Archivi categoria: Cultura e società

Così almeno parlano di noi…..

Lo abbiamo scritto e lo ribadiamo. Così come la vediamo ormai da vent’anni è una pagliacciata. E lo è non perché consideriamo i nostri ragazzi dei pagliacci. Non lo sono. Chi sta con loro tutte le mattine lo sa. Pagliaccesco e noioso è questo occupare-non occupare, nero, bianco, grigio. Questo mostrare i muscoli senza pagare pegno perché nessuno oggi in Italia osa fare quel che si faceva con gli studenti del ’68. Conflitto zero. Lasciamoli sfogare un po’. Ho avuto modo di conversare con alcuni di loro. Non mi appartiene il paternalismo, ma a volte ti fanno davvero compassione. Non ti guardano mai negli occhi. Sanno di non sapere ciò di cui parlano e sbraitano. Non hanno compreso che la benevolenza delle forze dell’ordine nei loro confronti è funzionale. Nel senso che rinunciano ad essere “forze” e rinunciano a ristabilire l’ “ordine”. Non hanno capito che il metodo becero che adottano da anni è il più efficace per mandare in rovina proprio ciò per cui dichiarano di lottare. Conosco alunni che ormai hanno 30 anni e hanno fatto le occupazioni all’inizio del terzo millennio. “Prof, lo facevamo per fare vacanza, a quell’età uno non è che ragiona e fa quello che gli passa per la testa….”. Oggi chi parla così di mestiere fa il poliziotto: “non possiamo fare niente…possiamo intervenire solo se c’è qualche disordine”. Una mamma mi racconta che qualcuno di questi irriducibili di un liceo palermitano le avrebbe confidato: “così almeno i nostri genitori si fanno vedere….”. Senza parole.

Oggi il fronte si va sfaldando. Hanno ottenuto di arrivare fino all’Immacolata. Niente altro. O forse (in)volontariamente hanno ottenuto di fare discutere i grandi su di loro. Riporto due modi diversi di discutere di questa cosa.

Hamel

Vitellaro

Nessuno dei due è il mio, ma ritengo utile disporre di uno spettro più ampio di sensibilità per mantenere viva l’attenzione su questi temi ben oltre il panettone….

Buona lettura.

La pagliacciata prenatalizia delle occupazioni

fotoHanno cominciato. E nessuno può fermarli. Non sanno di che parlano ma sanno benissimo perché parlano. Sanno che in generale qualcosa non va per loro e che se protestano potranno occupare la scuola. Ma non balzano più agli onori della cronaca perché i media li ignorano sempre di più. L’opinione pubblica li guarda con compassione. Ma loro non lo sanno perché non leggono i giornali dove pure vengono spernacchiati. Eppure pur non leggendo niente fanno assemblee per discutere dei problemi della scuola. Trionfo dell’aria fritta.

Purtroppo il vulnus è pesante in termini di istruzione sottratta.

Un libro su laicità e libertà religiosa

Né guelfi né ghibellini

LAICITA’ E LIBERTA’ RELIGIOSA

“Può essere un laico intransigente anche una persona profondamente pia e non essere laico un ateo militante”

(A. Zanca, Né guelfi né ghibellini, XL 2013)

Venerdì 11 ottobre prossimo sarà presentato il libro da cui è tratta questa citazione. Aldo Zanca ha voluto dire una parola forte sulla laicità e le sue argomentazioni non potranno che fare discutere. A me l’onere di presentare il libro. Tutti i particolari nella locandina.

La scoperta dell’acqua calda

Il sito de “La Tecnica della scuola” ha pubblicato i risultati di un’inchiesta sulle scelte compiute da un campione di ragazzini lombardi in uscita dalla terza media.

Sull’onda delle riflessioni sulla presunta superiore “formatività” di un indirizzo di studi rispetto ad un altro – ospitate da questo blog – pare interessante riportare un passaggio istruttivo dell’inchiesta:

“Tra le 584 richieste di aiuto di ragazzini delle scuole superiori ricevute nell’ultimo anno dal suo ufficio (servizio orientamento del comune di Milano ndr), il 56 per cento proveniva dai licei classico e scientifico. Adolescenti desiderosi di cambiare indirizzo scolastico. «O i ragazzi fanno scelte non consapevoli – commenta Dell’Oro – oppure i genitori fanno troppe pressioni. Mi accorgo che spesso è vera la seconda, soprattutto quando si tratta di professionisti: ingegneri, medici, i più in difficoltà nell’accettare per i figli un corso di studi diverso dal liceo classico o scientifico e prevenuti addirittura anche verso i licei delle scienze umane».
«Si considerano gli istituti tecnici scuole di serie B. Ed è un paradosso. Perché chi ha un livello culturale medio-alto dovrebbe avere l’apertura mentale sufficiente a uscire da un sistema di gerarchie scolastiche del tutto opinabile. Anche gli istituti tecnici, se fatti bene, offrono la preparazione necessaria per frequentare l’università».”

La lettura di questo studio dovrebbe aiutare gli irriducibili sostenitori della superiore formatività di certi studi e di certe discipline a non attribuire agli oggetti di studio successi che invece vanno attribuiti al portafoglio (a parte eccezioni “proletarie” che in quanto tali sono confermative).

 

Estate di musica e libri

L’Italia dei test e dei quiz

Lo scorso ottobre Repubblica Donne ospitò la lettera di una studentessa appena uscita dal liceo che aveva fatto il test per accedere all’università, e la risposta di Umberto Galimberti. Avvicinandosi la nuova tornata di test, conviene rileggersi il pezzo, che si concludeva così:

“Questa mancanza di rispetto e di serietà nei confronti delle aspirazioni giovanili è la peggior cosa che possa capitare a una società che, demotivando i giovani e selezionandoli a caso, non può attendersi per il domani professionisti seri e motivati.

Alla Feltrinelli il 13 marzo

Il prossimo 13 marzo alla libreria Feltrinelli di via Cavour, alle ore 18, saranno presentati due libri: il nuovo romanzo di Francesco Scrima ed il postumo libro di poesie di Claudio Gerbino.

Feltrinelli 13 marzo

L’errore fatale degli studenti

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La maggior parte delle scuole superiori di Palermo in questi giorni ha sospeso la sua ordinaria attività didattica. Per l’ennesimo anno, alla fine di novembre, è avvenuta la stessa cosa. E in questi giorni, come ogni anno, adulti, genitori, insegnanti, opinione pubblica osservano, commentano, giudicano. Il copione non cambia. Ho registrato nella mia mente le stesse scene dei primi anni Novanta. Il bistrattamento della scuola pubblica è giunto a tal punto che tutti coloro che operano nella scuola vorrebbero urlare, protestare, manifestare, così com’è avvenuto per lo sciopero di sabato 24 novembre scorso, quando studenti e insegnanti, e chi scrive tra questi, hanno percorso insieme le vie della città per gridare il proprio sdegno.

Inutile aggiungere che a mobilitarsi è la “corporazione” di coloro che operano nella scuola, perché è molto difficile trovare parole di sdegno nella cosiddetta opinione comune. E’ ben noto infatti che nell’immaginario comune la scuola pubblica è ridotta com’è ridotta perché gli insegnanti non sanno fare il loro lavoro e gli studenti, anche in conseguenza di ciò, non hanno voglia di imparare. L’immaginario comune è molto importante e occorrerebbe sondarlo sempre per valutare con attenzione i fatti che riguardano la scuola. Il governo Monti e quelli che lo hanno preceduto lo conoscono abbastanza bene ed è per questo la politica accusa gli insegnanti di “corporativismo”: voi cercate soltanto i vostri interessi e non l’interesse comune. L’implicito è evidente: l’interesse comune non coincide con quello di insegnanti e studenti che oggi manifestano. L’impiegato, il funzionario, il manovale, il professionista non scendono in piazza a fianco di insegnanti e studenti. L’istruzione non è un loro interesse. Che questo sia assurdo o meno non è questa la sede per giudicare. La solitudine del mondo della scuola rispetto alla politica e alla società è un fatto.

Ora, il paradosso in cui oggi si trovano le nostre scuole è proprio questo. Vengono autogestite, cogestite, occupate perché gli studenti possano far sentire la loro voce. Ma a chi? Il paradosso consiste proprio nel fatto indubitabile che questi gesti non solo non fanno che acuire il disinteresse dell’opinione pubblica, ma addirittura innescano un meccanismo di discredito ancor più pesante, che investe gli studenti, ancor più accusati di non voler studiare, e i poveri insegnanti, ancor più accusati di non voler lavorare. Cosa si può pensare di aule popolate da studenti che giocano a carte o stanno a bivaccare senza uno scopo preciso e di sale insegnanti affollate di professori seduti che conversano tra di loro perché altro non possono fare? Comprendo bene che queste argomentazioni susciteranno l’indignazione di alcuni studenti che sinceramente credono in queste forme patetiche di protesta e di alcuni insegnanti che con buona lena si impegnano a dialogare con loro, per condurli a passare dalla protesta generica o dal bivacco insensato ad una qualche forma di elaborazione. Questi studenti e questi insegnanti meritano il più grande rispetto.

Ma la stragrande maggioranza che in questi giorni a Palermo sospende la funzione della scuola, che è quella dell’insegnare e dell’imparare, la stragrande maggioranza degli studenti che urla, si agita, brandisce altoparlanti credendo di cambiare la situazione, ha una qualche larvata coscienza di quel che l’immaginario sociale pensa degli studenti che occupano le scuole? Qualcuno di loro è in grado di spiegare con argomenti razionali qual è lo scopo reale dell’occupazione, dell’autogestione, della cogestione? Qualcuno di loro è in grado di convincere l’opinione pubblica che è sbagliata l’idea che tutto questo avvenga per anticipare le vacanze e non metter mano ai libri (perché non si occupa mai a settembre o ad aprile?)

Chi di questi ragazzi è in grado di spiegare tutto questo? E quali adulti, comprese le nostre istituzioni locali, il Sindaco, gli Assessori regionale, provinciale e comunale all’Istruzione, si sentono di andare a far loro il più impopolare dei discorsi, ovvero il discorso che argomenta l’infefficacia, l’inutilità, l’insensatezza, l’illiceità di tutto questo? Ce lo diciamo tra di noi, che tutto questo è una sceneggiata rituale e priva di senso. Ma perché non lo diciamo anche a loro?

Sappiamo bene che le scuole occupate sono ormai solo un problema pedagogico e non di ordine pubblico. Qualche dirigente scolastico sparuto, oggi, ricorda che l’occupazione di un edificio pubblico è un reato. Ed è vero. E’ un reato. Solo che questo tipo di reati oggi è tollerato perché la circostanza che la scuola pubblica venga occupata ed eventualmente sfasciata fa il gioco di altri interessi, e già in queste settimane si sentono genitori facoltosi che dichiarano di voler mandare i figli alle scuole private, dove questo caos non esiste. Dunque, a livello di ordine pubblico, il messaggio che si invia agli studenti è molto chiaro: fate quel che volete, tanto non vi ascolta nessuno e poi quelli che pagherete sarete soltanto voi.

Se dunque è un problema pedagogico, credo allora che non si facciano gli interessi dei ragazzi se non si dice con chiarezza la cosa che appare loro più sgradevole. Che cioè tutto quel simulacro di democrazia, con voti a favore e contro, da loro messo in scena non interessa più a nessuno e non serve né a loro né alla scuola pubblica, e che la sensazione di non avere tutte le mattine in classe rompiscatole che vogliono spiegare e interrogare è bellissima. Che fare autogestione significa gestire da soli la scuola, che è quel luogo dove qualcuno insegna e qualcuno impara, e che gli studenti da soli non possono insegnare perché non ne hanno le competenze. E che quando si fanno i “gruppi di studio” di matematica o di storia, non si capisce cosa c’entri il governo Monti. C’entra solo il fatto che non vogliamo tra i piedi l’insegnante di matematica e quello di storia. E infine che all’ignoranza generata dalle politiche scriteriate non si può rispondere con l’ignoranza che ci si infligge da soli perché questa storia somiglia a quella del marito che per fare un dispetto alla moglie si evirò…..

Maurizio Muraglia