Le domande di una madre di fronte all’orrore

la Repubblica

24.10.2012 edizione di Palermo

MAURIZIO MURAGLIA

“Cosa si deve fare per proteggere i figli?” piange la mamma di Carmela Petrucci, assassinata venerdì nel quartiere Uditore. E altre domande vengono giù a cascata in quel pomeriggio assurdo, tra le persone che si radunano, ed io tra queste, davanti allo stabile dei Petrucci, nella scuola elementare vicina, nei negozi, ovunque. Altre domande feroci, disperate. “Cosa deve succedere perché queste cose non succedano”? “Cosa deve succedere nelle famiglie, nella società, a scuola, tra i ragazzi, tra gli adulti?”. E ancora: “Che cosa può diventare il sentimento tra due ragazzi? Come intendono l’amore i nostri giovani? Che cos’è questo Facebook, che può stare all’origine di una tragedia?”. E ancora domande, domande, domande. Nessuno può rispondere. Così come quando un ragazzo tenta il suicidio per motivi “scolastici”. Nessuno può rispondere, nessuno può generalizzare e trarre regole valide per tutti. A nessuna ragazza si può chiedere di non avere storie sentimentali, a nessun genitore si può chiedere di chiudere i figli in casa, a nessun educatore si può chiedere di vietare Facebook. Resta in mano lo sguardo attonito dello spettatore. Solo angoscia.

Resta una domanda, che comunque va posta: “Stiamo parlando in un unicum irripetibile oppure quel che è successo è la punta di un iceberg? E se è così di che iceberg si tratta?” Solo se immaginiamo una qualche descrivibilità dell’iceberg possiamo coltivare la speranza che queste cose non avvengano più. La mia sensazione è che l’iceberg ci sia, e non sia del tutto sommerso. Frequentare i giovani significa frequentare quest’iceberg. Parliamone, e non per alleviare il dolore di qualcuno, che sarebbe impossibile, ma per interpretare quel che è avvenuto come un possibile segno di questi tempi.

Le ragazze del nostro tempo non sono più quelle di quarant’anni fa. Acqua sotto i ponti ne è trascorsa dai primi movimenti femministi, e certamente il percorso verso la cosiddetta “parità” ha conosciuto tappe importanti. Ritengo da tempo che nel nostro meridione e in Sicilia, da questo punto di vista, la storia si sia rivelata molto più lenta. Stereotipi maschilisti continuano a sopravvivere e a prosperare, mantenendo in vita modelli culturali, anzi subculturali, capaci di abitare l’immaginario di maschietti cui il contesto di origine non consente di comprendere che il mondo non è più quello dei loro nonni. Anzi, è possibile constatare che in tante case sicule le nobili concezioni della donna espresse da padri e nonni persistono immutate nei giovanotti anni Duemila. Sarebbe molto interessante che un ente di ricerca si facesse carico di compiere un’indagine sull’immaginario dei giovani siciliani tra i 18 e i 25 anni a proposito del genere femminile, e non limitandosi alle periferie. Con questo retaggio arcaico bisogna fare i conti, e la vicenda di Uditore sembra mostrarlo tragicamente.

L’espressione “educazione sentimentale” sembra di altri tempi. Invece vorrei qui riproporla sulla base dell’esperienza quotidiana a contatto, soprattutto, con ragazze adolescenti che entrano nel mondo complesso delle emozioni e dei legami sentimentali. Anche qui il mondo è davvero cambiato rispetto ad alcuni decenni fa. L’irruzione della comunicazione incorporea (facebook, messenger, sms) ha creato una possibilità di costruire relazioni cui manca l’incandescenza del rapporto in presenza, che permette di conoscere in profondità l’altro o comunque di percepire segnali premonitori che la comunicazione virtuale – a meno che non si sia adulti molto esperti di relazioni umane – non consente. Educazione sentimentale chiamerei la vigilanza di adulti che delle cose dell’amore vogliano e sappiano parlare con i più giovani. La demonizzazione di Facebook è una stupidità culturalmente banale. Facebook viene dopo la chat, dopo la mail, dopo la TV con le sue aberrazioni, dopo la radio, dopo il cinema, dopo i giornali, dopo Gutenberg, dopo la scrittura che già Platone demonizzava ritenendola colpevole di avere ucciso la memoria. Banalità. Meglio volare più in alto.

L’iceberg, dunque. Un maschilismo ancora convinto di potere entrare in possesso di un altro essere umano di genere diverso. Di poterlo controllare, spiare, gestire. Uccidere. Un analfabetismo dei sentimenti, a mio modo di vedere, che sta superando il livello di guardia e sta generando relazioni malate ed aberranti. Sì, perché di relazioni “rischiose” è pieno il mondo dei nostri giovani, e tante ragazze vivono legami basati sul “controllo”, sul “permesso” e sul “divieto”:  “lei non può venire con noi perché il suo ragazzo non vuole”. E’ incredibilmente frequente un simile scenario, ed è uno scenario inquietante, su cui è impossibile non sollevare il sipario a fronte di quel che abbiamo visto venerdì. Non è vero che nulla i genitori possono fare per custodire i figli da quest’orizzonte sentimentale pieno di insidie. Non possono fare tutto, è vero, resterà sembra quel margine di incontrollabilità – è giusto che resti – che impedisce la germinazione di piante malate, ma ancora una volta, come in altre circostanze, non possiamo, gli adulti, abdicare ad una possibilità educativa, ad un sapiente accompagnamento dei nostri ragazzi verso la capacità di costruire sguardi indiziari sulle relazioni che instaurano, soprattutto quando il terreno è quello dei sentimenti.

C’è un lavoro da fare sui modelli culturali, sull’immaginario maschile, sul dialogo intergenerazionale, sui percorsi emotivi dell’adolescenza. E’ un lavoro dovuto, forse adesso reso ancora più urgente e drammatico, ma è un lavoro cui nessuno può e deve sottrarsi. Che quell’infelice marcisca in carcere, come invoca il papà di Carmela, sarà cosa sacrosanta, ma non risolve il problema dell’iceberg che è ben presente se solo si voglia prestare un po’ di attenzione ai dialoghi quotidiani, per strada, in autobus, in ufficio, ovunque sia possibile squarciare il velo sulla grande finzione che ha portato a ritenere realizzate idee quali “parità” o “pari opportunità”, che invece vengono regolarmente sconfessate dalla cronaca.

E poi forse occorre rideclinare la parola “amore”, facendola uscire dai libri di letteratura e trafficandola in classe tutte le volte che è possibile, senza ipocrite reticenze e chiusure nella liturgia dei “programmi da svolgere” o dei test Invalsi, per aiutare tutti questi ragazzi a farla finita con le scorciatoie comunicative e a comprendere che la straordinaria esperienza dell’innamoramento non può essere svenduta al primo offerente.

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Informazioni su Muraglia

Insegnante, blogger di servizio

Pubblicato il ottobre 24, 2012, in Attualità, Cultura e società, Educazione e scuola con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Mah, nella cultura pre-emancipazione le donne non venivano prese a coltellate, una modalità tradizionalmente riservata alle contese “tra maschi”. Probabilmente il peso maggiore va cercato nel citato analfabetismo affettivo. Galimberti afferma che il mercato ha sostituito il bisogno e che per questo gli adolescenti non imparano – rimanendo analfabeti – ad avere a che fare con le personali pulsioni interiori ignote perchè poco o nulla frequentate e per questo ingigantite sino al punto da perdere la testa. Siamo abituati, ahimé, ad attribuire simili dinamiche ad alcuni casi di suicido da parte di adolescenti. Ma siamo pur sempre in presenza di una violenza che agisce dove (perchè) le parole non riescono ad essere efficaci, forse non riescono neppure ad essere espresse.
    Quindi amore, ma anche dialogo, rispetto, confronto. La scuola potrebbe (dovrebbe) farsi carico anche di procurare agli adolescenti la possibilità di cimentarsi in attività che costringono l’individuo a fare i conti con se stesso: la contesa sportiva (purché al di fuori delle tribali logiche calcistiche), il teatro con tutto il suol portato di coinvolgimento e di immedesimazione e in generale tutte quelle attività (suonare, scrivere, ballare, dipingere) per le quali i giovani possano esporsi (sia pure in modo controllato) e ricevere un feedback diverso da quello del confronto conformistico con i modelli pubblicitari e televisivi.

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