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La parola alle buone pratiche
SEMINARIO NAZIONALE SUL CURRICOLO VERTICALE
Palermo 8 maggio 2014
Istituto Comprensivo Uditore-Setti Carraro, via Giovanni Cimabue
L’8 maggio si riuniscono docenti e insegnanti per condividere prassi positive di insegnamento. Chi vuole può andare e dire la sua. Momento serio di ascolto e di confronto. A organizzarlo, manco a dirlo, è il CIDI, da più di 40 anni avamposto e bandiera della scuola innovativa, quindi sempre più ignorato dalla chiacchiera politico-mediatica che insegue graduatorie, test e pseudomeritocrazia.
La chiamano, quella del CIDI, giornata del Curricolo, e si fa in diverse città d’Italia, tra cui Palermo, che sul curricolo vanta meriti storici. Giornata in cui parla la “scuola-sottovoce” cioè la scuola che non si sente e non si vede. La scuola fatta da insegnanti che hanno come scopo quello di rendere formativi i saperi che insegnano, e che magari non rientreranno nei canoni del “merito” di cui tanto si blatera perché i loro alunni faranno cilecca nel mettere qualche crocetta. Val la pena darci un’occhiata, a questa scuola. Ecco il programma.
Genitori e figli al tempo dei video hard
La Repubblica ed. Palermo 27.03.2014
Maurizio Muraglia
Di fronte alla diffusione di video hard tra adolescenti dei nostri Licei il senso comune si indignerà e griderà allo scandalo scoprendo che il re è nudo. Ci sarà certamente anche chi troverà in tutto questo conferma a quanto da sempre sostenuto ovvero che cellulari e internet stanno portando i giovani alla deriva perché li espongono alla confusione tra virtuale e reale generando un protagonismo improprio anche a sfondo erotico. L’adolescenza è a rischio, in soldoni. Giustamente la polizia postale interviene. Deve farlo. Di fronte all’esplosione del bubbone bisogna correre ai ripari ed impedire che continuino a diffondersi i filmati che sono stati girati da e tra i ragazzi.
Il re è nudo, si diceva. Chi grida allo scandalo non può ignorarlo. Ma anche chi sta tra i ragazzi e ha cognizione competente di tutto questo si arrovella per cercare di capire cosa si dovrebbe fare per arginare questa deriva. Sì, perché di deriva si tratta, e non c’è relativismo che possa convincerci che l’utilizzo e la diffusione dell’erotismo nei termini di cui stiamo parlando corrisponda ad una qualche realizzazione personale verso cui portare rispetto. Personalmente non porto alcun rispetto verso queste forme. Nessuno. E se dovessi ragionare con queste ragazze e questi ragazzi, se fossero mie alunne e miei alunni, direi loro che queste pratiche hanno tutta la mia disapprovazione. E ce l’hanno non perché voglia fare professione di perbenismo, ma perché la trasgressione a mio parere è cosa ben più seria rispetto alla banalità di farsi riprendere da cellulari in pose erotiche, ammesso che di erotismo (che reputo qualcosa di molto serio) si possa parlare a proposito di queste scenette.
La disapprovazione non scandalizzata è un buon viatico verso la riflessione. Riflessione doverosa e pericolosa, come tutte le riflessioni a rischio di retorica. La retorica in campo educativo è sempre dietro l’angolo, soprattutto quando si pensa all’educazione come il campo delle prediche rivolte da adulti portatori di valori “sani” a giovani che sono preda delle suggestioni più incresciose indotte dagli strumenti diabolici di cui dispongono. La retorica è il campo delle virtù e dei vizi, individuati in modo più o meno “oggettivo” e non sottoposti invece all’indagine sui bisogni, che mi pare quella più appropriata in tutte le situazioni in cui si è spettatori di comportamenti “degenerativi”.
Sul piano dei bisogni c’è sicuramente un precocismo della esibizione. I mezzi digitali scatenano probabilmente il connubio micidiale tra l’ansia da prestazione corporea, tipicamente adolescenziale, e la sua visibilità spettacolarizzata, che dà l’ebbrezza di essere al centro dell’attenzione di molteplici sguardi. Non è un bisogno nuovo. Ancor prima della diffusione delle tecnologie digitali di comunicazione, gli adolescenti hanno sempre cercato di rompere il bunker perbenista degli adulti per accedere ad uno spazio di emancipazione personale. Gli anni Settanta li ricordiamo tutti. I capelli lunghi, lo spinello, l’emancipazione sessuale della donna crearono i presupposti per un nuovo rapporto tra le generazioni, che fino a quel momento appariva destinato al conflitto permanente.
Oggi i rapporti tra le generazioni non sono più né conflittuali né prescrittivi, se non forse in ambienti popolari dove permangono alcune figure feroci di pater familias. Oggi il negoziato appare la forma più diffusa di relazione tra genitori e figli o tra insegnanti e studenti soprattutto in ambienti più colti. Sono diventate obsolete parole come “proibizione” o “controllo”, e gli strumenti digitali hanno reso ancor più problematica se non impraticabile la possibilità di mettere il naso all’interno di spazi piccolissimi di interlocuzione privata. Quale genitore oggi si metterebbe il cellulare della figlia in mano per vedere cosa gira su whatsapp?
Per questo lo spazio discorsivo relativo a questi fatti non può essere né quello dell’indignazione scandalizzata né quello della cosiddetta laudatio temporis acti, l’elogio del buon tempo andato in cui i genitori avevano agio di controllare i figli perché chi voleva contattarli telefonicamente doveva necessariamente passare per un telefono fisso domestico al cui squillo il giovincello doveva riuscire ad arrivare prima dei genitori. E’ il piano dei bisogni invece quello che probabilmente va scrutato con maggiore sapienza intellettuale, ma senza l’ingenua convinzione che possa esserci una ricetta valida in assoluto per neutralizzare derive come quella di cui stiamo parlando. Non ci sono garanzie su questo. Però qualche focus di attenzione, in famiglia e a scuola, può essere attivato, almeno per comprendere che esiste qualche carta se non proprio vincente certamente perdente nel rapporto con i nostri adolescenti.
In primo luogo l’assenza di interesse che genera l’assenza di conflitto. Ed il conflitto né può né deve essere risparmiato ai giovani. Il disinteresse snob degli adulti per i linguaggi e l’immaginario dei ragazzi non aiuta. L’esperienza mostra che il mondo digitale, dei video, delle chat, di facebook è un mondo che i ragazzi possono anche narrare (o condividere) con gli adulti raccontando e discutendo la materia che passa sul web. Più ancora forse aiuterebbe un insegnamento liceale meno attardato su percorsi lontanissimi dall’esperienza dei ragazzi o peggio proteso in una corsa pazza a rovistare nozioni argomenti e paragrafi da affastellare per raggiungere non si sa quale traguardo. Certamente un traguardo cui molti ragazzi non sono interessati perché il loro mondo emotivo si nutre di ben altro. C’è materia di riflessione sui bisogni dei ragazzi. Sobria, non retorica, disillusa quanto basta, ma anche fiduciosa in una qualche possibilità di delineare cornici relazionali e culturali forse più gratificanti di quelle che riserviamo oggi ai nostri ragazzi.
Come si impara l’italiano?
OCSE-PISA sentenzia che i nostri adolescenti sono scarsi in lingua italiana. I meridionali, ovviamente, in sommo grado.
A chi se l’è persa segnalo questa intervista, rilasciata dal linguista Luca Serianni lo scorso 26 febbraio a “Repubblica”, che mi appare molto istruttiva, più istruttiva sicuramente del suo stesso libro di “teoria grammaticale” feroce…..quella che qui egli stesso critica (“Si insiste troppo sulla teoria grammaticale, specie nella scuola media e nel biennio. Talvolta si sfiora l’ossessione su nozioni di analisi logica del tutto inutili: è davvero fondamentale distinguere il complemento di compagnia dal complemento d’unione?”): http://www.repubblica.it/cultura/2014/02/26/news/se_i_ragazzi_italiani_non_sanno_l_italiano-79689195/ Il problema purtroppo è che spesso la mano destra (OCSE-PISA) non sa quel che fa la sinistra (Invalsi)…….
Qualcuno lo azzardò diversi decenni fa, ma nessuno oggi osa dire che l’analisi grammaticale e logica (?) non ha mai insegnato a nessuno a comprendere e produrre testi di senso compiuto, cioè quel che serve per vivere nella democrazia? Oppure che serve esclusivamente a “dare-rigore-di-pensiero” ovvero preparare – ammesso che sia vero – latinisti e grecisti, nel senso (ridotto) di esperti di grammatica latina e greca?
Date un occhio a http://www.giscel.it/?q=content/dieci-tesi-leducazione-linguistica-democratica, dove linguisti imberbi alle prime armi parlano di inefficacia della “pedagogia linguistica tradizionale”. Siamo nel 1975…..
Almeno i bambini lasciateli in pace….
Della prosopopea sul merito nella scuola non se ne può più. Ora anche un progetto con la benedizione del Ministero (http://www.mimerito.it/it/). Rivolto alla scuola del primo ciclo!
Vien da urlare. Ma molto meglio di me lo fanno, in modo diverso, il Direttore di “Insegnare” Mario Ambel, (http://www.insegnareonline.com/rivista/editoriali/medaglia-merito) e Antonella Reffieuna (http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2014/2/17/SCUOLA-Mimerito-il-progetto-che-distrugge-l-entusiasmo-dei-bambini/468463/), da due fronti che certamente non sono abituati a camminare mano per mano…
E’ una deriva pedagogica incontrollabile. Quel che rattrista è che a benedire queste cose siano anche psicologi e pedagogisti. Siamo messi benissimo…..
Le verità che nessuno scrutinio dice….
“Ma potrebbe fare di più”. E’ la frase che molti genitori ricevono dal docente che ammorbidisce il giudizio non positivo sullo studente. La frase è un tormentone e nasconde una verità lapalissiana: nella scuola italiana le intelligenze emergono con difficoltà. I ragazzi intelligenti ed emotivi si stancano quando la comprensione cioè il prendere con sé i saperi privilegia la ripetizione unidirezionale come è proposta dall’insegnante e dal testo, quando il proprio carattere non risponde emotivamente al raggiungimento di risultati. La risoluzione di quesiti e problemi matematico-scientifici permette a queste menti di esprimersi meglio, ma occorrono tempi e strumenti adeguati altrimenti queste discipline risultano ancora più irraggiungibili. E’ semplice e comodo per docente e allievo ripetere un testo con contenuti già preparati, il ragazzo intelligente è avverso a questa formula che si presenta noiosa perché non altera la sfera della sua sensibilità. La scuola italiana privilegia studenti volenterosi su discipline obsolete. Stimolare l’emozione di comprendere è il primo capitolo che ogni docente dovrebbe svolgere. Quando sentiamo dall’insegnante la frase “…ma potrebbe fare” questo capitolo non è stato svolto.
Gabriele Fraternali
Insegnante di Chieti
“La Repubblica” Lettere domenica 2 febbraio 2014
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Questa lettera, inviata da un collega abruzzese al quotidiano “La Repubblica”, mette con semplicità e chiarezza il dito sulla piaga. E val la pena proporla in tempi di valutazione quadrimestrale e di ricevimenti genitori. Perché? Perché dice le verità valutative che nessun registro elettronico può dire (gustosissimo l’intervento di Mario Ambel su http://www.insegnareonline.com/rivista/editoriali/scrutini). Verità che hanno a che fare non col momento del voto – ovvero col momento più bugiardo sui processi dell’apprendere – ma col momento in cui si traffica il sapere in classe. Certo che l’alunno può fare di più ma l’insegnante non potrebbe fare di meglio? (https://mauriziomuraglia.com/wp-content/uploads/2011/02/fare-di-pic3b9-o-fare-di-meglio.pdf)
MM
Gli studi classici e la sinistra
Da più parti vengo accusato di essere ostile al Liceo Classico per quel che sono andato scrivendo qua e là negli ultimi anni e probabilmente anche per quel che qui suggerisco. Tuttavia non lo sono affatto, ostile. Ho frequentato il Liceo Classico, continuando peraltro gli studi classici fino alla laurea, sono attualmente insegnante di Lingua e Cultura Latina (l’esatta dizione della disciplina non è inessenziale…) e posso continuare ad affermare che si tratta di un ottimo Liceo specialistico. Non credo infatti da tempo all’idea di Licei generalisti. Generalista è solo la scuola dell’obbligo, ivi compreso, quanto più possibile, il biennio del secondo ciclo. Le discipline caratterizzanti il Classico, il Latino ed il Greco, non devono essere considerate infatti più “formative” di altre discipline proprio per il fatto di non essere egualmente presenti nell’obbligo di tutti gli studenti italiani. Se lo fossero realmente – più formative – saremmo in presenza di una grave forma di discriminazione. Sono due importanti discipline specialistiche che, quando bene insegnate a studenti motivati e soprattutto agiati (provvisti cioè di quadri familiari alle spalle che consentono di ammortizzare incertezze e insuccessi), formano davvero teste ben fatte. E tutti gli studenti che hanno teste ben fatte riescono negli studi. Come dire che gli studenti che poi nelle varie facoltà riescono negli studi non hanno successo perché provengono dal Liceo Classico come ingenuamente e nostalgicamente si crede ma perché in quel Liceo hanno ricevuto ottimi insegnamenti, hanno forti motivazioni socioeconomiche a studiare e per lo più vivono in modo culturalmente agiato (corsi di lingua, viaggi, libri, giornali, cinema, concerti, teatro, tecnologia della comunicazione evoluta e quant’altro…).
Questo, in estrema sintesi, il mio pensiero. Che non è ostile al Liceo Classico, ma all’idea distorta che esso formi teste ben fatte perché lì vi si apprende il Latino e il Greco. Tale idea ha origini che andrebbero conosciute e basterebbe rovistare un po’ tra i documenti della politica scolastica di fine Ottocento inizio Novecento per rendersi conto delle radici culturali di un certo modo di vedere la questione. La cosa curiosa è che c’è un luogo comune, in giro, per il quale quest’impostazione croci-gentiliana avrebbe avuto l’opposizione della sinistra. Essere orientati a sinistra, infatti, sembrerebbe voler dire prendere le distanze dal gentilianesimo fascistizzante, dalle ideologie pedagogiche elitarie e dalla concezione dei classici e della classicità come strumento di selezione sociale. Qualcuno ultimamente si è preso il disturbo di ricostruire qualche fatterello storico che smentisce questo luogo comune. Consiglio la lettura davvero molto istruttiva (l’autore è autorevole…scusando il gioco di parole) di un intervento in due puntate:
La sfida educativa
Sabato 11 e domenica 12 gennaio a S.Giovanni La Punta (CT) si è svolto il Convegno Regionale Agesci cui ho avuto il piacere di essere invitato insieme al costituzionalista Luigi D’Andrea e al teologo Nello Dell’Agli per delineare alcuni scenari introduttivi in ordine ai temi della politica, della fede e dell’educazione. Evento denso di emozioni e di entusiasmo, ma anche di contenuti. Qui il mio intervento, come pubblicato dal sito diocesano della Pastorale della cultura.
Grazie ai docenti o…..nonostante i docenti?
Si ha l’impressione che la scuola torni se non al centro almeno all’interno del dibattito pubblico. Ne è spia anche l’attenzione dei media. L’ultimo numero del 2013 de “L’Espresso” dedica la sua copertina agli insegnanti italiani che avrebbero il merito della risalita dei liceali (sic! ma gli studenti delle superiori sono solo liceali?) nelle graduatorie mondiali dell’istruzione (OCSE). Che il merito venga attribuito dall’inchiesta agli insegnanti fa molto piacere. Fa riflettere però che la stessa inchiesta evidenzi (fonte FLC CGIL) la caduta in picchiata dei fondi nazionali per la formazione docenti dal 2002 (42 milioni di euro) al 2013 (2,7 milioni di euro). I casi sono due: o la formazione in servizio è inessenziale (ma non sembra che l’inchiesta sostenga questo) oppure la crescita dei nostri “liceali” deve avere origini misteriose….
Interessante da leggere comunque. A chi l’avesse perso lo propongo qui.




