L’alunno immaginario dell’Invalsi

InvalsiA rischio di farsi tacciare di ideologici, bisogna dirlo sui tetti. Qualcuno ha dato un’occhiata alla prova Invalsi di Italiano somministrata agli Esami di Stato del primo ciclo?

Qualcuno ha visto cosa deve riuscire a fare un quattordicenne italiano in 75 minuti dopo averne trascorsi altri 75 a decifrare il test di Matematica?

Se qualcuno lo ha fatto desidero confrontarmi con lui o lei che sia. Voglio chiedergli o chiederle: a chi giova tutto questo? Che conclusioni saranno tratte dai risultati? E poi voglio fare una proposta: proviamo a somministrare la stessa prova a studenti del biennio delle superiori, che ormai peraltro la disertano regolarmente? O ancora: proviamo a somministrarla ad un gruppo di docenti di Italiano del primo ciclo e vediamo cosa combinano in 75 minuti?

C’è qualcosa di disumano sotto il cielo della nostra scuola. C’è qualcosa che prima o poi qualcuno dovrà rivisitare. Si chiama delirio misurativo. Si chiama religione del risultato. Si chiama culto del punteggio e del numero. Desidero incontrare una di queste formatrici e formatori Invalsi, radunare dieci docenti di Italiano del primo ciclo e quindici studenti “bravi”. Metterci tutti attorno a un tavolo con quella roba somministrata il 16. E discutere. Discutere, approfondire, tornare forse con i piedi per terra. Togliamo questa assurdità dagli Esami del primo ciclo. Le menti più intelligenti e preparate si uniscano per ottenere questo. I sindacati. Le associazioni, dei docenti e dei dirigenti. Perché questo, o meglio la sua retroazione, e la sua presenza nei RAV, nei PDM, nei PTOF e soprattutto nell’immaginario collettivo delle scuole e delle famiglie, sta avvelenando tutti i curricoli, gli ambienti di apprendimento ed i percorsi della formazione in servizio. Qualcuno fermi il treno in corsa ed i suoi macchinisti impazziti che distaccati qua e là nelle stanze dell’apparato hanno dimenticato (o non hanno mai saputo) cos’è un quattordicenne nel terzo millennio.

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Informazioni su Muraglia

Insegnante, blogger di servizio

Pubblicato il giugno 20, 2016, in Educazione e scuola con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 34 commenti.

  1. Concordo perfettamente su quanto scritto, ritengo inutile la somministrazione di tale prova che nulla aggiunge alla valutazione che i docenti fanno degli alunni nel corso del triennio, anzi spesso toglie. Questi quattordicenni non hanno mai avuto un’esperienza di esami e sappiamo che la vivono con grande apprensione e ansia. Il tempo, 75 minuti per prova con un solo intervallo di 15 minuti, li sottopone a uno stress non indifferente che inficia la prestazione anche degli alunni più promettenti….

  2. Eliminiamo i parassiti dell’invalsi. Punto e basta.

  3. Gentile Muraglia,
    Credo che la sua sia una domanda pleonastica. Non giova assolutamente a nessuno se non a chi è membro di questi carrozzoni la cui unica funzione è di creare posti di lavoro surrettizi. Ovviamente ogni tanto viene la tentazione di smantellarli, ma poi non si fa.
    Che l’ossessione docimologica sia un vezzo di questi ultimi anni è ben noto a chiunque svolga la professione di docente e si trova, almeno leggendo le carte ministeriali, ingabbiato in schemi e paradigmi che non possono essere verosimilmente validi per tutti.
    A volte leggendo le istanze della moderna pedagogia, mi sono chiesto di tutto quanto viene scritto, quanto è effettivamente applicabile in tutte le discipline. Non è verosimile credere che un piano didattico che vada bene per una materia letteraria possa essere applicato, che so, ad una materia tecnica (per esempio, l’elettronica insegnata in un istituto tecnico industriale). Eppure la moderna pedagogia sembra crederci. Poi ovviamente arriva li momento della valutazione effettuata in termini meramente quantitativi con la pretesa di essere oggettiva. Devo ammettere che io stesso ho delle difficoltà, a volte, con i testi delle prove invalsi i cui quesiti hanno più l’aria di essere dei puri trabocchetti concepiti con l’intento chiaro di indurre in errore, che non altro. Non ho mai creduto, né mai crederò, a questo punto, sebbene me lo abbiano spiegato molte volte durante il mio percorso di abilitazione, che una prova strutturata di tal fatta possa avere pretesa di oggettività valutativa. L’oggettività valutativa non può esistere, nemmeno se programmata. Definire dei criteri di valutazione è necessariamente un atto limitativo per il solo fatto che mettendo dentro “qualcosa”, inevitabilmente, si lascia fuori qualcos’altro.
    Mi chiedo se tutto questo non nasca da un profondo atto di sfiducia nell’esperienza dei docenti.
    Aggiungerei a tal proposito che l’ossessione formativa della classe docente sta complicando a dismisura il loro processo di professionalizzazione facendo in modo che essi debbano ripetere molte volte quanto hanno già faticosamente imparato, ma questa è anche un’altra storia.
    Si ha come l’impressione che si parta dall’assunto che i docenti ancorché chiamati a stimolare le giovani menti, non siano poi in grado di valutare i risultati ottenuti. Oltre tutto, questa divisione così netta tra risultati attesi e competenze da certificare, interventi correttivi ecc. fa più pensare ad un processo aziendalistico che non ad un serio percorso di apprendimento.
    Certo, è chiaro che occorre sottrarre l’insegnamento alle pratiche improvvisative, ma che si deve fare se qualcosa nel processo va storto e si sono esaurite le opzioni del “manuale”? Occorre comunque improvvisare ed essere creativi. Va da sé che anche nelle valutazioni questo fuori programma si fa inevitabilmente sentire.
    Purtroppo, sia pure con le debite differenze, anche l’università è caduta in questa trappola, fatto salvo che in quel caso ad essere valutato sarebbe il lavoro di ricerca dei docenti e dei ricercatori, ma i criteri bibliometrici introdotti non pare che abbiano dato esiti veritieri per ragioni che sarebbe troppo complesso e lungo elencare qui.
    Come docente di scuola media mi rendo ogni giorno conto di quanti miraggi siano stati introdotti nel linguaggio della pedagogia e della didattica.
    Lei teme di essere tacciato per “ideologico” nel suo intervento, ma io potrei dire che è molta più ideologica la pedagogia e la didattica moderna che non una voce fuori dal coro che cerca con delle motivazioni di affermare che “il re è nudo”.
    La moderna pedagogia è ideologica nel senso che non ammette il fallimento. Essa parte dall’assunto di negare quanto è quotidianamente sotto gli occhi di tutti, ossia, che per molte buone ragioni il processo educativo, sia pure messo in atto con le migliori buone intenzioni, potrebbe essere destinato a fallimento. Molti ottimi docenti dovrebbero ammettere che nella loro lunga carriera quale alunno lo avranno pur perso. Chi afferma il contrario non ha forse una lunga carriera alle spalle oppure mente per il solo fatto di salvare sé stesso dal giudizio altrui sulla propria professionalità. La moderna pedagogia non ammette il fallimento. Essa fornisce delle ricette che applicate in modo sequenziale dovrebbero garantire il successo scolastico. Essa non si pone come guida e per di più usa un linguaggio prescrittivo ed impositivo che è tipico della manualistica. A volte usa il linguaggio delle emozioni, il che mi porta a dire che il linguaggio della pedagogia è talora più ideologico di quello della stessa politica. Introducendo qualche termine difficile mutuato dalla filosofia cerca di darsi dignità di scienza, ma che scienza è quella che esorta ad agire sulla base di dettami preconfezionati senza mai interrogarsi nel merito delle questioni?
    All’inizio del ventesimo secolo persino la matematica, che notoriamente è la più rigorosa delle scienze (e l’unica degna di classificarsi come esatta), si interrogò cartesianamente su sé stessa, arrivando a conclusioni del tutto inattese. Con esse non si è persa la dignità di scienza, anzi, essa ne ha grandemente guadagnato in termini di visione e di prospettiva.
    Già il fatto che la docimologia sia stata scorporata come scienza “a parte” la dice lunga. Non ci sarebbe alcuna perdita di dignità ad ammettere di non essere scienza, ma pratica empirica basata su presupposti scientifici, come al stessa medicina ammette di essere. Ciò pare non sia gradito.
    Per quanto mi riguarda cerco sempre di trasmettere ai miei allievi, l’amore per ciò che imparano che è esso stesso amore per il mondo, perché siamo tutti abitanti di questa terra dalle molteplici manifestazioni e rappresentazioni. Amare la cultura è amare il mondo e cercare di abbracciarlo in un tutt’uno. Utopia? Forse, o forse no se si accetta di andare avanti a piccoli passi, con fatica e di accettare persino l’idea che qualche volta il risultato non si consegue. A parte questo mi sforzo di far capire ai miei allievi che mai e poi mai devono affrontare le cose in modo procedurale, perché devono capire che la vita stessa, in sé, non è procedurale e che anzi richiede discernimento ed una buona dose di improvvisazione.
    Le procedure non fanno mai amare quello che si va e soprattutto ti rendono fruitore passivo di una esperienza preconfezionata. Non penso sia questo lo scopo che l’educazione si prefigge. Persino in un istituto tecnico industriale la prima cosa che si dice ai giovani tecnici in formazione è “Voi dovete capire! Mettevi in testa che non siete qui per diventare dei semplici cacciavitari”. Penso che da questi pochi assunti occorra procedere senza essere dogmatici, restituendo ai docenti la facoltà di valutare, abbandonando la pretesa di una obiettività utopistica, accollandosi il rischio della parzialità e tenendo conto del fatto che quando ciascuno di noi valuta una persona che ha davanti, cerca di ripercorrerne tutta la storia e non si basa solo sull’ultima affermazione che ha fatto.

  4. Antonella Ardito

    Mi fa piacere che vi state cominciando a svegliare.
    Per anni, dall’inizio, ho sempre lottato per la libertà di valutazione
    informando alunne e alunni, incontrando opposizione dei colleghi
    (che inneggiavano alle prove invalsi o le accettavano perché obbligatorie)
    e richiami scritti dai dirigenti.

  5. Lancio una provocazione: è se spendessimo tutti i soldi destinati all’ INVLSI per comprare arredi nuovi nelle nostre scuole?

  6. Sono d’accordo nel riconoscere del cinismo e dell’insensatezza nella somministrazione di prove così strutturate, lontane di molto al tipo di approccio più umanistico e meno incasellato, tipico dell’istruzione italiana piuttosto che di quella americana a cui si ispirano. Ma di cosa ci meravigliamo? Forse non sono gli stessi che hanno partorito le assurde ed insulse domande somministrate a noi docenti di seconda fascia alla prima prova del concorso scuola? Gente che non ha la minima idea di come sia realmente la realtà scolastica.
    Detto ciò, confermo l’opinione condivisa che INVALSI debba essere abolita, ma mi permetto di dissentire da una delle affermazioni espresse in questa lettera accorata. Ho letto le prove di italiano e le ho svolte anche io in mente: ritengo che non fossero facili per dei tredicenni, ma da qui a dire che fossero da somministrare a dei docenti di Italiano per vedere “l’effetto che fa” (con sotto intesa fra le righe un’ accezione negativa, o quantomeno di sfida) mi sembra troppo pretenzioso. Anche se non sono una docente di italiano, ho una istruzione classica approfondita e quelle prove per me sono state abbordabili, figuriamoci per un docente serio di italiano. Le avrebbe fatte anche bendato e a testa in giù. Quindi, non esageriamo: per dei preadolescenti presi dall’ansia, concordo che siano delle prove assurde e insensatamente difficoltose, ma gli adulti lasciamoli fuori.

  7. Claudia forcellini

    Sinceramente non ho trovato le prove invalsi così difficile come avete detto voi

  8. Un commento: nella mia classe (21 alunni/e) 4 hanno avuto valutazione 10 e 6 valutazione 9; 1 valutazione 8 e solo uno valutazione 5. Smettetela di nascondervi dietro un dito o magari 11 dita! Vi assicuro che per onestà professionale e soprattutto per la medesima onestà dovuta ai miei alunni, nessuno ha copiato, nessun Commissario li ha aiutati, tutto si è svolto nella più completa regolarità.

  9. Che cosa intende dicendo di smetterla di nascondersi dietro ad un dito? Da dove le deriva tutta questa sicumera? se lei è il docente di lettere non può aver assistito alla somministrazione delle prove e quindi non può avere tutte quelle certezze. Anche io le offro un commento di riflessione: in una mia classe dell’anno scorso ha ricevuto un punteggio più alto un alunno straniero con livello di conoscenza dell’italiano A2 (per chi conosce il quadro di riferimento, significa che possedeva una conoscenza della lingua elementare, giusto il lessico della sopravvivenza) più che miei alunni italiani. Tutti mi hanno assicurato che nessuno aveva suggerito e che aveva fatto da solo (del resto c’era una commissaria esterna molto scrupolosa che passava in continuazione nelle classi). Dunque?? La conseguenza che se ne trae è che il mio alunno “ha tentato” e gli è andata bene, aveva il 25 per cento delle possibilità di azzeccare le risposte giuste e ne ha azzeccate un buon numero, senza aver capito assolutamente nulla di quei testi articolati, dal lessico ricercato e desueto, pieni di figure retoriche, di linguaggio figurato, di concetti astratti e descrittivi di azioni, realtà, situazioni lontanissime dalla quotidianità vissuta dall’alunno. E dovremmo attenerci ad una simile prova per valutare i nostri alunni???

  10. Da docente di lettere che da quasi 10 anni si trova alle prese con questi test da somministrare all’esame finale del primo ciclo d’istruzione, devo condividere pienamente la preoccupazione descritta dall’autore. Inizialmente li ho guardati senza alcun pregiudizio, anzi, ne ho apprezzata l’intenzione e li ho considerati uno strumento che poteva orientarmi a capire che tipo di preparazione dovessero avere i miei alunni al termine della scuola media. Ma ora il divario tra ciò che questi test “valutano” e ciò che la didattica sempre più richiede e cioè personalizzazione e attenzione ai bisogni educativi speciali è così abissale da creare solo spaesamento, disorientamento, incomprensione e quindi disamore, disimpegno, rabbia e frustrazione. Senza contare che il linguaggio dei manuali va sempre più semplificandosi e facilitandosi per andare incontro alle capacità di comprensione dei ragazzi, mentre nella prova invalsi viene loro sottoposto un testo letterario che richiede una padronanza lessicale molto elevata, ed ha ragione l’autore a dire che potrebbe mettere in difficoltà alunni bravi del biennio e in taluni casi i docenti stessi! E poi è preoccupante che tutti i manuali si uniformino nel proporre esercizi “stile invalsi”, con questa assurda vocazione all’uniformità di pensiero e di strumenti metodologici che fa diventare ridicolo e pappagallesco il nostro lavoro e patetica la scuola tutta.
    Ha ragione, da vendere, bisogna fermarsi.

  11. Io vengo dalla generazione appena precedente a queste prove. Ora ne ho letta una. Non la trovo per nulla fuori portata e anzi la trovo molto interessante. La proporrei anche a certi universitari ignoranti che avrebbero avuto bisogno, nella loro passata carriera scolastica, di prove come queste.

  12. Ho visto le prove INVALSI e sono perfettamente d’accordo accordo : è un’ assurdità somministrare test di quel tipo ed è ancor più assurdo che i risultati di quei test debbano essere valutati per fare media con il resto dell’ anno scolastico. Ritengo che coloro che preparano tali prove in realtà non abbiano neppure provato( scusate il gioco di parole) a svolgerle. inoltre in un momento in cui la scuola, intesa come didattica e formazione dei ragazzi, fa veramente schifo!
    Mi auguro che qualcuno abbia il coraggio di revisionare certe scelte e se è possibile di cambiare direzione

  13. La prova Invalsi potrebbe essere un buon metodo per capire meglio i limiti e dove migliorare sia per l’alunno che per i suoi insegnanti. Solo che dovrebbero essere somministrate a metà anno così da lasciarci il tempo di risolvere le lacune a scuola

  14. La violenza subita dai bambini a scuola è inaudita. Li fanno studiare come matti già in tenera età, dovessero diventare tutti geni… e poi magari te li trovi tra 15-20 anni in un call center ed essere mandati a stendere. E’ una vergogna! non capisco. Mesi a studiare le cose piu’ assurde già da piccoli solo per addomesticarli a dovere per il resto della vita. Questa non è educazione…questa è violenza minorile. Eppure va bene così, d’altronde c’è di peggio pensa a tutti i bambini morti naufragati ecc ecc. Ma che razza di ragionamenti sono!!! vorrei per i nostri figli soprattutto una giovinezza serena in cui la scuola non è tutto ma una parte ed il resto è fatta di cortile, di pallone, di ciliege rubate, di pietre tirate ai vetri, di guardie e ladri nelle cantine e così via. Forse sarebbero un po’ meno civili ( come li vorrebbero), ma un giorno sarebbero sicuramente piu’ cittadini, con un loro credo con una loro personalità e con delle idee da realizzare. Questi metodi spezzano , coercizzano e tolgono l’iniziativa fondamentale per il resto della vita.

  15. Insegno nella scuola superiore, e sinceramente non ho mai insegnato nel primo ciclo, ma c’è una cosa che accomuna tutta la scuola italiana: la trasformazione del paradigma della didattica, che sta andando verso il paradigma (estero) dello “study for test”, dello studiare e preparare solo in funzione dei test nazionali e della valutazione. A scapito della cultura, della competenza, dell’acquisizione di abilità, e in fin dei conti della stessa didattica. Personalmente, ho scelto di andare “contro corrente” come centinaia di colleghi, privilegiando ancora gli aspetti culturali, e valutando ancora alla vecchia maniera, non con i test, però abbiamo la fortuna che al termine del biennio della scuola secondaria di secondo grado i test INVALSI non sono valutativi, non fanno certo parte di una prova d’esame. Tuttavia, il treno è impazzito anche nel secondo ciclo.

  16. Io ho creduto nell’ Invalsi. Quest’anno mi ritrovo a dover riflettere. In primo luogo se mi si dà la possibilità di dare lettura con MP3, si fanno anche leggere le domande e le risposte in formato audio poiché un alunno BES non lo è solo nel brano. E questo è un problema non indifferente. Il brano della Morante non era facile, perché lontano dai nostri ragazzi, perché il linguaggio non era facile. Allora torniamo a dare classici da leggere. Pur tuttavia se noi facciamo una piccola ricerca vediamo che per appassionarli alla lettura diamo altri libri, più recenti. E allora può essere una prova di competenza un brano estrapolato da un autore sconosciuto, per nulla adeguato alla loro fascia d’età?
    E poi il solito problema: libro di antologia o alcuni libri? Annosa questione

  17. Ho molto apprezzato il lungo intervento di Fabio Genduso, e sto per farne uno ugualmente lungo, che conduce però a qualche diversa conclusione. Dopo aver letto bene la parte A dell’esame per farmi un’idea e rapidamente le altre parti, conoscendo i quattordicenni che ricevo in primo della secondaria dove insegno chimica, oltre a trovarmi d’accordo con la descrizione dei testi data da Luisa, devo dire che queste prove non rispecchiano affatto la conoscenza psicologica sui preadolescenti, ma piuttosto un “pedagogichese” addomesticato alla concorsologia e alle logiche dell’INVALSI ben descritte da Muraglia. Sto studiando per il C1 di inglese dopo aver superato le tappe precedenti e riconosco in quei test di comprensione l’equivalente di un B2 nella seconda lingua. Molte parole che da adulti consideriamo normali non fanno in realtà parte del registro dei ragazzi di quell’età, i quali dovranno perciò trarre molte inferenze da un testo “obliterato”, come quando noi leggiamo una lingua che possediamo al livello A1 o A2. Ma anche per “intuire” occorre una certa maturazione ed esperienza di lettura inferenziale e distaccata. Esperienza che mi pare stia sempre più degradando nonostante gli “stimoli” dell’invalsi, per una serie di concause e derive sociali e culturali. Ma ciò che trovo meno “probabile” di quel testo è il fatto che esso sia ovviamente scritto in un registro “adulto” così come i quesiti sul significato richiedono per lo più di distillare e filtrare quella che è un’interpretazione adulta di esso, mentre nel caso migliore di chi riesca a darsi una comprensione emotiva complessiva del brano, i ragazzini ricaverebbero una visione e un senso complessivo rapportati alla loro età, molto concreti e poco figurati. Molto propensi a voli di fantasia e conclusioni arbitrarie o esagerate, di grande “creatività” che però non potrebbero emergerere nelle risposte errate che si presumono oggettive. Dove noi abbiamo concetti essi avrebbero pseudoconcetti. In definitiva la prova è capace solo di valutare quanto il preadolescente somiglia all’adulto. Va considerato anche che, a questo fine, una sola di quelle tre parti sarebbe più che sufficiente a stimare il livello di maturazione linguistica, e lo farebbe lasciando il tempo necessario alla riflessione.
    E qui viene la mia personale opinione.
    Non è dell’INVALSI che vorrei fare a meno, ma proprio della mania della misurazione e dello standard, antipedagogici. Questi test dovrebbero continuare ad essere prodotti e dati ai docenti delle scuole, ma con tutt’altra prospettiva. Quella “orientativa” di prove o strumenti ‘formativi’ su cui poter lavorare nella zona di sviluppo prossimale. Servirebbero dunque a svolgere meglio il compito della scuola: quello di sviluppare il potenziale di apprendimento di tutti e non quello di misurare la differenza di tutti rispetto ad uno standard astratto. Pensate a quante belle lezioni interattive e anche collaborative potrebbero essere costruite discutendo in ambienti mediatici regolati dal docente in classe e anche col coinvolgimento di altri adulti come i familiari. Da questo punto di vista non mi sentirei di dire che i test INVALSI “sono una schifezza” tout court.Vi riconosco una certa professionalità (al netto dell’eccesso di infarcimento e mescolamento di competenze, dovuti proprio all’intento di “misurare”, assegnare punteggi e selezionare, come un esame Cambridge). Sinceramente non credo sia così semplice per gli stessi docenti costruirsi simili prove o materiali di lavoro, più a causa dei tempi necessari che non della mancanza di professionalità. Ma ritengo che anche questa possa essere migliorata se l’invalsi inviasse i suoi materiali guida strutturatie completi delle motivazioni pedagogiche e se, tramite i suoi esperti, si mostrasse interessato ai feedback diretti con gli insegnanti applicatori. Questa impostazione sarebbe migliore anche di quella della presunzione che ogni insegnante si creasse da solo tutti i propri strumenti ‘formativi’, perché ci sarebbe ampio spazio alla condivisione e discussione critica tra colleghi vicini e lontani, e questo sarebbe certamente un fattore di crescita, non una limitazione della libertà di insegnamento che sarebbe comunque esercitata creativamente nell’impiegare i materiali propedeutici in una personale strutturazione delle unità, presumibilmente in modo adattato alla classe e ai bisogni di ogni alunno. L’interazione costruttiva con l’INVALSI permetterebbe un’espansione della libertà di insegnamento, un’azione di mediazione più completa, riconosciuta e riconoscibile anche dai non esperti rispetto all’attuale. Farebbe sì che la pedagogia entrasse in modo utile nella scuola, e non a far danno.

    Alfredo Tifi

  18. Ho molto apprezzato il lungo intervento di Fabio Genduso, e sto per farne uno ugualmente lungo, che conduce però a qualche diversa conclusione. Dopo aver letto bene la parte A dell’esame per farmi un’idea e rapidamente le altre parti, conoscendo i quattordicenni che ricevo in primo della secondaria dove insegno chimica, oltre a trovarmi d’accordo con la descrizione dei testi data da Luisa, devo dire che queste prove non rispecchiano affatto la conoscenza psicologica sui preadolescenti, ma piuttosto un “pedagogichese” addomesticato alla concorsologia e alle logiche dell’INVALSI ben descritte da Muraglia. Sto studiando per il C1 di inglese dopo aver superato le tappe precedenti e riconosco in quei test di comprensione l’equivalente di un B2 nella seconda lingua. Molte parole che da adulti consideriamo normali non fanno in realtà parte del registro dei ragazzi di quell’età, i quali dovranno perciò trarre molte inferenze da un testo “obliterato”, come quando noi leggiamo una lingua che possediamo al livello A1 o A2. Ma anche per “intuire” occorre una certa maturazione ed esperienza di lettura inferenziale e distaccata. Esperienza che mi pare stia sempre più degradando nonostante gli “stimoli” dell’invalsi, per una serie di concause e derive sociali e culturali. Ma ciò che trovo meno “probabile” di quel testo è il fatto che esso sia ovviamente scritto in un registro “adulto” così come i quesiti sul significato richiedono per lo più di distillare e filtrare quella che è un’interpretazione adulta di esso, mentre nel caso migliore di chi riesca a darsi una comprensione emotiva complessiva del brano, i ragazzini ricaverebbero una visione e un senso complessivo rapportati alla loro età, molto concreti e poco figurati. Molto propensi a voli di fantasia e conclusioni arbitrarie o esagerate, di grande “creatività” che però non potrebbero emergerere nelle risposte errate che si presumono oggettive. Dove noi abbiamo concetti essi avrebbero pseudoconcetti. In definitiva la prova è capace solo di valutare quanto il preadolescente somiglia all’adulto. Va considerato anche che, a questo fine, una sola di quelle tre parti sarebbe più che sufficiente a stimare il livello di maturazione linguistica, e lo farebbe lasciando il tempo necessario alla riflessione.
    E qui viene la mia personale opinione.
    Non è dell’INVALSI che vorrei fare a meno, ma proprio della mania della misurazione e dello standard, antipedagogici. Questi test dovrebbero continuare ad essere prodotti e dati ai docenti delle scuole, ma con tutt’altra prospettiva. Quella “orientativa” di prove o strumenti ‘formativi’ su cui poter lavorare nella zona di sviluppo prossimale. Servirebbero dunque a svolgere meglio il compito della scuola: quello di sviluppare il potenziale di apprendimento di tutti e non quello di misurare la differenza di tutti rispetto ad uno standard astratto. Pensate a quante belle lezioni interattive e anche collaborative potrebbero essere costruite discutendo in ambienti mediatici regolati dal docente in classe e anche col coinvolgimento di altri adulti come i familiari. Da questo punto di vista non mi sentirei di dire che i test INVALSI “sono una schifezza” tout court.Vi riconosco una certa professionalità (al netto dell’eccesso di infarcimento e mescolamento di competenze, dovuti proprio all’intento di “misurare”, assegnare punteggi e selezionare, come un esame Cambridge). Sinceramente non credo sia così semplice per gli stessi docenti costruirsi simili prove o materiali di lavoro, più a causa dei tempi necessari che non della mancanza di professionalità. Ma ritengo che anche questa possa essere migliorata se l’invalsi inviasse i suoi materiali guida strutturatie completi delle motivazioni pedagogiche e se, tramite i suoi esperti, si mostrasse interessato ai feedback diretti con gli insegnanti applicatori. Questa impostazione sarebbe migliore anche di quella della presunzione che ogni insegnante si creasse da solo tutti i propri strumenti ‘formativi’, perché ci sarebbe ampio spazio alla condivisione e discussione critica tra colleghi vicini e lontani, e questo sarebbe certamente un fattore di crescita, non una limitazione della libertà di insegnamento che sarebbe comunque esercitata creativamente nell’impiegare i materiali propedeutici in una personale strutturazione delle unità, presumibilmente in modo adattato alla classe e ai bisogni di ogni alunno. L’interazione costruttiva con l’INVALSI permetterebbe un’espansione della libertà di insegnamento, un’azione di mediazione più completa, riconosciuta e riconoscibile anche dai non esperti rispetto all’attuale. Farebbe sì che la pedagogia entrasse in modo utile nella scuola, e non a far danno.

  19. io c’ero alla prova invalsi di Italiano, gli item non erano difficili, a parer mio, il primo brano era facile, il secondo necessitava di una riflessione maggiore ma i ragazzi più preparati sono riusciti a fare decentemente. Non ero presente alla prova di Matematica, ma quando ho corretto mi sono resa conto che era facile e si poteva fare bene senza problemi. Le cose che contesto sono
    il tempo a disposizione e il fatto che il risultato faccia media con i voti dei compiti degli esami. Comunque mi sembra giusto che in tutto il territorio nazionale ci sia una prova comune. I compiti sono scelti dai docenti e cambiano da scuola a scuola, quindi ……..va bene INVALSI ma facciamo le prove prima degli esami

  20. Ricordate la quaestio che il pensiero unico attuale ha passato in giudicato: gli apparati ideologici? Nel tempo della concezione individualistica, nulla “funziona meglio” delle uniformi, anche pedagogiche, asservite o variamente coartate verso l’idea che “nel migliore dei mondi possibile” tutto possa essere quantificato come il denaro..

  21. Condivido “in toto” quanto lei sostiene, senza ulteriori spiegazioni, ha tutto il mio appoggio e la mia stima per un modo così sincero e reale di capire il problema.

  22. Quante volte nella vita scriverai un tema o ti chiederanno regole della grammatica? MAI

  23. Io non sono uacita da molto dalle prove invalsi, appena 6 anni… Vi posso garantire che se il professore svolge tutto il programma stabilito, invece di perdere tempo, queste prove risulteranno una passeggiata… Il problema e che capita che alcuni professore, per fortuna non tutti, non abbiano voglia di lavorare.. E poi togliendo le prove invalsi cosa pensate di risolvere? Sono prove, specialmente quella di italiano, basete su conoscenze che tutti dovremmo avere sin dalle elementari. Ma si certo togliamo le invalsi e lanciamoli nel mondo delle superiori a cavarsela da soli.. Questa prova é nulla in confronto a quello che dovranno affrontare dopo.. Io non mi ricordo di essere uscita traumatizzata dalle prove invalsi, anzi quando mi sono state riproposte alle superiori, perché ricordiamo che sono prove che con un altro grado di difficoltà vengono somministrate anche alle elementari, ero felice di averle gia affrontate.. Quindi smettiamo di fare cosí… Senon affrontano l’esame di terza media come potranno affrontare l’esame di stato?

  24. L’intervento di Luino sta a ricordarmi la sostanziale differenza tra il compito della scuola di permettere lo sviluppo delle funzioni cognitive superiori e quello di addestrare competenze e dare informazioni. Questa discussione è divisa tra due parti contendenti: una è convinta che il modo migliore per arrivare a dare autonomia di pensiero sia attraverso la conoscenza e l’addestramento secondo programmi consolidati e misurazioni sul prodotto, considerato l’unico vero risultato atteso, l’altra ritiene invece che la didattica possa essere progettata intenzionalmente e scientificamente in funzione del risultato atteso in termini di sviluppo della persona, e che questo non possa essere “misurato” in modo sincrono, ma solo valutato in modo diacronico. I risultati sono forniti da ambedue i modelli, ma solo il primo, il più facile e per molti l’unico noto, è stato finora tentato su larga scala. Perciò non è dato di sapere se quello attuale sia il modo migliore per aiutare lo sviluppo cognitivo, affettivo della persona e il più adeguato alla società attuale.
    Nel frattempo non permetterò a nessuno di sostenere che ho “poca voglia di lavorare” perché, lavorando in modalità sperimentale, ho fatto un pezzo di programma in meno e i miei studenti potrebbero incontrare qualche difficoltà all’esame di stato.

    • Io infatti ho detto che ci sono ALCUNI docenti che non hanno voglia di lavorare, ovviamente riferendomi alla mia esperienza personale. Per fortuna i professori che credono nei loro studenti e nelle loro capacità e che preferiscono aiutarli, sacrificando una parte di programma, (magari non fondamentale) esistono ancora e dovranno esistere sempre. Quindi se la sua ultima parte del commento è riferito a ciò che ho detto, la invito a rileggerlo attentamente, visto che molte volte si pensa di avere sempre ragione e quindi non si capiscono a pieno i commenti… Comunque io sono uscita da una classe dove i professori hanno fatto non tutto il programma, soprattutto matematica, ma ne sono uscita benissimo, le prove invalsi non mi hanno mai procurato “danni” nel mio sviluppo celebrale.. E poi si le regole di grammatica sono importanti perchè sinceramente, quando sento persone, di qualsiasi età, sbagliare regole elementari di grammatica come i verbi mi da molto fastidio. A volte basta poco, come azzeccare un congiuntivo per dare una buona impressione.

  25. Dunque confermato che ci sono due fazioni opposte. A me dà molto più fastidio vedere un 30-40% dei ragazzi di 14-15 anni che per trovare il triplo di una quantità Q invece di ragionare fanno la proporzione 1:3 = Q:x e sono in grado di farlo solo usando carta, penna e calcolatrice. E questa, come tante altre analoghe aberrazioni disciplinari, non solo nella matematica, vanno ben oltre le “brutte impressioni” causate dall’errore grammaticale. Si tratta un vero e proprio ritardo cognitivo causato dalla scuola meritocratica che addestra ma non creai presupposti per lo sviluppo. Bisogna rifiutarsi sistematicamente di seguire certi programmi per consentire le “misurazioni” e anche di “misurare” per controllare meglio lo sviluppo dei programmi (creando la scuola fine a se stessa che abbiamo). Piuttosto si deve cominciare a “insegnare a ragionare”, non per “aiutare” alcuni ragazzi che sono in difficoltà (“rimasti indietro nel programma”), o a superare le prove invalsi, ma per evitare il ritardo di tutti e al tempo stesso iniziare ad avere un proprio pensiero pedagogico razionale, originale e non basato sulla tradizione. La vera professionalità che prescinde dalle tecniche, dalla forma e dai contenuti. Ho colleghi laureati che vengono dal classico che sostengono che “ragiona chi usa formule e proporzioni ‘imparate per bene’, mentre l’ottenere gli stessi risultati con il senso pratico, usando la propria testa, è una forma rozza e primitiva di pensiero”. Se il classico appartiene alla logica del programma e delle “buone apparenze formali”, e la misurazione dell’invalsi è il prolungamento logico di tutto ciò, allora mi spiego molte cose, tra cui l’assenza di costruttivismo nella scuola, il dilagare delle pseudoscienze e la scarsa considerazione per la scienza nella cultura italiana.

    alfredo tifi

  26. I test invalsi sono nati da una mente povera incolta direi anche cattiva perche prevedeva la divisione degli Istituti scolastici sia a livello locale che Nazionale. I test invalsi sono approvati dal collegio d Istituto per cui si possono benissimo evitare fin quando li faranno obbligatori. Io col mio istituto abbiamo votato per non farli fare…..è tutta una mossa politica per gestire fondi e per buttare fango su determinati posti d ‘Italia.

    • Gentile collega, mi corre l’obbligo, per onestà intellettuale verso tutti, di fare presente che le prove Invalsi non necessitano di approvazione di organi collegiali interni alla scuola. Il voto del vostro Istituto mi risulta formalmente inquietante. Quel che la Legge dice di fare va fatto, ed io per primo che ho movimentato questo dibattito e che ho ampie riserve su queste prove, soprattutto se inserite all’interno degli Esami del primo ciclo, non esercito alcuna forma di boicottaggio verso le stesse, perché da cittadino so bene che le Leggi si criticano, anche aspramente, ci si mobilita per protestare contro di esse, ma non si boicottano, perché si cambiano in Parlamento.

      • Ferdinando Goglia

        A tutt’oggi c’è una fondamentale differenza tra i quiz INVALSI inseriti nell’esame di Stato conclusivo del I ciclo, ai quali non ci si può sottrarre pena l’annullamento degli esami, e tutti gli altri, “somministrati” nel corso dell’anno scolastico alle elementari e alle superiori, sui quali si può ancora esercitare libertà di scelta in quanto non esistono “Leggi” (tali non sono le Circolari ad esempio) che vincolano l’insegnante o lo studente. Detto questo dissento profondamente dall’assolutismo dell’affermazione “le Leggi si criticano, anche aspramente … ma non si boicottano”, ricordiamoci che “Leggi”, e con tutti i crismi di legalità, erano anche quelle razziali del 1938. E in certi casi la disobbedienza civile è l’unica alternativa alla complicità.

      • Caro Ferdinando,
        posto che mi parrebbe azzardato mettere insieme le leggi razziali e le prove Invalsi, mi pare di poter dire che il Servizio Nazionale di Valutazione, istituito non con circolari, ma con dispositivi di legge, prevede la valutazione di sistema attraverso la somministrazione di queste prove. Quindi in tema di assolutismo tra me e il modo di vedere la scuola che tu rappresenti e che ben conosco non so chi abbia la meglio. L’alternativa boicottaggio/complicità infatti è tipica del massimalismo con cui una parte della scuola affronta le questioni senza naturalmente risolverle. E si tratta di una parte che spesso, pur di risultare l’unica dura e pura in trincea, sembra provar fastidio quando c’è qualcun altro che la pensa allo stesso modo. C’è molta scuola che dissente come te dall’operato di Invalsi, e non è detto che, per il fatto di non esprimere il proprio dissenso come lo esprimi tu e coloro che rappresenti, questa scuola sia tacciabile di complicità. E’ politica, non guerra. Forse potrebbe essere più utile alla causa lottare insieme per la causa piuttosto che lottare per risultare gli unici che lottano. Abbiamo larga storia ed esperienza per potere dire questo credimi.

      • Ferdinando Goglia

        La legge istituisce la valutazione di sistema ma non prescrive che la libertà soggettiva del singolo insegnante e del singolo studente sia amputata al punto da non potersi sottrarre ad una pratica che si ritiene sbagliata. L’alternativa boicottaggio/complicità può apparire forse massimalismo a chi non subisce direttamente sulla propria pelle, come invece accade agli studenti e agli insegnanti, la violenza di una coercizione a rinnegare le proprie convinzioni etiche e intellettuali (in spregio aperto a quella Legge che la gerarchia delle fonti pone al vertice dell’ordinamento e nel nostro caso ha previsto esplicita tutela per l’esercizio libero dell’insegnamento/apprendimento). Quella tra guerra e politica non è un’alternativa, il secondo concetto includendo purtroppo la possibilità del primo, spesso senza necessità di dichiarazioni. E non credo di esagerare se dico che è appunto una guerra quella in corso, laddove ogni ragione è stata deliberatamente ignorata e repressa. Contrariamente a quanto credi, né a me né a tutti coloro che hanno avuto la malaugurata sorte di dover contrastare questo perverso dispositivo ideologico interessa risultare tra gli unici o i primi che lottano, quanto piuttosto verificare la sincerità delle intenzioni e ciò che si è disposti a sacrificare.

      • Avere idee diverse ma credere tutti nella democrazia è ciò che conta. Per questo volentieri ospito le tue idee che condivido e le tue strategie che, pur riconoscendone la buona fede e la passione civile, non condivido. Il mio blog sia il luogo in cui l’ultima parola deve essere di chi è in disaccordo con me.

  27. Ferdinando Goglia

    “Le menti più intelligenti e preparate si uniscano per ottenere questo. I sindacati. Le associazioni, dei docenti e dei dirigenti.” Sono anni che denunciamo la vergognosa deriva della didattica neoliberista di cui lINVALSI è il principale veicolo e strumento di governo.

    http://www.cobas-scuola.it/Materiali-scuole/2013/APPELLO-CONTRO-LA-SCUOLA-QUIZ

    http://www.cobasscuolasardegna.it/wp-content/documenti/invalsi/invalsi-2013.pdf

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