Whatsapp, laudatores e declinismo

imagesA Vigevano un’insegnante ha mandato per sbaglio una sua foto sexy al gruppo whatsapp che condivide con i suoi alunni. La Dirigente Scolastica della scuola sta facendo luce sulla vicenda per valutare eventuali provvedimenti disciplinari. La notizia, ripresa da vari siti, ha origine dal sito Skuola.net (http://www.skuola.net/news/scuola/foto-sexy-professoressa-whatsapp.html).
Qualche settimana fa era comparso su un altro sito un accorato appello (http://www.osservatoriominori.org/comunicato-stampa/) contro l’ormai diffusa convivenza di alunni e insegnanti nei social network e negli spazi di condivisione consentiti dai cellulari: “Alla luce delle verifiche effettuate chiediamo al ministro Giannini di volersi attivare affinché la presenza dei docenti sui social network venga ad essere regolamentata, con accorgimenti contemplanti anche la possibilità di verifica della condotta virtuale da parte delle istituzioni scolastiche a livello periferico e centrale”. Sta parlando il Presidente dell’Osservatorio dei minori esistente a Milano dal 2000.
Sarà l’effetto delle omelie di Benigni, ma è tornata la crociata. Era cominciata intorno al 2007 ad opera dell’allora Ministro Fioroni. Poi i media hanno trovato pace. Adesso pare che ritorni. Sommersi da nefandezze di ogni genere commesse da personaggi della politica, dell’imprenditoria e del circuito mediatico, noi della scuola a fasi alterne ci sentiamo fare le rampogne per i nostri contatti extra moenia con gli studenti. Una sorta di neomoralismo pseudopedagogico che ogni tanto fa capolino per allertare tutti su quel che di eticamente sconveniente può succedere quando viene valicato il filo spinato che deve separare le aule scolastiche dalle “vite private”.
Si ha la sensazione alle volte che nel nostro Paese si stia a disagio nel presente e nelle scuole si stia a disagio a contatto con questi nuovi barbari. La vicenda di Vigevano ha contorni grotteschi. La Dirigente Scolastica indaga, e magari chissà quante volte avrà scritto e detto “Je suis Charlie”. Ma su cosa indaga? Sulle foto della prof? Sulla legittimità di esistenza di un gruppo whatsapp fatto da privati cittadini? Risulta alla DS che all’interno della scuola i rapporti tra la prof e i suoi alunni siano corretti, come è giusto che sia (a scanso di equivoci)? I siti riportano che la prof avrebbe “chiesto scusa ai ragazzi”. Ma che lo abbia fatto o meno, che rilevanza può avere trattandosi di un passaggio comunicativo del tutto privato? Sarà dunque punita severamente la prof dalla signora Dirigente custode dei mores?
Osserva saggiamente Pasquale Almirante sul sito de “La Tecnica della scuola”: “La situazione è molto delicata. Io sto cercando di ricostruire l’intera vicenda, solo dopo potrò valutare se e quali provvedimenti adottare”, dice il dirigente anche se non si capisce da dove nasca questa nuova funzione di detective. Se la prof ha dichiarato di avere commesso un errore involontario, ha chiesto scusa, tanto da sentirsi umiliata nei confronti dei suoi alunni e della scuola, perché non la si lascia in pace? O è colpevole di “invio colposo”? E se fosse successo a una semplice impiegata delle poste?”
Laudatio temporis acti. Ce ne libereremo mai dei laudatores del buon tempo antico? Andremo in pensione sentendoli ancora gracchiare? Sentiremo ancora il classico “Dove andremo a finire di questo passo?” pronunciato molte, troppe volte, anche da chi in classe biascica nozioncine fritte e rifritte lontanissime dal mondo dei ragazzi? Il zelante Osservatorio chiede al Ministro di “regolamentare la presenza dei docenti sui social network”. Con tutto il rispetto, mi corre un brivido lungo la schiena e mi piacerebbe sapere cosa dovrebbe fare il Ministro per “regolamentare”.
C’è uno spettro che si aggira nel nostro Paese, e si chiama declinismo. I nostri ragazzi sono i primi imputati. Si stava meglio prima. Ne siamo sicuri? Repubblica di declinismo ne ha parlato qualche giorno fa (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/01/19/linutile-fatica-di-migliorare-il-passato-invece-del-futuro28.html). Tra i declinisti ci sono, ahimé, anche molti insegnanti di italiano che recitano noiosamente il de profundis della gloriosa lingua di Manzoni per colpa dei social network e dei cellulari. Aiutiamoli, questi colleghi, a correggere qualche idea scientificamente infondata e a rivedere qualche stereotipo. La lettura di uno studio breve e illuminato – e della bibliografia cui esso rimanda – su questi temi mi pare molto istruttiva: http://www.corriere.it/cultura/i-corsivi/litaliano-dei-nativi-digitali/. Attenti, laudatores, questo è un ebook, che purtroppo per voi non profuma di carta, ma almeno costa meno di due euro!
Ad maiora! (con tutte queste espressioni latine mi sarò conquistato il paradiso dei laudatores…)

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Insegnante, blogger di servizio

Pubblicato il gennaio 23, 2015, in Cultura e società, Educazione e scuola con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Non esistono strumenti indifferenti, la loro moralità non dipende dall’uso che gli umani ne fanno. Non è l’uomo che governa l’evoluzione di meccanismi come l’economia e la tecnologia. Questi sistemi, una volta avviati, procedono ciechi travolgendo tutte le morali con cui l’uomo pensa di condizionare il futuro. Da secoli abbiamo posto la nostra anima nelle mani di un processo che porta abbondanza di beni, non potevamo fare altrimenti. Chi mai rinuncerebbe a tutti quegli strumenti che rendono meno faticosa e dolorosa la vita di gran parte della specie umana? Qualcuno si illude che si possano usare per il bene o per male l’economia e la tecnologia. Non possiamo fermare questo golem, l’esempio degli amish è una finzione che regge grazie al sostegno di coloro che li finanziano.
    Al termine di questa corsa che è iniziata circa dodicimila anni fa, un’inezia rispetto ai tempi dell’evoluzione biologica, una nuova natura umana vedrà la luce. Non importa se userà la clava o il teletrasporto, l’umanità come noi la conosciamo è destinata a scomparire.
    Opporsi alla evoluzione tecnologica in nome di un concetto statico di natura umana è indice di mancanza di profondità storica. Dobbiamo agire nella prospettiva di un uomo nuovo, preparare un percorso meno traumatico per il suo avvento senza demonizzare la tecnologia in nome di un concetto di natura umana che non ha riscontro nella nostra esperienza di vita.

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