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In piazza per la scuola pubblica
Dicono che eravamo circa tremila il 12 marzo a Piazza Verdi. E’ stata una buona rimpatriata, ma organizzata male. Chi ha organizzato si è limitato a predisporre un debolissimo altoparlante attorno al quale potevano ascoltare non più di una cinquantina di persone. Gli altri bivaccavano conversando tra di loro. Atto di mera presenza. E’ mancato un palco con un’amplificazione seria.
C’era tanta scuola pubblica ma poca cittadinanza. Segno eloquente che a Palermo il cittadino coincide in larga misura con l’intellettuale, di cui l’insegnante è una specificità. Il resto è mera sudditanza, per la quale la Costituzione è un concetto astratto.
La scuola non è la famiglia
“Gli insegnanti inculcano ai ragazzi valori diversi da quelli delle loro famiglie”. Come dire che la scuola pubblica fa esattamente quello che deve fare e lo fa bene. Se invece negli ultimi cinquant’anni avesse inculcato gli stessi valori delle famiglie, noi avremmo un Italia distrutta. Distrutta da tutto il pattume etico che, ahimé, percorre una grandissima fetta di famiglie italiane, al Nord come al Sud. La scuola è stato l’unico avamposto serio al familismo italiano, alla logica tribale, ai clan diffusi da Aosta a Pachino, ai campanilismi di tutte le specie che allignano fin dalla culla e insegnano a disprezzare chi non è del tuo stesso colore. La scuola si è messa di traverso. Maestre e maestri, professoresse e professori hanno praticato l’ascesi professionale richiesta dalla Costituzione. Sono diventati servitori dello Stato piuttosto che protesi delle famiglie. Lo hanno fatto tra luci e ombre, lo hanno fatto tra mille contraddizioni, lo hanno fatto più o meno bene, ma era chiaro a loro e a tutti che questo dovevano fare. Creare discontinuità tra l’ethos pubblico ed il familismo amorale diffuso, nutrito di stereotipi, razzismi di bassa lega e pulsioni viscerali da stadio. Gli insegnanti hanno inculcato ai ragazzi valori diversi da quelli delle loro famiglie. Sì, e devono continuare a farlo se vogliono che la scuola possa tentare di arginare l’ondata di vergognoso degrado in cui è piombata l’Italia di questi anni. Valori diversi. Sì, valori che dicano che lo spirito pubblico non è la somma dei condomini di una città. Lo spirito pubblico non è la somma dei cenacoli domestici. Lo spirito pubblico è il cemento che dice a ciascuno di noi che per vivere civilmente insieme è necessario tagliare un pezzetto di spirito familiare. E questo si impara a scuola. In quel luogo, cioè, che a chi dice “bastardo, devi morire” a chi non la pensa come la tua famiglia, risponde col cartellino rosso. E se a qualcuno oggi dispiace questo cartellino rosso, e si capisce bene perché gli dispiace, vuol dire che la scuola sgarrupata forse sta ancora facendo il proprio dovere.
Aspettando Invalsi
Invalsi, ente deputato al controllo degli apprendimenti degli studenti su tutto il territorio nazionale, è cartina al tornasole della condizione generale dei nostri ordinamenti scolastici. Dal 2000 abbiamo l’autonomia di elaborare un curricolo di scuola. Essa supponeva un chiaro quadro di traguardi formativi delineati dal centro. Il curricolo avrebbe costituito la modalità della specifica scuola di organizzare la didattica al fine di raggiungere quei traguardi. Il centro avrebbe avocato a sé la prerogativa di valutare periodicamente gli esiti sul territorio nazionale. Invalsi sarebbe stato funzionale a questa prospettiva. Sacrosanto. In condizioni normali, di stabilità ordinamentale, sacrosanto. Chi oggi parla di Invalsi, anche tra gli insegnanti più avveduti, si esprime correttamente su questa filosofia di fondo della valutazione esterna. In buona fede, con competenza, con sensibilità, con dedizione. Come fa recentemente Marina Usala sul sito di Education 2.0.
C’è però un gigantesco MA, che non può sfuggire a nessuno di noi perché nessuno di noi somiglia al Candido di Voltaire. Il centro ci ha propinato dieci anni di balletti tra indirizzi De Mauro, piani personalizzati Moratti, indicazioni e assi culturali Fioroni, indicazioni e linee-guida Gelmini. Il centro ha proposto, sul piano pedagogico, una sola cosa: il caos concettuale e terminologico. Le autonomie scolastiche, necessariamente, hanno risposto col fai da te perché gli insegnanti sono sempre meglio dei decisori politici. Si fa italiano, matematica, scienze come meglio riesce da Aosta a Canicattì. Tenuta del centro: zero. Tenuta delle scuole: si salvi chi può. Il centro propone il caos e poi vuole controllare il modo in cui le scuole hanno aderito al caos. Invalsi è la barzelletta del centro che va a scrutare se i ragazzini di Vigevano e quelli di Caltanissetta hanno raggiunto le competenze in questo e in quell’altro. Risposte a crocetta (solo prodotto, niente processo), punteggi, graduatorie. Trionfo della Certezza sull’Interpretazione che è madre della Valutazione. I professori, che fin qui hanno fatto il meglio che potevano, si lanciano sull’editoria che prepara ai quiz e curvano la loro didattica alla faccia dei contesti specifici. Quell’editoria, di fatto, dice agli insegnanti quel che si deve fare in classe. Altro che autonomia. Nessuno lo sa quel che si deve fare in classe perché la normativa è molteplice e caotica. Lo decideranno gli autori di Mondadori, Palumbo, Le Monnier, Loescher, De Agostini.
Invalsi non ha idea né di come impara un ragazzino a Borgo Nuovo né di quel che è necessario preliminarmente a Borgo Nuovo perché uno possa entrare in aula e fare “lezione”. Invalsi controlla e valuta, attende il cadavere lungo il fiume, ma il fiume è ammorbato alla sorgente da chi manda Invalsi. Chi manda Invalsi non ha alcun interesse a che il ragazzino di Borgo Nuovo impari. Quindi a Borgo Nuovo si insegnerà a superare lo scoglio Invalsi e arrivare vivi a valle del fiume. I Lorenzo Milani che operano lì si attaccheranno al tram.
Invalsi, urlano i COBAS con il loro volantone che gira in questi giorni, viene legato al merito degli insegnanti. Se i ragazzini di Borgo Nuovo, a Palermo, sbagliano tutti i test Invalsi a fronte della circostanza “meritoria” che un certo modo di impostare il curricolo li ha tenuti tutti a scuola, cosa vorrà dire? Che quegli insegnanti sono “demeritevoli” perché hanno sbagliato l’impostazione del curricolo e i conseguenti criteri di valutazione? Perché hanno abbassato troppo l’asticella? Invalsi ha il compito di tenere l’asticella alla stessa altezza per tutti? Bene. Ma il centro è riuscito a riequilibrare le condizioni di lavoro di Palermo rispetto a quelle di Perugia o di Forlì? Allo stato attuale delle cose, chi sarà meritevole, oggi, in Italia?
