L’errore fatale degli studenti

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La maggior parte delle scuole superiori di Palermo in questi giorni ha sospeso la sua ordinaria attività didattica. Per l’ennesimo anno, alla fine di novembre, è avvenuta la stessa cosa. E in questi giorni, come ogni anno, adulti, genitori, insegnanti, opinione pubblica osservano, commentano, giudicano. Il copione non cambia. Ho registrato nella mia mente le stesse scene dei primi anni Novanta. Il bistrattamento della scuola pubblica è giunto a tal punto che tutti coloro che operano nella scuola vorrebbero urlare, protestare, manifestare, così com’è avvenuto per lo sciopero di sabato 24 novembre scorso, quando studenti e insegnanti, e chi scrive tra questi, hanno percorso insieme le vie della città per gridare il proprio sdegno.

Inutile aggiungere che a mobilitarsi è la “corporazione” di coloro che operano nella scuola, perché è molto difficile trovare parole di sdegno nella cosiddetta opinione comune. E’ ben noto infatti che nell’immaginario comune la scuola pubblica è ridotta com’è ridotta perché gli insegnanti non sanno fare il loro lavoro e gli studenti, anche in conseguenza di ciò, non hanno voglia di imparare. L’immaginario comune è molto importante e occorrerebbe sondarlo sempre per valutare con attenzione i fatti che riguardano la scuola. Il governo Monti e quelli che lo hanno preceduto lo conoscono abbastanza bene ed è per questo la politica accusa gli insegnanti di “corporativismo”: voi cercate soltanto i vostri interessi e non l’interesse comune. L’implicito è evidente: l’interesse comune non coincide con quello di insegnanti e studenti che oggi manifestano. L’impiegato, il funzionario, il manovale, il professionista non scendono in piazza a fianco di insegnanti e studenti. L’istruzione non è un loro interesse. Che questo sia assurdo o meno non è questa la sede per giudicare. La solitudine del mondo della scuola rispetto alla politica e alla società è un fatto.

Ora, il paradosso in cui oggi si trovano le nostre scuole è proprio questo. Vengono autogestite, cogestite, occupate perché gli studenti possano far sentire la loro voce. Ma a chi? Il paradosso consiste proprio nel fatto indubitabile che questi gesti non solo non fanno che acuire il disinteresse dell’opinione pubblica, ma addirittura innescano un meccanismo di discredito ancor più pesante, che investe gli studenti, ancor più accusati di non voler studiare, e i poveri insegnanti, ancor più accusati di non voler lavorare. Cosa si può pensare di aule popolate da studenti che giocano a carte o stanno a bivaccare senza uno scopo preciso e di sale insegnanti affollate di professori seduti che conversano tra di loro perché altro non possono fare? Comprendo bene che queste argomentazioni susciteranno l’indignazione di alcuni studenti che sinceramente credono in queste forme patetiche di protesta e di alcuni insegnanti che con buona lena si impegnano a dialogare con loro, per condurli a passare dalla protesta generica o dal bivacco insensato ad una qualche forma di elaborazione. Questi studenti e questi insegnanti meritano il più grande rispetto.

Ma la stragrande maggioranza che in questi giorni a Palermo sospende la funzione della scuola, che è quella dell’insegnare e dell’imparare, la stragrande maggioranza degli studenti che urla, si agita, brandisce altoparlanti credendo di cambiare la situazione, ha una qualche larvata coscienza di quel che l’immaginario sociale pensa degli studenti che occupano le scuole? Qualcuno di loro è in grado di spiegare con argomenti razionali qual è lo scopo reale dell’occupazione, dell’autogestione, della cogestione? Qualcuno di loro è in grado di convincere l’opinione pubblica che è sbagliata l’idea che tutto questo avvenga per anticipare le vacanze e non metter mano ai libri (perché non si occupa mai a settembre o ad aprile?)

Chi di questi ragazzi è in grado di spiegare tutto questo? E quali adulti, comprese le nostre istituzioni locali, il Sindaco, gli Assessori regionale, provinciale e comunale all’Istruzione, si sentono di andare a far loro il più impopolare dei discorsi, ovvero il discorso che argomenta l’infefficacia, l’inutilità, l’insensatezza, l’illiceità di tutto questo? Ce lo diciamo tra di noi, che tutto questo è una sceneggiata rituale e priva di senso. Ma perché non lo diciamo anche a loro?

Sappiamo bene che le scuole occupate sono ormai solo un problema pedagogico e non di ordine pubblico. Qualche dirigente scolastico sparuto, oggi, ricorda che l’occupazione di un edificio pubblico è un reato. Ed è vero. E’ un reato. Solo che questo tipo di reati oggi è tollerato perché la circostanza che la scuola pubblica venga occupata ed eventualmente sfasciata fa il gioco di altri interessi, e già in queste settimane si sentono genitori facoltosi che dichiarano di voler mandare i figli alle scuole private, dove questo caos non esiste. Dunque, a livello di ordine pubblico, il messaggio che si invia agli studenti è molto chiaro: fate quel che volete, tanto non vi ascolta nessuno e poi quelli che pagherete sarete soltanto voi.

Se dunque è un problema pedagogico, credo allora che non si facciano gli interessi dei ragazzi se non si dice con chiarezza la cosa che appare loro più sgradevole. Che cioè tutto quel simulacro di democrazia, con voti a favore e contro, da loro messo in scena non interessa più a nessuno e non serve né a loro né alla scuola pubblica, e che la sensazione di non avere tutte le mattine in classe rompiscatole che vogliono spiegare e interrogare è bellissima. Che fare autogestione significa gestire da soli la scuola, che è quel luogo dove qualcuno insegna e qualcuno impara, e che gli studenti da soli non possono insegnare perché non ne hanno le competenze. E che quando si fanno i “gruppi di studio” di matematica o di storia, non si capisce cosa c’entri il governo Monti. C’entra solo il fatto che non vogliamo tra i piedi l’insegnante di matematica e quello di storia. E infine che all’ignoranza generata dalle politiche scriteriate non si può rispondere con l’ignoranza che ci si infligge da soli perché questa storia somiglia a quella del marito che per fare un dispetto alla moglie si evirò…..

Maurizio Muraglia

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Informazioni su Muraglia

Insegnante, blogger di servizio

Pubblicato il dicembre 15, 2012, in Attualità, Cultura e società, Educazione e scuola con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Hai saputo dare voce con coraggio e lucidità ai tanti dubbi che attagliano gli insegnanti che comprendono le ragioni della protesta, ma che non riescono a comunicare ai ragazzi che una scuola diversa, parte da una diversa organizzazione e gestione del lavoro in aula. Ho l’impressione che i nostri ragazzi mostrino più un bisogno di autogestione degli spazi vissuti quotidianamente che di impegno politico. Si tratta forse di una sana voglia di “fare propri” gli spazi istituzionali, di trovare un senso diverso e personale nel rapporto con le istituzioni. Forse molti Consigli di Istituto dovrebbero fare attenzione e concedere a chi vive una scuola “subita” la possibilità di esprimere il proprio protagonismo, cosa che incrementerebbe anche l’autostima e la stima verso l’unica istituzione in grado di garantire la crescita culturale e civile di ogni ragazzo. Purtroppo la scuola come comunità è ancora un mito e non solo per colpa degli studenti. Peccato.. un’altra occasione sprecata.

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