BES….ciamella

La besciamella è uno di quei preparati che pur essendo fatto di diversi ingredienti finisce per essere la base per l’elaborazione di varie pietanze. Le scuole italiane da quasi un anno sono state investite di un problema che viene chiamato BES (Bisogni Educativi Speciali): si tratta dell’invito ministeriale ad elaborare interventi personalizzati per fronteggiare non più soltanto i tradizionali DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento), ma anche un ampio ventaglio di disagi che caratterizza la nostra popolazione studentesca. Si vuole uscire dalla logica della “certificazione” per entrare in una logica diagnostica nuova, capace di individuare sia il “disturbo evolutivo specifico”, che ancora chiama in causa un livello clinico, sia – e qui è il bello – il “disagio sociale” e lo “svantaggio socioculturale”. I documenti ministeriali enfatizzano l’attivazione del livello psicopedagogico e didattico. La besciamella è pronta, fatta di alunni certificati, alunni diagnostizzati ed alunni….svantaggiati o disagiati. Dovrebbero restarne fuori poche decine beati loro….. Adesso con questa occorre predisporre interventi – pietanze – ispirati alla logica dell’inclusione. Le scuole devono disporre di un Piano Annuale per l’Inclusività.

Il piano di realtà (ovvero scoperta dell’acqua calda) deve assurgere al piano del discorso istituzionale (e burocratico, come si vede nella frenesia personalizzante di alcune scuole). Le scuole sono chiamate ad “accorgersi” degli alunni che esprimono bisogni educativi speciali. Ed attrezzarsi. Con la besciamella devi cucinare qualcosa. Cosa cucinare?  Prima di rispondere a questa domanda occorre porsi dieci interrogativi:

  1. Non è la Costituzione che parla di “rimozione degli ostacoli”? Non ne parla dal 1948?
  2. Qualcuno è mai entrato in una classe di un Istituto Professionale del Sud?
  3. Qualcuno ha mai provato a scrivere un piano personalizzato? E a realizzarlo in una classe?
  4. La scuola italiana, soprattutto nel secondo ciclo, può considerarsi una scuola inclusiva?
  5. Se no, bastano alcuni dispositivi ministeriali per renderla tale?
  6. Qualcuno è mai entrato in una sala professori di un Liceo Classico e sentito parlare di alunni in palese difficoltà cognitiva ed emotiva? La scuola stessa può essere creatrice di BES? E in questo caso come interviene su….se stessa?
  7. Se un’intera classe dovesse presentare BES che si fa?
  8. Se un intervento personalizzato su un BES non va a buon fine che si fa? Si boccia l’alunno?
  9. Penultimo: che vuol dire “educativo”? Che riguarda la sfera del comportamento? Che ha a che fare con la motivazione allo studio? Col disinteresse? Col quadro ambientale?
  10. Ultimo: che vuol dire “speciale”? Che si distingue dal “generale” o dal “normale”? C’è una linea di confine ben demarcata tra normale e speciale? Ontologica? E un’ équipe di insegnanti è in grado di individuarla? Con quali strumenti?

La mia è un’opinione semplice in quattro punti. Eccola.

  1. L’assetto complessivo della scuola secondaria di primo e secondo grado, nel nostro Paese, non è mai stata attrezzata per una vera inclusione degli svantaggi socioculturali.
  2. Negli ultimi quarant’anni la scuola di massa, portatrice di questi svantaggi, è stata mal digerita dalla maggior parte degli insegnanti italiani, che generalmente aspirano a scolaresche ben  attrezzate socialmente e culturalmente.
  3. I tagli devastanti all’istruzione vanno in direzione opposta ad una politica scolastica dell’inclusione. Con scuole che cadono a pezzi, cattedre a 18 ore, niente organico funzionale, niente figure di sostegno psicopedagogico, maestri unici, niente formazione in servizio, voti numerici anche nel primo ciclo, didattica per competenze all’anno zero, i Piani per l’Inclusività sono Libri dei Sogni. Quindi bisogna decidersi.
  4. Se si facesse semplicemente una scuola del curricolo (“cosa stanno imparando?”) piuttosto che una scuola del programma (“dove sei arrivato?”), l’inclusione sarebbe cosa fatta senza alcun bisogno di direttive e note. Ma il curricolo sta nella cultura professionale degli insegnanti italiani?

Buona cena.

Qui tutto ciò che serve per farsi un’idea, anche opposta alla mia ovviamente!

DirMin 27 dicembre 2012

CM 6 marzo 2013

Nota 27-giugno-2013-

Nota 22_novembre_2013

I BES non si certificano

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Informazioni su Muraglia

Insegnante, blogger di servizio

Pubblicato il novembre 28, 2013, in Educazione e scuola con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 4 commenti.

  1. evelina arcidiacono

    grazie…. condivido pienamente la tua intelligente rifkessione… sono pero’ preoccupata per i tanti… troppi colleghi che trovano nelle ‘etichette-gabbie’ grande consolazione… .ciao

  2. Donatella Rosselli

    Mi fa molto piacere ritrovare in questo intelligente articolo molti dei dubbi che anch’io mi sono posta da quando in Collegio Docenti abbiamo deliberato il famoso Piano dell’Inclusività. A parte il fatto che tale Piano è stato presentato come una sorta di surrogato dell’organico funzionale (più docenti di sostegno, più figure professionali intermedie, ecc…) in attesa di ulteriori indicazioni ministeriali, mi chiedo quali competenze specifiche abbiamo noi insegnanti per individuare questi famosi BES: chi non sa leggere e scrivere (ma non erano già catalogati “DSA”?) ?, chi non ha voglia di venire a scuola? chi ha problemi in famiglia (e chi non li ha?)? chi vive in quartieri a rischio? chi è di origine straniera? Oppure è BES anche l’alunno che vuole studiare, che dimostra una particolare attitudine verso una disciplina, che va spinto verso l’eccellenza? Anche questo, mi pare, è un bisogno educativo speciale! Insomma,il ventaglio è così ampio che in un Istituto come il mio (insegno in un Alberghiero nel Centro-sud) risulta quasi impossibile distinguere chi lo sia da chi non lo sia… Il problema, se mai, è non incorrere in discriminazioni contrarie, e cioè per troppo “includere” si finisce per “escludere” tutti gli altri. In poche parole: concretamente, si rischia di lavorare con due pesi e due misure, per gli alunni cosiddetti “normali” e per tutti gli altri. Questo accade quando noi insegnanti non sappiamo concretamente come gestire questi cosiddetti BES, e l’unica proposta che emerge è quella di “avere un occhio di riguardo” alla loro situazione. Questo in barba al principio della scuola “di tutti” e della valutazione trasparente e condivisa, soprattutto in realtà socio-ambientali in cui si travalica quotidianamente il confine del disagio. Probabilmente sbaglierò, ma penso si tratti di una riflessione che, per molti di noi, forse tutti, è ancora in divenire…

  3. Riflessioni intelligenti e, nel complesso, del tutto condivisibili.

  4. La scuola del curricolo. Magari. Ultimamente supporto nello studio una ragazzina di prima media e sto sperimentando le serie difficoltà create da un’impostazione didattica improntata al programma. Al di là del fatto che diviene impossibile occuparsi del lavoro sull’area di sviluppo prossimale, sulla riflessività, sul creare competenze quando si è inseguiti da una mole spropositata di compiti, accompagnata dalla terribile minaccia, per una bambina di 10 anni, delle note sul diario. Nella scelta tra fare poco e bene e fare tutto e male c’è un’inevitabile pendenza per quest’ultima, perché diviene più rassicurante un 6 nel qui ed ora, e una pagina di diario linda, senza alcuna nota, che la consapevolezza di aver imparato a pensare, e quindi a fare.
    E se a questo si aggiunge una buffa diagnosi di DSA? Buffa perché abusata al punto di diventare inutile stigma, uno scaricabarile per non ammettere che -magari- sarebbe bastata una flessibilità nel metodo di insegnamento per evitare tale diagnosi. Buffa perché una carenza di linguaggio non penso possa essere considerata DSA, altrimenti potremmo immaginare bene la percentuale di DSA in una scuola dello Zen a Palermo.
    Quanto è disturbante un sistema scolastico che porta una ragazzina di 10 anni a dire, imbarazzata, di aver sbagliato a fare la “primina” perché non era pronta, perché non era ancora abbastanza sviluppata, un sistema che porta un’alunna in difficoltà di fronte a una scelta binaria: o ripete l’anno, o andrà avanti col sostegno. Un sostegno del quale non è consapevole, un sostegno a una ragazzina vivace che forse avrebbe dovuto leggere un po’ di più, o almeno avere garantito il tempo adeguato per apprendere.

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