Adolescenza e suicidio: i fatti del Cannizzaro

LA REPUBBLICA ED. DI PALERMO

20 APRILE 2012

Maurizio Muraglia

Non sorprende più nessuno che nell’orizzonte esistenziale di un adolescente possa esserci il suicidio. Lo dimostra la cronaca e lo spiegano bene gli psicologi esperti di quest’età della vita. Il gesto del ragazzo del “Cannizzaro”, dunque, sembrerebbe aggiungersi a tutti gli altri di cui si è parlato in questi anni e, come si può vedere in questi giorni, offrirsi alle più svariate interpretazioni. Eppure, restiamo sgomenti come se fosse la prima volta che assistiamo ad un dramma del genere ed è giusto che sia così. Ogni storia è unica e irripetibile, ed anche questo ragazzino deve avere vissuto una vicenda tutta sua, incomunicabile come tutte le vicende interiori delle ragazzine e dei ragazzini di quest’età. Quando il mondo degli adulti tenta di rintracciare una trama razionale nelle vicende di un adolescente, sbatte fatalmente il muso contro il requisito principe di quest’epoca della vita umana: l’imponderabilità. Ci si illude infatti di adottare principi di causalità nell’interpretazione di gesti che invece possono tranquillamente balenare in un attimo nella mente di un ragazzo, quell’attimo di follia – alle volte lucidissima follia – in cui si raggrumano esperienze, riflessioni, ferite, intuizioni che trovano sbocco in un cupio dissolvi istantaneo. E’ necessario convivere con lo scacco della comprensione razionale di fronte ad eventi come questo.

Questa premessa, pur necessaria per evitare le banalizzazioni interpretative, non esime dalla responsabilità di sottrarre all’arida cronaca e al dramma privato il fatto avvenuto al liceo Cannizzaro. Occorre comunque tentare una parola che assegni al mondo degli adulti il compito, per quanto possibile, di volare alto, molto alto nella capacità di cogliere segnali di inquietudine nei nostri ragazzi, nella consapevolezza, è bene ripeterlo, che tale attenzione necessaria può comunque non rivelarsi sufficiente per evitare che avvenga il peggio. Un compito del genere richiede una capacità di tenersi lontani, probabilmente, da alcuni stereotipi.

Il primo, a mio modo di vedere, riguarda la presunta “serenità” e “compostezza” di alcuni nostri ragazzi, che non lascerebbe presagire eccetera eccetera. L’esperienza a contatto con quest’età della vita mostra quotidianamente che essa possiede una formidabile capacità di occultare sotto la coltre del politicamente correttissimo veri e propri inferni emotivi. Molte volte capita di infastidirsi di fronte a manifestazioni esagerate di aggressività, di pathos comunicativo, di istinti anarcoidi e ribellistici da parte dei ragazzi. La famiglia ne esce esasperata e la scuola tenta di arginare come può queste intemperanze. Eppure questi atteggiamenti, che danno agli adulti la sensazione di perdere il controllo, paradossalmente consentono di tener sotto controllo la temperatura emotiva dei ragazzi, proprio perché il coperchio della pentola a pressione tende a sollevarsi continuamente.

Il secondo stereotipo ha a che fare con lo sbrigativo legame tra gesti di questo genere e prestazioni scolastiche negative. E’ di tutta evidenza che un voto basso in matematica non può di per sé determinare un tentativo di suicidio, e questo va detto per sgomberare il campo da eventuali interpretazioni colpevolizzanti.  La scuola ha il compito di insegnare e di valutare l’efficacia di ciò che si insegna e sappiamo tutti bene che ciò rappresenta un banco di prova emotivo importante per tutti gli studenti. L’esperienza di tantissimi ragazzi che dalla scuola hanno ricevuto valutazioni pesantemente negative se non veri e propri massacri dell’autostima e che pur tuttavia non hanno scelto di porre fine alla propria vita mostra chiaramente che siamo davanti ad uno stereotipo. Sapere che il ragazzo aveva tutti voti alti tranne un cinque è perfettamente irrilevante rispetto alla questione.

Siamo costretti dunque a navigare a vista rispetto a certe situazioni, ma in questa navigazione non siamo autorizzati a tenere le bende agli occhi. Occorrono sguardi attenti da parte di tutti, di chi sta in casa e di chi sta in classe. Occorre probabilmente un incremento di sguardo indiziario, capace di cogliere istanze meno eclatanti, più sommesse, rivelate da gesti apparentemente insignificanti oppure, paradossalmente, da un eccesso di compostezza e di “equilibrio”, che dovrebbe sempre render sospettosi quando ad esercitare questo equilibrio sono ragazzini con pochissima esperienza di vita. Nella mia esperienza di insegnante mi capita di assistere a scoppi di rabbia da parte di qualche studente. Nel tempo ho imparato a considerare comunque positive queste situazioni, perché in qualche modo squarciano il velo su qualcosa che in altri modi sarebbe impossibile scrutare. Anche il conflitto è un elemento estremamente importante per la crescita di un ragazzo. Il conflitto con un adulto che ha veramente voglia di “battersi a duello” con lui alla pari – evitando cioè di brandire punizioni e registri – spesso persuade un ragazzo in profondità che la vita è fatta di poste in gioco su cui è bello farsi sfidare.

Tutto questo, non si finisce mai di ripeterlo, può non bastare e a volte non basta. E magari – non lo sapremo mai – questo è uno di quei casi in cui non è bastata tutta l’attenzione di questo mondo. Ma la guardia non va abbassata ugualmente, soprattutto nei confronti di quelle ragazze e quei ragazzi che non danno “preoccupazioni” o che, se le danno, fanno una gran fatica a urlarle come sarebbe necessario. In vicende come queste non servono né le banali colpevolizzazioni né l’allargamento precoce della braccia. Di fronte al mistero della vita che rifiuta se stessa, diventa urgente riaffermare la vita in ogni istante in cui veniamo a contatto con esistenze acerbe, per le quali ogni evento apparentemente minimo può dilatarsi indebitamente fino a rompere i confini dell’essere.

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Informazioni su Muraglia

Insegnante, blogger di servizio

Pubblicato il aprile 21, 2012 su Educazione e scuola. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 3 commenti.

  1. Noi eravamo abituati a scuola, e sempre mi par di vedere anche nei films, il professore soffermarsi vicino la cattedra a fine lezione, dire ragazzi ;potete andare. Qualche volta specialmente nei film, aggiungeva; no ….. lei resti…, e comunque certo era l’ultimo ad abbandonare l’aula. Quando torneranno le buone abitudini ?…. Cercare le responsabilità altrove non ha per me molto senso in una classe di primo liceo scientifico oggi. Le responsabilità ci sono, ma nessuno ne vuole parlare.

  2. Francesca Caronna

    Ogni ragazzo che perdiamo dimostra il fallimento di noi adulti, incapaci di infondere fiducia nel futuro e di essere per loro modelli competenti per affrontare la vita!!! Dai genitori, impegnatissimi nella competizione della carriera professionale a noi docenti ignoranti delle problematiche evolutive e disinteressati a provare e dimostrare amore per i ragazzi… la società non e’ un luogo sicuro per loro e l’aridità emotivo-affettiva imperat

  3. Da genitore e fin quando avrò cuore che pulsa sangue nelle vene rispetterò l’impegno di questa rinascita che l’aver generato mi ha reso. Sento da sempre il peso di una società in crescita ove le regole sono spesso ideali e non regole, e dove gli ideali si perdonono per troppo benessere o forse pigrizia dell’essere. Società: il diritto e il potere di chi cambia nel nome della consapevolezza del giusto vivere. Un mio personale ringraziamento all’autore dell’articolo Maurizio Muraglia e al docente che ha scritto il commento prima di quest’ultimo mio, a entrambi per essersi espressi con profonda franchezza. Non temo la forza del flusso massificante di una società frenetica, ma ne faccio parte e ho un compito da svolgere, tutti lo hanno ed è giusto che ogniuno faccia il proprio al meglio delle proprie possibilità. Grazie.

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