Il rebus del bonus

RepubblicaLa Repubblica ed. Palermo

22 giugno 2016

Maurizio Muraglia

L’inchiesta di Repubblica tra alcune scuole palermitane sulla questione del bonus di merito ai docenti richiede un approfondimento. Quando una legge è avversata dalla quasi totalità dei suoi destinatari, qualcosa non quadra. E non regge il luogo comune dell’idiosincrasia dei docenti verso qualsiasi forma di valutazione per il semplice fatto che non è vera. Questo dispositivo di legge con la valutazione, intesa seriamente, ha scarsi nessi. Una valutazione seria, a mio modo di vedere, sa distinguere tra merito ed eccellenza e, soprattutto, non confonde merito con normale deontologia. Quest’ultimo è il punto-chiave. Gli insegnanti dal punto di vista economico se la passano male. E il legislatore lo sa bene. Non solo, ma sa anche che la scarsa retribuzione dei docenti è determinata dall’egualitarismo che fa convivere raffinatissimi intellettuali e gente che dovrebbe essere messa alla porta domattina. Inutile aggiungere che la presenza di questi estremi è ben nota all’interno delle comunità professionali che vanno alla ricerca dei dati “obiettivi”.

I Dirigenti si stanno scervellando per trovare dei criteri. Ho letto recentemente molti criteri. Alcuni individuano l’eccellenza, altri spacciano per “merito” quel che se non fosse fatto sarebbe causa di licenziamento. Ci si chiede, in quest’ultimo caso, cosa stiano a fare in una scuola quelli che restano esclusi da questo premio. I Dirigenti sanno bene che la fatica dei comitati di valutazione è necessaria perché è loro compito osservare la legge, ma sanno anche che si tratta di una fatica del tutto vana se non controproducente perché produrrà inutili divisioni all’interno delle comunità dei docenti.

Peraltro, il proliferare dei criteri si attorciglia intorno alle idee di docente più disparate, senza una cornice di riferimento unitaria che individui i caratteri del docente eccellente, posto che per sedere su una cattedra tutti i docenti devono essere meritevoli e che degli eventuali demeritevoli bisogna ragionare attentamente: in cosa consiste il loro demerito? Cosa manca ad un docente per essere “meritevole”? Spiega in modo incomprensibile? valuta in modo incomprensibile? maltratta gli alunni? Ma un docente del genere può legittimamente restare a scuola?

Ancora. Non c’è chi non condivida, tra i docenti, che la bravura si vede in classe. Si vede. Ma chi la vede? Gli studenti la vedono a modo loro, ed il loro parere va ascoltato ma giustamente filtrato. Le famiglie la vedono col filtro degli studenti, i colleghi altresì col filtro degli studenti, il Dirigente col filtro di tutti. Chi è in classe quando l’insegnante opera? E se anche fosse in classe e avesse competenze e titolo per poter pronunciare un giudizio, su quali indicatori dovrebbe muoversi? L’attenzione? La disciplina? La didattica attiva? La comunicazione? La capacità di valutare?

L’errore sta nell’avere sostituito il concetto di “sviluppo professionale” con quello di “premialità”.  La professione docente necessita di dispositivi e meccanismi di sviluppo, che hanno a che fare con la formazione, la ricerca e la sperimentazione. La stessa legge le rende obbligatorie e fa cosa buona, ma chi si occupa di queste cose e qui scrive sa bene che tra le platee di docenti precettati in questa “formazione” c’è chi studia, chi ricerca, chi sperimenta e chi bivacca perché cerca l’attestato. Occorrerebbe monitorare questi processi, e legarli quanto più possibile alle pratiche didattiche del mattino. E dotarsi di dispositivi per monitorare le stesse pratiche didattiche. Per consentire a tutti di crescere professionalmente. Senza premi. Tutto questo denaro può utilmente finanziare percorsi di formazione e ricerca dentro le scuole. E i sindacati potrebbero cominciare, piuttosto che difendere gli indifendibili o perorare cause perse, a puntare i piedi affinché il contratto preveda più formazione e aggiornamento per ciascuno (attualmente i risibili cinque giorni annui), che devono obbligatoriamente essere fruiti ed i cui frutti essere obbligatoriamente condivisi con gli altri colleghi. Possibile che per la categoria degli insegnanti non si debba pensare che studio, ricerca e formazione siano necessarie almeno quanto lo sono per i medici?

Tre-quattro eccellenze in una scuola non servono. Dieci-venti demeritevoli una scuola la distruggono. Occorrono insegnanti normali, aggiornati, motivati. Va bene anche il bonus individuale, se serve a consentire a tutti di partecipare ad eventi formativi o a dotarsi della giusta bibliografia. Questa è la base. E su questa base, in cui tutti sono meritevoli ed alcuni tra questi eccellenti, si può e si deve pensare di uscire dal patto scellerato del “ti pago poco lavori poco” per accedere ad una condizione economica all’altezza dello sviluppo professionale realizzato. Il vero premio è uno stipendio all’altezza del merito ordinario di tutti.

 

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Informazioni su Muraglia

Insegnante, blogger di servizio

Pubblicato il giugno 23, 2016, in Educazione e scuola con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 3 commenti.

  1. Pienamente in sintonia…resta però a mio avviso il fatto che il nuovo sempre vecchio concetto di meritocrazia ha scosso molte coscienze sopite di insegnanti automa involuti e pigri!!

  2. pienamente d’accordo. Ho scritto in un commento al post precedente di Muraglia una proposta-capovolgimento per migliorare la professionalità di pari passo con il lavoro in classe quotidiano. Personalmente è anche ciò che già faccio, pubblicando ciò che sperimento in classe, ma senza trovare alcun riferimento e supporto in Italia.
    Qui basta pensare ancor più da vicino all’analogia del mestiere di medico accennata da Muraglia. Tutti hanno i loro filtri: i pazienti, i parenti dei pazienti, i dirigenti e funzionari delle ASUR, i ministri, i portantini, portinai e i cuochi… ma chi ha la professionalità e il potere decisionale su ciascun singolo caso? Facile rispondere: il medico o sempre più spesso il piccolo team di medici, spesso connessi telematicamente anche a migliaia di chilometri di distanza e oltreoceano. Tutti i grandi medici sono anche ricercatori 24/7. Altrettanto noto è che l’insegnante sta diventando sempre più l’ultima ruota del carro nel processo decisionale. Sempre più simile all’allenatore di una squadra giovanile di calcio dove non solo i genitori e gli atleti pretendono di fare tutti gli allenatori, ma l’ottengono. Ed è così che la sua professionalità se ne va, schiacciata da vari ordini burocratici sopra di lui e orde di incompetenti intorno a lui, tanto da inficiare anche quel minimo di asimmetria di ruoli nella relazione educativa con il discente che oggi si chiama “utente”, ossia un’altra parte sociale che dice all’insegnante come deve insegnare.

  3. Pienamente d’accordo con quanto scritto. Posso solo riportare la mia esperienza. Nel liceo in cui insegno è stato deciso di “premiare” i docenti in base alle attività aggiuntive (coordinamento progetti, docenza corsi recupero, partecipazione a commissioni varie…) che ciascuno svolge – se le svolge – ma che comunque rientrano nel Fis quindi sono già retribuite, anche se poco. La decisione è stata spiegata così: siccome c’è poco tempo per poter valutare davvero – sempre che si trovino i criteri adeguati – il merito dei docenti nello svolgimento del loro lavoro ordinario, si premierà chi si dà tanto da fare per il bene della scuola, nell’ambito del lavoro straordinario. Ma siccome il MIUR ha raccomandato i dirigenti di non distribuire a pioggia questi soldi, allora saranno premiati solo quelli che otterranno un punteggio – i punti per ogni attività sono stati decisi dal comitato di valutazione – notevolmente alto. In pratica, tutti coloro che fanno tantissimi extra e che, con buona probabilità, trascurano la didattica “normale”. E poi lo chiamano merito…

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