Aspettando Invalsi

Invalsi, ente deputato al controllo degli apprendimenti degli studenti su tutto il territorio nazionale, è cartina al tornasole della condizione generale dei nostri ordinamenti scolastici. Dal 2000 abbiamo l’autonomia di elaborare un curricolo di scuola. Essa supponeva un chiaro quadro di traguardi formativi delineati dal centro. Il curricolo avrebbe costituito la modalità della specifica scuola di organizzare la didattica al fine di raggiungere quei traguardi. Il centro avrebbe avocato a sé la prerogativa di valutare periodicamente gli esiti sul territorio nazionale. Invalsi sarebbe stato funzionale a questa prospettiva. Sacrosanto. In condizioni normali, di stabilità ordinamentale, sacrosanto. Chi oggi parla di Invalsi, anche tra gli insegnanti più avveduti, si esprime correttamente su questa filosofia di fondo della valutazione esterna. In buona fede, con competenza, con sensibilità, con dedizione. Come fa recentemente Marina Usala sul sito di Education 2.0.

C’è però un gigantesco MA, che non può sfuggire a nessuno di noi perché nessuno di noi somiglia al Candido di Voltaire. Il centro ci ha propinato dieci anni di balletti tra indirizzi De Mauro, piani personalizzati Moratti, indicazioni e assi culturali Fioroni, indicazioni e linee-guida Gelmini. Il centro ha proposto, sul piano pedagogico, una sola cosa: il caos concettuale e terminologico. Le autonomie scolastiche, necessariamente, hanno risposto col fai da te perché gli insegnanti sono sempre meglio dei decisori politici. Si fa italiano, matematica, scienze come meglio riesce da Aosta a Canicattì. Tenuta del centro: zero. Tenuta delle scuole: si salvi chi può. Il centro propone il caos e poi vuole controllare il modo in cui le scuole hanno aderito al caos. Invalsi è la barzelletta del centro che va a scrutare se i ragazzini di Vigevano e quelli di Caltanissetta hanno raggiunto le competenze in questo e in quell’altro. Risposte a crocetta (solo prodotto, niente processo), punteggi, graduatorie. Trionfo della Certezza sull’Interpretazione che è madre della Valutazione. I professori, che fin qui hanno fatto il meglio che potevano, si lanciano sull’editoria che prepara ai quiz e curvano la loro didattica alla faccia dei contesti specifici. Quell’editoria, di fatto, dice agli insegnanti quel che si deve fare in classe. Altro che autonomia. Nessuno lo sa quel che si deve fare in classe perché la normativa è molteplice e caotica. Lo decideranno gli autori di Mondadori, Palumbo, Le Monnier, Loescher, De Agostini.

Invalsi non ha idea né di come impara un ragazzino a Borgo Nuovo né di quel che è necessario preliminarmente a Borgo Nuovo perché uno possa entrare in aula e fare “lezione”. Invalsi controlla e valuta, attende il cadavere lungo il fiume, ma il fiume è ammorbato alla sorgente da chi manda Invalsi. Chi manda Invalsi non ha alcun interesse a che il ragazzino di Borgo Nuovo impari. Quindi a Borgo Nuovo si insegnerà a superare lo scoglio Invalsi e arrivare vivi a valle del fiume. I Lorenzo Milani che operano lì si attaccheranno al tram.

Invalsi, urlano i COBAS con il loro volantone che gira in questi giorni, viene legato al merito degli insegnanti. Se i ragazzini di Borgo Nuovo, a Palermo, sbagliano tutti i test Invalsi a fronte della circostanza “meritoria” che un certo modo di impostare il curricolo li ha tenuti tutti a scuola, cosa vorrà dire? Che quegli insegnanti sono “demeritevoli” perché hanno sbagliato l’impostazione del curricolo e i conseguenti criteri di valutazione? Perché hanno abbassato troppo l’asticella? Invalsi ha il compito di tenere l’asticella alla stessa altezza per tutti? Bene. Ma il centro è riuscito a riequilibrare le condizioni di lavoro di Palermo rispetto a quelle di Perugia o di Forlì? Allo stato attuale delle cose, chi sarà meritevole, oggi, in Italia?

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Insegnante, blogger di servizio

Pubblicato il febbraio 20, 2011 su Educazione e scuola. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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