro messo in scena non interessa più a nessuno e non serve né a loro né alla scuola pubblica, e che la sensazione di non avere tutte le mattine in classe rompiscatole che vogliono spiegare e interrogare è bellissima. Che fare autogestione significa gestire da soli la scuola, che è quel luogo dove qualcuno insegna e qualcuno impara, e che gli studenti da soli non possono insegnare perché non ne hanno le competenze. E che quando si fanno i “gruppi di studio” di matematica o di storia, non si capisce cosa c’entri il governo Monti. C’entra solo il fatto che non vogliamo tra i piedi l’insegnante di matematica e quello di storia. E infine che all’ignoranza generata dalle politiche scriteriate non si può rispondere con l’ignoranza che ci si infligge da soli perché questa storia somiglia a quella del marito che per fare un dispetto alla moglie si evirò…..
Maurizio Muraglia
Mi sembra particolarmente utile sottoporre a tutti noi che insegniamo nel secondo ciclo questa riflessione della mia amica Maria Piscitelli che, sulla scorta di un articolo recente di Marco Lodoli, mette, per così dire, i piedi nel piatto sul nodo principale del nostro lavoro: il disinteresse di molti nostri alunni per gli oggetti culturali proposti dalla scuola e, soprattutto, per il modo in cui li propone. Buona lettura.
“Il buon maestro non si costruisce a tavolino. Più importanti delle indicazioni ministeriali, dei corsi di aggiornamento, dei libri di testo sono la solida formazione ricevuta negli studi universitari e – soprattutto – un requisito strettamente soggettivo, anzi psicologico: la fiducia nella possibilità d’incidere sulla massa di adolescenti inerti o distratti, valorizzando i talenti dei singoli individui e assicurando loro la necessaria preparazione disciplinare. Ciò vuol dire che l’insegnante deve, più di quel che valga per altre professioni, credere al lavoro che fa e scommettere su sé stesso, proponendosi agli allievi come un esempio positivo, non usurato dalla routine e non rassegnato alle tante cose che non vanno. Come tutte le scommesse, si può vincere o perdere; ma se si vince, ogni docente – dalle elementari in avanti – resterà un riferimento nitido e costante per l’allievo, anche quando il ragazzo sarà diventato adulto, e la sua lezione non andrà dispersa”.
(Luca Serianni, L’ora di italiano, 2010)