Archivio dell'autore: Muraglia
Educare nel tempo della post-modernità
“Questo libro si propone di aiutare gli educato
ri a prendere coscienza dei cambiamenti in corso e a superare, così, l’abisso culturale che li separa dai loro ragazzi”.
Parliamone: il 18 giugno alle 17,45 al CEI in via Piersanti Mattarella a Palermo.
Ecco la locandina.
Due volumi preziosi per scuole e insegnanti
La casa editrice Maggioli pubblica da anni la “Rivista dell’istruzione”, attualmente diretta da Giancarlo Cerini, del cui gruppo redazionale mi onoro di far parte, un periodico capace di affrontare i grandi temi dell’istruzione e della formazione con rigore e competenza.
Da qualche tempo la rivista ha fatto “germogliare” una collana di quaderni monografici, che affrontano questioni di primaria importanza riproponendo anche un’antologia dei migliori pezzi pubblicati dai numeri precedenti della rivista sui vari temi.
Il numero 3 ed il numero 4 di questa collana propongo qui all’attenzione di tutti. Si tratta di due strumenti preziosissimi per la progettazione delle scuole del primo e del secondo ciclo.
Per ordinarli basta contattare l’editore: http://www.maggiolieditore.it/
Sul volume “Insegnare le competenze” una mia recensione.
Un anno con le scuole e con la scuola
Anche quest’anno scolastico, che volge al termine, mi ha consentito di percorrere tratti di strada con colleghe e colleghi di altre scuole, di altre province e di altre regioni. Da tempo vado veicolando una reinterpretazione del costrutto “formazione e aggiornamento” quale non più rispondente alle reali esigenze delle comunità professionali degli insegnanti. Questo costrutto infatti risente spesso di un implicito trasmissivo, per il quale sarebbe necessario che gli insegnanti di tanto in tanto si esponessero a momenti, come si sente dire, “erogativi” per accrescere le proprie competenze professionali. Ritengo che, pur riconoscendo che in qualche esperienza si è rivelato importante e necessario “informare” e “aggiornare”, la categoria interpretativa più adatta all’evento comunicativo che si consumava in questa o quella scuola si è rivelata essere quella di “riflessività professionale”.
L’insegnante infatti è a mio parere un professionista riflessivo. La formazione in servizio consiste nella possibilità di rivisitare e tematizzare l’esperienza condotta con gli studenti e con i colleghi. Quando questo accade, ho potuto constatare che le centinaia di persone che ho avuto occasione di incontrare hanno accettato la sfida della riflessione sull’azione. E’ vero quel che si dice in giro, che i momenti formativi sono per lo più sgraditi alla gran parte degli insegnanti. Ma è anche vero che c’è in giro un cospicuo numero di insegnanti disponibili a momenti di riflessione condivisa sul proprio lavoro, in cui è possibile passare in rassegna tutti i momenti che vedono la didattica farsi vita vissuta a contatto con le difficoltà e le emozioni dei bambini e dei ragazzi. Quando, in altri termini, la formazione in servizio si fa induttiva, nel senso che riesce a trarre le mosse dallo spazio empirico quotidianamente vissuto, cresce notevolmente la disponibilità ad accedere a categorie interpretative, paradigmi, quadri concettuali capaci di suggerire una lettura più sofisticata e scientificamente avveduta di quel che accade ogni giorno nelle aule.
Questa impostazione mi ha permesso di incontrare dirigenti e docenti di ogni ordine e grado di scuola. Grande spazio ho dedicato al curricolo verticale nelle scuole del primo ciclo (a Palermo, a Siracusa, a Buccheri, a Misilmeri, a Mistretta….), alla luce delle Indicazioni ministeriali del 2012, ma il secondo ciclo non è stato a guardare. Ho avuto la possibilità di incontrare bellissime professionalità a Cagliari, a Camerino e a Termoli, con cui discutere di curricolo e competenze. Così anche al Liceo Catalano di Palermo. Particolarmente gradevole è risultato discutere di didattica orientativa a Castro dei Volsci in tandem col grande Maurizio Tiriticco. Devo dire però che quest’anno il massimo sforzo di riflessione ho dovuto dedicarlo al tema della motivazione allo studio, che mi ha visto compagno di strada di colleghe e colleghi deliziosi, alla Buonarroti di Palermo, alla Guastella di Misilmeri, a Catania. Ho imparato tantissimo da loro. Ho visto realizzare pratiche di incremento della motivazione allo studio fornite di grande sapienza didattica.
C’è in giro un sacco di gente capace di insegnare e di insegnare bene. Scorrono tutti questi visi nella mia memoria, questi docenti e i loro dirigenti, spesso giovani e pieni di entusiasmo. La scuola siciliana mi è apparsa ancora una volta eroica, ma anche altrove non si scherza. Non è possibile, in tempi di tagli, di demotivazione e di malcontento, non testimoniare quanta scuola seria c’è in giro, quanto pensiero pedagogico, quanta dedizione. E che dire di quel che ha fatto ancora una volta il CIDI di Palermo quest’anno? Il bellissimo convegno sulle Indicazioni 2012, con Giancarlo Cerini e Giuseppe Bagni, la preparazione al concorso a cattedra, il sostegno che ha dato a tante scuole, la partecipazione a imprese di formazione a carattere europeo (Comenius regio), ma soprattutto il seminario sul curricolo di maggio, pieno di idee, di spunti, di prospettive, che presto diventerà una pubblicazione. Trent’anni quest’anno, per il CIDI di Palermo. Ci sono insegnanti nella nostra città e nella nostra regione che dentro questo spazio associativo hanno visto i capelli imbiancarsi. Nell’83 avevo appena 21 anni. E il CIDI c’è ancora. Grazie a Silvio Vitellaro, a Valentina Chinnici e a quella squadra formidabile di docenti e dirigenti che lo regge con grande sacrificio. Volontariato puro.
Ecco, questo è quel che mi sembrava giusto e doveroso testimoniare. Vanno omaggiate le centinaia di docenti e dirigenti che consentono alla scuola italiana di resistere allo tsunami che l’ha falcidiata negli ultimi anni. Di resistere, devo dire, anche a quella testificazione del sapere che sempre di più incombe nelle nostre aule, questa sindrome valutativa che, all’interno di una ragionevole esigenza di tenuta del sistema, introduce procedure di rilevamento degli apprendimenti (?) che lasciano profondamente perplessi. Resistere culturalmente a questo significa anche continuare a coltivare il gusto del processo, della fatica intellettiva, dell’errore come risorsa, del cantiere, del prodotto grezzo, del portfolio inteso come possibilità di mettere insieme e reinterpretare tutte le cose belle e brutte che si vanno accumulando nella carriera di uno studente.
Lo diceva anche De Gregori:
“Nino, non aver paura di sbagliare un calcio di rigore,
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore,
un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.
Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette,
questo altro anno giocherà con la maglia numero sette”.
Questo dicono ogni giorno ai loro ragazzi gli insegnanti che ho incontrato quest’anno. Sperare di indossare la maglia numero sette è il diritto di ogni ragazzino. Chi sa di calcio ricorderà che il numero sette stava quest’anno sulla maglietta di chi ha realizzato il maggior numero di gol. Sogniamoli capocannonieri. I sogni non li può tagliare nessuno.
Buona conclusione di anno scolastico!
Il bel pomeriggio sul curricolo al CEI
Si è svolto oggi al CEI il seminario sul curricolo verticale organizzato dal CIDI di Palermo. C’è ancora una scuola attiva e sensibile, dall’infanzia al secondo ciclo, che è capace di interrogarsi sulle didattiche, e di questo dobbiamo rallegrarci. Complimenti a questi irriducibili del CIDI di Palermo che continuano a offrire occasioni di crescita professionale.
Qui di seguito alcune foto, realizzate da Stella Verde, ma anche l’intervento introduttivo che mi è stato richiesto per l’occasione. Rimando al sito del CIDI di Palermo per ulteriori ragguagli e materiali.
- Maurizio Muraglia e Silvio Vitellaro
- Muraglia
- Il saluto del rettore del CEI Padre Beneduce
- Beneduce
- Il pubblico
- Intervento Muraglia
- Schema concettuale Muraglia
- Muraglia
- Muraglia
- Muraglia
- Muraglia
- Luigi Menna e Valentina Chinnici
- Il pubblico
- Muraglia
- Carlo Columba e Silvio Vitellaro
- Intervento Columba
- L’argomento Columba
- Columba
- Columba
- Columba
- Columba
- Valentina Chinnici
- Chinnici
- Gruppo di lavoro
- Gruppo di lavoro
- Gruppo di lavoro
- Gruppo di lavoro
- Un momento del pomeriggio
Gli intellettuali si svegliano….
Meno male che non sono solo alcuni insegnanti “ideologizzati” a nutrire pesanti perplessità sulla capacità dei test Invalsi di vedere qualcosa che somigli agli apprendimenti…..
Date un’occhiata a questo breve contributo della Tecnica della Scuola.
Parliamo di curricolo il 9 maggio
La scuola pubblica è dura a morire. Ci hanno tentato in tutti i modi. E’ lunghissimo l’elenco delle misure che hanno ridotto all’osso le risorse delle scuole e non è meno lungo l’elenco delle inadempienze politiche di varia natura che rendono davvero difficile la vita di tutti coloro che a scuola lavorano ogni giorno. Eppure la scuola è dura a morire. Basta dare uno sguardo a siti come http://www.educationduepuntozero.it/ oppure http://www.lascuolachefunziona.it/ o ancora leggere riviste come Insegnare (tra poco in pista nella versione digitale) Scuolainsieme, Nuova Secondaria o La vita scolastica per rendersi conto che dappertutto resta in piedi un proliferare di pensiero pedagogico e didattico che si traduce in esperienze, attività, talvolta emozioni per i ragazzi. Non solo, ma a questo va aggiunta la ricchezza della riflessione professionale e sistemica documentata da riviste come Voci della scuola (Tecnodid) o Rivista dell’istruzione (Maggioli) o ancora Le nuove frontiere della scuola (La Medusa) per non parlare di Chichibìo (Palumbo) e da siti quali http://www.edscuola.com/ oppure http://www.scuolaoggi.org/, consultabili insieme ad altri direttamente da questo blog. Le associazioni professionali e disciplinari dal canto loro continuano a fare da stimolo per la didattica e gli insegnanti più sensibili, sia pur in mezzo a mille difficoltà, riescono a cavare il cosiddetto ragno dal buco.
Il CIDI (http://www.cidi.it/) storicamente si è sempre distinto per aver tenuto alta la bandiera della scuola democratica e inclusiva. Da quarant’anni su tutto il territorio nazionale i CIDI lavorano strenuamente e continuano a proporre contenuti pedagogici e didattici. Il CIDI è quella cosa di cui alle volte non ti accorgi quando c’è e cominci a sentirne la mancanza quando scompare. Per questo è il caso che non scompaia, proprio nell’anno in cui compie 30 anni a Palermo, perché quando scompaiono le bussole sono dolori.
Il prossimo 9 maggio il nuovo CIDI di Palermo presieduto da Silvio Vitellaro proporrà una vetrina di buone pratiche agli insegnanti di ogni ordine e grado che volessero darsi appuntamento nel pomeriggio al CEI in via Piersanti Mattarella. Ci sono iniziative che hanno un doppio valore: il valore di “merito”, che consiste certamente nella qualità di quanto verrà sottoposto alla nostra attenzione. Ma c’è anche il cosiddetto valore “simbolico” insito nella possibilità di ritrovarsi insieme, quelli che ci credono, non tanto per piangersi addosso quanto per trovare tutte le vie possibili e praticabili di resistenza culturale, che come mi avete sentito dire tante volte si rivela proprio nel modo in cui traffichiamo il sapere con le nostre allieve e i nostri allievi. Nel tempo in cui avevo la responsabilità del CIDI, tante volte m’è capitato di dire pubblicamente che si può porre un bel segno nella vita dei ragazzi a costo zero così come si può distruggere la loro voglia di imparare con tante risorse disponibili. E qui lo ripeto. Al 9 maggio!
Lo studente di Canicattì alla prova dei test Invalsi
La Repubblica ed. Palermo, 27.03.2013
Maurizio Muraglia
Un tempo gli esami conclusivi della scuola media non suscitavano le preoccupazioni di cui oggi si ha notizia, sia tra le famiglie che tra gli insegnanti. Ho avuto occasione in questi mesi di conoscere tanti insegnanti che lavorano negli istituti comprensivi di varie province siciliane e ho avuto conferma di questa generale inquietudine sulla sorte di migliaia di ragazzine e ragazzini che si avvicinano al traguardo. Alla loro inquietudine vorrei assegnare un significato sociale, e latamente politico, degno di assurgere ad oggetto di riflessione per tutti coloro che sono interessati alle vicende dell’educazione e dell’istruzione nella nostra regione.
Di che cosa stiamo parlando? Qual è la novità rispetto al passato? La novità consiste nell’introduzione già da qualche anno, tra le prove che costruiscono la valutazione finale degli allievi, di una prova mandata dal Ministero che riguarda l’italiano e la matematica. Non che i ragazzini fino a quel punto non abbiano fatto esperienza di questo genere di test, che iniziano già nella scuola elementare. Il fatto è che queste prove vanno ad aggiungersi alle altre già previste e predisposte dagli insegnanti interni, generando un accumulo di sollecitazioni valutative non previsto neppure dagli esami conclusivi della scuola superiore. Va considerato peraltro che gli esami di fine scuola media non rappresentano più come una volta la conclusione dell’obbligo di istruzione, che dal 2006 è stato spostato alla fine del biennio delle superiori. Non si giustificherebbe pertanto, come riconosciuto da tutti gli osservatori, questa sorta di “accanimento valutativo” ad un certo punto del percorso scolastico.
Ma non si tratta qui soltanto di aggravio dell’impegno emotivo dei ragazzini. C’è dell’altro, che riguarda in modo più pregnante la vera funzione della scuola pubblica, quella, per comprenderci, che le assegna la Costituzione quando le chiede di rimuovere gli ostacoli che impediscono a ciascuno di realizzarsi come persona e come cittadino. Conosciamo tutti bene di che ostacoli si parla, quando si pensa alle scuole meridionali e siciliane. Si tratta di ostacoli, sociali, economici, culturali, linguistici, che rendono l’impresa educativa in molte zone alquanto proibitiva. Cosa ci si può aspettare da tanti tantissimi bambini e ragazzi che è già miracoloso tenere sui banchi di scuola? Cosa è lecito attendersi e che lavoro possono svolgere maestre ed insegnanti fin dalla più tenera età?
Incontrando gli insegnanti nelle scuole la risposta a questi interrogativi sembra unanime. Noi dobbiamo permettere ai nostri allievi di ottenere il massimo possibile date le situazioni di partenza. Ecco, questo tema, il tema del “massimo possibile”, sembra essere diventato un tema scomodo nella discussione pubblica sulla scuola. Che vuol dire il massimo possibile? Ci sono risultati che tutti i ragazzini italiani devono raggiungere. Non possiamo personalizzare i traguardi, perché in questo modo le competenze di un ragazzino di Milano finiscono per essere del tutto diverse da quelle di un ragazzino di Canicattì pur possedendo entrambi la stessa “licenza media”. Come la mettiamo? Infatti: come la mettiamo? C’è qualcuno in grado di trovare una soluzione al problema del ragazzino di Canicattì che parla solo in dialetto, che non ha i soldi per comprare libri e materiale didattico, che non ha a casa nessuno che lo segue, che trascorre tutti i pomeriggi per strada dietro ad un pallone, quando va bene? Chi deve farglieli raggiungere questi “traguardi” e cosa può chiedere la prova Invalsi a costui?
Supponiamo che questo ragazzino abbia il nome di Stefano. Cosa ha da dire la retorica del “successo formativo” su Stefano? C’è un successo formativo in generale cui Stefano è tenuto ad uniformarsi oppure gli insegnanti sono autorizzati ad elaborare un successo formativo per Stefano sul quale calibrare la loro valutazione? Fino all’ultimo atto del percorso, appunto gli esami finali della scuola media, gli insegnanti sembrano non avere dubbi. Abbiamo tirato su Stefano con lacrime e sangue, lo abbiamo visto crescere, migliorare, abbiamo visto rimossi molti ostacoli alla sua crescita, ora ce lo troviamo a tredici anni molto diverso da quando lo abbiamo accolto in prima elementare e siamo legittimamente soddisfatti del lavoro che abbiamo fatto perché ci siamo resi conto che era il “massimo possibile”. Ed ora? Ed ora che succede a giugno? Cosa ne sarà di Stefano? Adesso gli insegnanti di Stefano che faranno? Dimenticheranno quel che essi stessi hanno ricavato dal ragazzino? Oppure ne dovranno tenere debito conto nella valutazione finale, che però dipende anche dal modo in cui Stefano risponderà a quesiti che sono pensati anche per il suo compagno della scuola media bene di Milano centro?
Queste sono le inquietudini che ho raccolto nelle scuole di mezza Sicilia. La loro valenza politica non può sfuggire. Cosa valgono di più i risultati o i processi? Come si diventa cittadini a scuola? Quando un ragazzino è riuscito a prendere le distanze dal suo ambiente di riferimento, ha imparato a rapportarsi con gli altri, si è adattato in contesti in cui degli adulti fanno “discorsi culturali”, ha acquisito delle abilità e delle conoscenze che gli permettono di interagire in modo decente con la realtà e i suoi problemi, quando la scuola non ha fatto che dire “bravo” a questo ragazzino compiacendosi dei suoi progressi, potrà mai tradirlo al traguardo finale? E ove lo tradisse, non si macchierebbe di infedeltà al mandato costituzionale?


































