Comincia a scuola la difesa della legalità

LA REPUBBLICA

Prima pagina ed. di Palermo 24 maggio 2012

Maurizio Muraglia

Morire di scuola. Morire a sedici anni vittime di una follia omicida assolutamente imprevedibile. Morire, forse, perché una scuola si intitola a Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. La rabbia e l’indignazione di un intero paese assumono un colore particolarissimo a Palermo, nel ventennale della strage di Capaci. Sabato scorso l’Albero Falcone di via Notarbartolo si è riempito di gente, proprio alla vigilia di quelle elezioni amministrative su cui si concentrano tante speranze di riscatto per una città che, ancora a vent’anni dai quei tragici fatti, appare martoriata dalla violenza quotidiana e dall’illegalità diffusa. C’è una parte della città che è capace di raccogliersi nel giro di poche ore per gridare il proprio no all’imbarbarimento della vita pubblica. Se c’è, paradossalmente, pur nella tristezza di questi giorni, un unico risvolto positivo di questo genere di eventi, esso consiste nell’effetto di ricompattamento che esercita sulle coscienze più sensibili.

Si indaga se si tratti di mafia o di terrorismo. Ma siamo comunque davanti ad un atto stragistico, e in questi giorni a Palermo la memoria non può che tornare alle stragi di vent’anni fa, che Brindisi comunque rievoca, ma con un disvalore aggiunto che qui provo a rivisitare in ottica locale. Antonino Caponnetto diceva che “la mafia teme la scuola più della giustizia”. A Palermo non è avvenuto fin qui quel che è avvenuto a Brindisi. A Palermo però le scuole vengono vandalizzate, talune con regolarità impressionante e pensiamo al San Filippo Neri. E il vandalismo è comunque un attentato, che forse non genera terrore, ma è capace di uccidere ad un altro livello. Vedere una scuola distrutta significa vedere annientati la speranza e il futuro, e questa è comunque violenza che si esercita verso quello spazio in cui si costruisce la capacità di essere cittadini, lo spazio educativo dell’aula scolastica in cui avviene la trasmissione della cittadinanza attraverso la cultura. Può provare odio verso quello spazio soltanto chi, escluso da quei processi educativi e culturali, li considera pericolosi per il brodo di coltura in cui vive.

Molte scuole a Palermo sono presìdi storici di democrazia e legalità. In alcuni quartieri della città la presenza delle istituzioni scolastiche rappresenta la vera e propria bandiera della Repubblica italiana. Innumerevoli sono le iniziative in favore della legalità, organizzate soprattutto dalle scuole primarie e medie, con dispendio infinito di energie da parte di insegnanti a cui bisognerebbe dare la medaglia al valore civile. Alcuni dirigenti a Palermo hanno costruito un’intera carriera al servizio dell’educazione alla legalità. Taluni di loro vedono le loro scuole distrutte dai vandali e ricominciano come prima il proprio lavoro. La scuola rimane il primo avamposto contro la violenza, ed è vero che la mafia – nonché la cultura mafiosa – si sconfigge principalmente con la cultura e con l’istruzione, come intendeva Caponnetto.

È a questo punto del ragionamento che occorre, come si suol dire, dirla tutta, e dirla a chi si accinge ad amministrare questa città nel senso, ci si augura, della discontinuità. Che vuol dire ridurre la scuola all’osso delle risorse finanziarie, come è avvenuto in questi anni? Vuol dire, di fatto, impedire alle scuole di prosciugare il brodo di coltura di tutte le forme di violenza. Per un bambino vedere lo Stato impotente che non si prende cura della scuola rappresenta il primo vulnus allo spirito di cittadinanza. Oggi si apre una stagione nuova e ci piacerebbe vedere rilanciare con forza la consapevolezza che togliere risorse alla scuola significa di fatto foraggiare la cultura dell’illegalità. Non ci sono festini o carri che tengano di fronte alla difesa della democrazia e dello Stato di diritto. Il nuovo sindaco rianimi le scuole e poi salga sul carro della santuzza.

Ma la scuola, oltreché di risorse, ha anche bisogno di incrementare prassi virtuose, di carattere educativo e culturale. E non è male ripassare in rassegna alcune priorità.

In primo luogo non vanno sottovalutati gli stili relazionali e comunicativi, e si può cominciare fin dall’infanzia a far respirare negli spazi scolastici atteggiamenti di non violenza prevenendo dove c’è da prevenire e reprimendo dove c’è da reprimere. Ma la cultura della legalità ha anche a che fare con i saperi, che contengono un grande potenziale di interpellanza e di trasformazione delle coscienze. Il trattamento dei saperi a scuola – e qui è giusto chiamare in causa le scuole superiori troppo spesso concentrate su test e numeri – è un dispositivo formidabile di confronto democratico, di erosione dei pregiudizi, di messa in discussione di stereotipi demenziali, purché non lo si riduca a sterile nozionismo. Tutta la costruzione degli ambienti di apprendimento, ivi compresa le gestione dei meccanismi valutativi, può concorrere positivamente alla creazione di un clima antiviolento, fondato su regole condivise.

Insomma, di strada da fare ce n’è per tutti e nessuno può tirarsi da parte. Onorare il ventennale di Capaci vuol dire comprendere che l’iceberg della violenza, di cui Brindisi forse è solo la punta, è ben presente ovunque e non permette di abbassare la guardia.

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Informazioni su Muraglia

Insegnante, blogger di servizio

Pubblicato il maggio 24, 2012 su Attualità, Cultura e società, Educazione e scuola. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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