Archivio dell'autore: Muraglia
Due città in una


L’immagine della ragazza condotta al Foro Italico e violentata dal branco – accade a Palermo qualche giorno fa – fa rabbia. E alla rabbia si associa la sensazione di vivere in una città che in realtà sono due. Cos’hanno in comune i balordi stupratori che fanno la movida alla Vucciria con la Palermo acculturata che a pochi metri di distanza va al teatro Biondo? Cos’hanno in comune i criminali incendiari di Monte Pellegrino con i frequentatori delle conferenze che si tengono ai Cantieri Culturali alla Zisa? Ogni giorno vanno in scena due città che in comune non hanno niente perché i rispettivi sistemi politici, culturali ed educativi non si incontrano. Ogni giorno le due città convivono detestandosi, perché nessuno può negare che mentre la Palermo cosiddetta “bene” ha il problema di proteggersi da delinquenti di ogni ordine e grado (non esclusi figli di papà deviati), la platea di questi ultimi, portatrice di disagi mai risolti – e mai seriamente affrontati – si aggira per la città in cerca di espedienti, quando non di prede, per riempire il vuoto dell’esistenza.
Quando una ragazza viene violentata, un barbone viene ucciso, una montagna viene incendiata, una persona fragile viene maltrattata, un migrante insultato, una coppia di omosessuali discriminata, la città colta discute perché ha gli strumenti culturali per farlo. Proliferano a Palermo conferenze, dibattiti, articoli, sit-in in cui la città colta si indigna, riflette e approfondisce. Ogni giorno i social che ospitano gli acculturati discutono questioni serissime che riguardano proprio i nostri infami concittadini impegnati a distruggere la vita di qualche ragazza, vandalizzare scuole o far scempio di beni culturali e paesaggistici. Ma la città della cultura non li sfiora. Ma di che parlano questi? Di diritti umani, di ambiente, di discriminazione. Ma che sono ste cose?
A Palermo la pentola a pressione del disagio (sociale o esistenziale che sia) esplode tutte le volte in cui la voglia di sballo supera il confine della legalità e del rispetto umano, com’è avvenuto nel caso del branco di stupratori che ha agito nell’indifferenza generale. Ha fatto giustamente impressione l’indifferenza generale. A me fa molta più impressione l’assoluta incomunicabilità quotidiana delle due città, che apparterebbero allo stesso Comune ma che in comune hanno soltanto i certificati di residenza. Lo scandalo sta nell’impossibilità che le due città si integrino, che le élites culturali dell’una riescano a dire qualcosa che abbia un senso anche per l’altra. Che si crei, appunto, una cittadinanza comune.
Questo stesso articolo è tutto interno ad una delle due città, ed il suo autore fa parte probabilmente delle élites culturali che celebrano i loro rituali, ma avverte l’urgenza di immaginare le necessarie mediazioni culturali ed educative per intercettare l’altra città. Viene in mente la geniale intuizione dei classici in strada. Occorre però capire di quale strada si parla e soprattutto chi la frequenta in quelle occasioni. Occorre capire se, quando la città colta va in strada, in quella strada ci vada anche qualche pezzo dell’altra città. O piuttosto in quei casi non si verifichi il paradosso della ghettizzazione della città colta. Non si tratta di tracciare una linea manichea tra la città dei buoni e quella dei cattivi o tra la città dei colti e quella degli ignoranti. Si tratta di riconoscere che il solco scavato tra le due città è constatabile ogni giorno leggendo la cronaca. Una città agisce più o meno indisturbata, l’altra si indigna. Una città fa le analisi, l’altra la ignora.
Non è un solco riconducibile necessariamente alla differenza di status socioeconomico. Il confine è di altra natura, e separa quelli che vanno a teatro, al cinema, ai concerti, alle presentazioni dei libri, alle mostre, da quelli che di tutta questa roba non sanno che farsene, quale che sia il loro portafogli. E non sanno che farsene o perché sono stretti dal bisogno o stritolati dal consumismo becero o divorati dalla noia figlia della sazietà. Ogni giorno ciascuna delle due città recita la propria liturgia che l’altra detesta, né la politica riesce a fare quello che le spetterebbe in quanto “terzo” istituzionale, cioè costruire le condizioni valoriali per riconoscersi appartenenti ad un destino comune.
La politica non può assumersi un compito del genere perché, al di là delle indignazioni di facciata ad impatto mediatico, non ha legami profondi con nessuna delle due città. All’una offre la propria sponda di immagine per celebrare gli eventi culturali, all’altra il proprio potere clientelare. Non è amata da nessuna delle due. Il nostro sindaco che invoca l’etica pubblica ma sa benissimo che ad essa deve contribuire in maniera decisiva la classe dirigente, amministrando bene e dando esempio diffuso di integrità e serietà.
Murgia superstar? Ma la libertà non è una passeggiata

La scomparsa di Michela Murgia, come avviene di solito per tutte e tutti coloro che pongono un segno riconoscibile nel discorso pubblico, ha generato articoli e commenti sulle testate giornalistiche, dibattiti anche aspri sui social ed in generale espressioni di stima anche da parte di aree intellettuali a lei avverse. Non essendo un esperto di Murgia, perché non ho mai letto alcun suo libro, ma seguendola qua e là nel dibattito pubblico, ho cercato di rendermi conto di quale fosse (e ancora sia mentre scrivo) la posta in gioco delle celebrazioni o, per meglio dire, la valenza politica del segno da lei lasciato.
Mi è subito parso chiaro che la vita di questa donna è stata un inno alla libertà. E pertanto, come in tutti questi casi accade, pensiamo solo a Pasolini, è stata una vita divisiva. Ed è su questa platea di denigratori e plaudenti che vorrei soffermarmi, non ritenendomi in grado, per decenza intellettuale, di schierarmi tra gli uni o tra gli altri.
Tanto si è discusso sulla sua comunità queer, che avrebbe rappresentato la forma più alta di emancipazione intellettuale ed esistenziale, che Murgia abbia messo in atto, dallo schema familiare borghese. Non mi è sfuggito neppure il forte impegno nella direzione di un abbattimento degli stereotipi che costituiscono il brodo di coltura della violenza contro le donne.
Ho letto commenti provenienti da testate cattoliche come Avvenire, che con garbo e chiarezza hanno con evidenza manifestato rispetto ma preso le distanze dall’impostazione data da Murgia ai legami familiari. Niente di nuovo. Cosa deve scrivere Avvenire? Curiosamente queste prese di distanze vanno a braccetto con analoghe prese di distanze di loschi figuri della politica cui della famiglia cristiana non frega un tubo e usano il vangelo e la fede per farsi i propri comodi elettorali e aumentare consenso. Questo è squallore. Non Avvenire.
Tuttavia ho la sensazione che anche tanti plaudenti, che ad esempio inneggiano alla diffusione del Murgia-pensiero nelle scuole, siano mossi più da un’estetica social-chic che da reale e praticata sintonia di vedute o comunanza di pratiche in tema di libertà e di abbattimento degli schemi familiari legati al sangue e ai ruoli. Deliziose signore da apericena e selfie in gommone maritate in chiesa e rigorosamente eterosessuali e monomaschili sproloquiano sulla libertà di Michela Murgia probabilmente non avendo ben letto le coordinate della propria vita, le scelte compiute, la sequenza dei no alla libertà che la loro vita testimonia. Anche qui un po’ di misura e di decenza intellettuale non guasterebbe.
Il familismo italiano è ben celebre. Nella vita di tutti i giorni è constatabile il filo spinato eretto in tantissime famiglie borghesi tra familiari e parenti da un lato ed “estranei” dall’altro. Arruolarsi nell’esercito di Murgia solo in chiacchiera social-chic senza aver vissuto concretamente l’esperienza della comunità d’amore i cui confini non sono legati ai ruoli, mi pare operazione piuttosto banale. Forse a qualcuna o qualcuno che resta sedotto dallo schema-Murgia occorrerebbe spiegare le complesse dinamiche istituite da un’impostazione di questo genere, di cui si rischia di vedere soltanto una forma di libertà new age cui proiettare le proprie frustrazioni da ordinaria routine familiare.
Personalmente guardo con simpatia e ammirazione a quel modello di comunità, che rievoca – i cattolici lo dovrebbero sapere, se ancora aprono le Scritture – la relativizzazione dei legami familiari compiuta dallo stesso Gesù di Nazareth nel corso della sua predicazione. Non è il mio modello, perché ho fatto scelte diverse, perché ho seguito un’impostazione più borghese forse per scarso coraggio e debolezza di letture, ma proprio per questo adotto un profilo basso nell’urlare la mia adesione incondizionata al Murgia-pensiero e prendo le distanze dalle facili adesioni ed esaltazioni, perché la vita di Michela Murgia è stata scomoda, molto scomoda, mentre la vita delle inneggiatrici e degli inneggiatori alla libertà non mi appare spesso altrettanto scomoda.
Una parola sull’educazione e sulla scuola. Il pensiero di Murgia a scuola calerebbe come l’acqua sul marmo. La scuola è un contenitore altamente conformista, in cui lo schema-base della famiglia tradizionale raramente è messo in discussione. Il blocco genitori-docenti su questo è molto meno discontinuo di quanto facciano pensare le lamentele dei docenti nei confronti dei genitori. Sono pesci che si fronteggiano dentro lo stesso acquario, in cui Murgia non entrerebbe mai. Non c’è libertà di pensiero nelle scuole, solo uno schema esecutivo top-down che il ceto impiegatizio dei docenti ha la preoccupazione di mettere in atto. Se fosse stata una docente che interviene in un Collegio, Murgia sarebbe stata subito emarginata e richiamata all’ordine da qualche zelante dirigente ventriloquo del Ministero. Inutile prendersi per i fondelli e sognare libertà dove non c’è.
In conclusione, prima di inneggiare alla libertà ci si chieda che cosa vuol dire essere realmente liberi e si sia capaci di riconoscere che la libertà di tutti è molto ridotta, ed i coraggiosi alla Pasolini, alla Saviano e alla Murgia (senza scomodare Gesù, Socrate o Gandhi) si contano sulle dita di una mano. Tutte e tutti commossi al funerale di Murgia e poi tutti a casuccia col cagnolino in salotto, il maritino che nessuna mi deve toccare ed i figli, se ci sono, attorno al focolare domestico, meglio se frequentano ragazzi “sistemati”. Essere donne come Murgia non è facile. Occorre molta ascesi, molto lavoro su se stesse, molte scelte coraggiose, poca comfort zone. Appunto, molta libertà. Cose serie.
Dante, la scienza e l’immanenza

Matto è chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.
State contenti, umana gente, al quia;
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria;
e disïar vedeste sanza frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch’etternalmente è dato lor per lutto
(Purg. III, 34-42)
La scienza di Dante comprende le sole cose che vediamo e tocchiamo, insomma l’arredo materiale del mondo. Nessun sospetto riguardo alle cose dentro alle cose, l’immensamente piccolo, o alle cose sopra le cose, l’immensamente grande. E poiché il poeta rappresenta una gigantesca cassa di risonanza delle conoscenze del suo tempo, e dei tempi che lo hanno preceduto, dobbiamo credere che nessuno sia stato sfiorato allora dall’idea di un mondo dentro le cose o sopra le cose. La Terra è una sfera per metà coperta dalle acque e per l’altra metà costituita di terre emerse sotto un cielo stellato fisso e immobile, e dobbiamo immaginare che questo fosse sufficiente a soddisfare le menti degli uomini e delle donne del tempo. Cosa è successo, dunque, che ci ha fatto sollevare gli occhi verso il firmamento e affondare lo sguardo nelle viscere delle cose stesse? Quale terremoto ci ha affrancato dall’ignoranza più fitta e dall’ancor più pericolosa presunzione di sapere? Non certo l’approfondimento dei misteri teologici e della loro complicatissima veste dottrinaria, ma proprio l’inquietudine tutta umana che non ci fa “stare contenti” al quia: una capacità di vedere le stesse cose di sempre come trasparenti e trasfigurate, e di imbarcarsi in una serie nutrita di “folli voli” (Inf. XXVI, 112-126): una terrena ribellione al già deciso e destinato; una natura che oltre alla pura e semplice ferinità ci permetta la messa in prospettiva, la comparazione e l’astrazione, il misurare e il far di conto, senza farci perdere l’inclinazione a leggere Dante e ad ammirare Brunelleschi. Proprio in considerazione della sublimità della Commedia possiamo soffermarci per un attimo a considerare quale immane cammino abbiamo percorso e quale rivoluzione abbia stravolto dalle fondamenta la nostra umile immanenza. Senza alcun bisogno di trascendenza.
Che leggo quest’estate?




Spesso mi viene chiesto “Cosa hai letto?”, “Cosa stai leggendo”? Provo a dare quattro suggerimenti estivi, di cui tre per chiunque mediamente istruito ed un quarto anche per chi si interessa o opera a scuola ma non da impiegato.
In breve sintesi il perché.
Il romanzo di Daniela Gambino “Due fuori luogo” mette in scena fragilità, disadattamento, tossicità all’interno di una cornice narrativa in cui il tema sentimentale deve fare i conti con l’analfabetismo emotivo. La storia di due siciliani trapiantati al Nord col Sud nella testa e nel cuore che si sforzano di imparare ad amarsi.
Il saggio di Tomaso Montanari “Se amore guarda” è una boccata d’ossigeno su quel che vuol dire vivere con emozione la bellezza del patrimonio culturale. Considero questo libro un miracolo di bellezza e di entusiasmo estetico e civile. Montanari qua dà davvero il meglio di sé e fa venir voglia di amare e toccare tutto quel che ci precede.
Il racconto di Eric-Emmanuel Schmit “Il figlio di Noè” è un capolavoro di intensità narrativa dentro la tragedia della Shoà. L’autore, ex bambino ebreo salvato da un prete cattolico, non offre soltanto storia, ma sapienza umana a trecentosessanta gradi. Si legge d’un fiato.
Infine il saggio “La scuola al bivio” di Massimo Baldacci per chi non vuole rassegnarsi alla scuola della produttività della rendicontazione delle classifiche e dell’apparato neoliberistico. Anche questa una boccata d’ossigeno ed un’obiezione intellettuale decisiva per tutti coloro che non ci aggiriamo dentro le scuole solo per eseguire la circolare ministeriale ma per tenere vivo il pensiero critico.
In tutti e quattro c’è sentimento. Chi scrive palpita. In tempi di passioni tristissime, non è cattiva notizia.
Tracce d’Esame: non sto nel coro

La platea degli oppositori all’attuale governo tuona scandalizzata dai media e dai social per le tracce d’esame di prima prova proposte agli studenti. Se ne sono lette di tutti i colori, si sono viste vesti stracciate e si è gridato allo scandalo. Ho letto e riletto le tracce più volte, le ho pure commentate pubblicamente a richiesta della rivista del CIDI Insegnare, ma al frastuono generale non riesco ad unirmi per quanto desideri farlo perché anche a me questo governo e questo ministero non piacciono. E non ne faccio mistero pubblicamente. Ma qualcosa mi rende impossibile imbracciare anche la mia lancia con le altre: si chiama onestà intellettuale. Cioè non volere venir meno all’intelligenza incondizionata.
Dai loro siti gli studenti si sono altresì lamentati. Ma non ci hanno messo niente di quel che invece gli adulti hanno messo. Hanno solo rilevato che non si aspettavano quelle tracce, senza scomodare ideologie, maschilismi, passatismi, arcaismi e altro armamentario di cui si è letto. Hanno persino dichiarato che quelle tracce rispetterebbero le Indicazioni Nazionali (Quasimodo, Moravia), ma quegli autori a scuola magari non si trattano. Rilievi didattici, non politici.
Si è rilevato che solo uno su dieci sarebbe stato in grado di fare tutte le tracce. E che c’è di strano? Quando mai è stato diverso? Le tracce sono sette perché si scelga, e si scarta proprio ciò che non ci si sente in grado di fare. Perché non calcolare invece quanti studenti non avrebbero saputo farne alcuna? A vedere le percentuali non pare che gli studenti si siano concentrati solo su una o due.
Diverse colleghe e colleghi, non militanti, non politicizzati forse, mi hanno scritto che dal loro punto di vista si trattava di tracce praticabili. Forse si tratta di una platea silenziosa incapace di cogliere le diavolerie ideologiche dei tecnici ministeriali. Dico la verità: mi piace far parte di questa platea. Chiamatemi ingenuo. Io ho visto essenzialmente quattro cose:
- Il ridicolo della traccia C1 con la lettera degli intellettuali a Bianchi. Bastava ignorarla. Ma tutti questi difensori di Bianchi al tempo di Bianchi non si erano visti. Anzi.
- La sorpresa positiva del concetto di nazione di Chabod, decisamente più evoluto rispetto a quello del governo. La nazione non è fine a se stessa. L’Europa e l’Umanità sono il suo orizzonte di riferimento. Meloni?
- L’altra sorpresa positiva dell’utilizzo di un articolo di Repubblica, che non mi pare sostenga questo governo.
- L’innocenza sostanziale delle altre tracce, che potevano prestarsi a trattazioni banali o intelligenti. In tutte c’era campo di esibire intelligenza, cultura e capacità di scrittura. Non mi pare che Piero Angela fosse un intellettuale di destra e che scrivesse fregnacce, e non mi pare che la Fallaci, che invece con la destra qualche rapporto l’aveva, volesse in quel testo fare apologia di totalitarismi di destra. Senza considerare Moravia, che militò nel PCI.
Insomma, qualcosa, quando vedo l’indignazione delle mie compagne e compagni di sinistra, non mi torna. Nell’insieme non ho visto quest’anno insulsaggini superiori a quelle che ho visto in tutti questi anni, in cui nelle tracce c’era di tutto e di più, e non erano soltanto governi di destra.
Di più: chi qui scrive ha tuonato davvero quando è venuta fuori la madre delle insulsaggini, cioè il colloquio sancito dalla nuova formula di esame (2018-2019, dlgs 62/2017) che bandiva la terza prova e creava lo spezzatino nientologico condito da improbabili documenti misteriosi da commentare e collegamenti patetici tra gli argomenti trattati. Il tutto per autorizzare nelle programmazioni coordinate il delirio delle tematiche trasversali, sedativo che non fa avvertire a molti il dolore delle proprie carenze disciplinari. Per scippare dalle mani degli studenti la tesina sono spuntate le buste, l’elaborato introduttivo e altra materia risibile. Di urla se ne sono viste poche: governi di marca PD. O Fedeli/Gentiloni stavano a destra?
Noi insegniamo ai nostri ragazzi la cittadinanza, la laicità e l’argomentazione. Significa criticare senza risparmio laddove un’evidenza si impone al nostro punto di vista come becera (vedi educazione civica, tutor, voti numerici e altre facezie). Ma non significa aspettare al varco l’avversario e colpire qualsiasi cosa dica o faccia. Non è un buon viatico educativo, perché rende le vacche tutte nere come di notte.
Il CIDI di Palermo festeggia la didattica
Ieri il CIDI di Palermo, presso l’IC “Rita Borsellino”, ha realizzato la sua annuale giornata del curricolo. Tante e tanti docenti si sono presentati per raccontare le loro esperienze didattiche o per ascoltarle. Coinvolto ogni ordine e grado di studi e ogni area del sapere. Un pomeriggio pieno di spunti, riflessioni, condivisioni. Ne verrebbe fuori un libro, se si radunasse l’immensa ricchezza prodotta. Le sessioni parallele, coordinate da Agata Gueli, Luigi Menna e Viviana Conti, sono state precedute da due interventi-cornice di Caterina Gammaldi e Maurizio Muraglia. Hanno introdotto i lavori la presidente nazionale Valentina Chinnici e la presidente del CIDI di Palermo Daniela Sortino. Accoglienza perfetta della scuola e della sua DS Lucia Sorce.
E’ stata davvero la festa della didattica vera e viva.




















Montanari è competente ma detesta la competenza…

A Palermo ieri tanti di noi, grazie ai fratelli editori Palumbo, hanno avuto il privilegio di ascoltare Tomaso Montanari e Pietro Cataldi su un tema di grande fascino, l’educazione sentimentale e la vita interiore tra arte e letteratura. Davvero si è trattato di un evento capace di suscitare tante riflessioni, soprattutto tra chi ha compiti educativi e di insegnamento a scuola, e tanti ce n’erano a Palazzo Steri. Montanari e Cataldi magnifici. Profondi. Coinvolgenti.
Montanari è un grande esperto d’arte. E Cataldi di letteratura. Nessuno avrebbe avuto dubbi in sala a definire entrambi due persone competenti. Senza virgolette. Competenti. Ciascuno di loro parlava di ciò che conosceva e padroneggiava. Di più: ne parlava in modo coinvolgente. Questo è avvenuto perché hanno costruito nel tempo una competenza almeno ternaria: disciplinare, culturale, comunicativa.
Ma Montanari non se n’è accorto. Appena ne ha avuto la possibilità ha cominciato a rifriggere la solita frittata delle competenze al servizio del capitale umano, delle competenze nemiche delle conoscenze, delle competenze misurabili e di tutto quel repertorio di luoghi comuni già somministratoci nel tempo da coloro che si indignerebbero certamente se qualche pedagogista o qualche insegnante si mettesse a discettare di psicanalisi o di filosofia. Eppure la filiera dei Morelli, dei Recalcati e dei Galimberti adesso annovera anche il professor Montanari. Finita la spiritualità, l’arte e la cultura, è iniziata la paccottiglia dell’accademia che discetta di apprendimento scolastico davanti a docenti osannanti. Un assist involontario ovviamente a coloro, tra i presenti, che sono orientati alla cultura disinteressata e “contemplativa” (che nelle classi scolastiche vuol dire astratta e pedante). Cioè proprio coloro a cui i due relatori non erano interessati a rivolgersi. Eterogenesi dei fini.
Giustamente Montanari lamenta l’attitudine a confinare gli esperti che trattano di politica e cittadinanza nel chiuso delle proprie discipline. Ma l’esperto che esonda deve anch’egli avere una sua deontologia intellettuale. Se no finisce a dilettantismo. Dunque, piuttosto che chiedere a chi ne sa più di lui – come farebbe chi ne sa meno di lui di storia dell’arte – quale accezione assume il concetto di competenza in ambito pedagogico e culturale – e magari anche tentare una via per cambiare nomen ad una res che però lui possiede e tutti ci auguriamo che gli alunni possiedano – egli invita i docenti addirittura all’obiezione di coscienza. Che ci vorrebbe davvero, ma non verso le competenze, bensì verso la burocrazia inutile, la medicalizzazione del disagio scolastico, la messinscena dell’ educazione civica a 33 ore e dei tutor orientativi a 30 ore. Per fortuna, quando egli era studente, i suoi docenti non fecero obiezione di coscienza sulle competenze. E costruirono la sua, di competenza. Che mi porterà in libreria a comprare il suo ultimo libro sull’arte.
Ma qualcuno la democrazia nelle scuole l’ha vista?

Non c’è niente di più complicato che praticare la resistenza in tempi di libertà. A me il 25 aprile fa pensare questo. È vero, come diceva Troisi, a proposito del Miracolo: c’è Liberazione e liberazione. Ma pensare alla seconda non è anche un buon modo per celebrare la prima? E in che misura la scuola è coinvolta in questo discorso? Rileggendo in questi giorni per l’ennesima volta la Lettera a una professoressa degli allievi di don Milani, la cui nascita risale a cento anni fa, ho rivisto quanto quel testo trasuda di resistenza e di desiderio di liberazione. Eppure nel 1967 non c’era più la dittatura. Qualcosa non torna? Si può quindi parlare di resistenza in tempi di libertà?
Michele Serra chiamava il suo “Cuore” settimanale di resistenza umana. Ecco, resistenza umana. La scuola di oggi sembra avere dimenticato la resistenza umana forse perché non si accorge più di quel che accade. Prendiamo le ultime sparate ministeriali, di un Ministero appartenente ad una libera Repubblica democratica. Finita la sbornia del 25 aprile tutte le scuole torneranno ad adoperarsi per trovare i docenti orientatori e i docenti tutor. Difficile immaginare che all’interno delle scuole si sia avviata una riflessione collegiale sul significato di questa novità. Nelle scuole non si discute più ormai. Si esegue. Altro che resistenza e liberazione. Qui manca il prerequisito di entrambe: la libera discussione democratica.
La vicenda dell’Educazione civica e del docente tutor sono esemplari. I dirigenti scolastici, che pure in molti casi sono figure di gran spessore intellettuale e civile, non hanno altra chance che essere mere cinghie di trasmissione nel veicolare le decisioni ministeriali a Collegi che le recepiscono senza discutere. Al più, si adoperano per favorire ricezioni intelligenti dell’Insensatezza. Ma nella sostanza il sistema è feudale, dal ministro ai direttori regionali con i loro dirigenti tecnici comandati che producono slides e visite ispettive, ai dirigenti scolastici, per finire ai docenti, proletariato intellettuale esecutore. Dov’è la libertà? Quando all’interno di un Collegio qualcuno tenta di avviare una discussione nel merito di una misura ministeriale scatta la clessidra. Quando non peggio. Nelle sale professori idem. Il desiderio comune è quello di star quieti. La maggior parte dei docenti non ha voglia di ragionare su ciò che “si deve fare”. Nella fattispecie, la questione del tutor è soltanto un adempimento. Occorre soltanto trovare le disponibilità. È uscita la circolare con la masticazione del decreto ministeriale fatta dal dirigente. Cosa vuoi discutere.
Cosa poi debba fare un tutor non è chiaro a nessuno. E non sorprende. Perché in realtà non è chiaro cosa si debba fare per “orientare”. Ogni alunno, nel momento in cui mette piede in un’aula scolastica, deve studiare insieme ad altri compagni. Si trova davanti insegnanti e saperi scolastici. E deve capire qual è la sua via. Per la verità, fino alla terza media c’è poco da capire la via. Tutti insieme appassionatamente. La questione si pone alla fine del primo ciclo ed ha a che fare, ancora, con i saperi e con le capacità che l’allievo va acquisendo. Dunque con gli insegnanti di quell’allievo, che si riuniscono periodicamente per fare il punto sulla situazione degli apprendimenti. Sono essi che intrattengono un rapporto “orientativo” con l’allievo. Sulla base dei saperi, di fronte ai quali ogni allievo misura le proprie inclinazioni favorevoli. Oppure il proprio odio. A seconda di chi va in cattedra. Le famiglie c’entrano molto poco. Non sono addette ai lavori, lo diventano quando chi lo dovrebbe essere non è all’altezza. Sanno tutti che basta insegnare con serietà e competenza, rendendo operativo e vitale il rapporto con i saperi, perché l’allievo non si senta “disorientato”. Lo sanno anche al Ministero. Ma arrivano soldi. E vanno spesi. Un po’ di prosopopea e di paccottiglia pedagogica di contorno ed ecco il tutor bell’e fatto.
Si dice che la scuola sia maestra di democrazia ma è solo retorica, perché non esistono le condizioni per insegnarla o praticarla in classe, e non esistono perché chi non la pratica non la può insegnare. Ancora il voto di condotta si abbassa se l’allievo è impertinente e la dice sul muso al docente. La rivalsa. Altro che 25 aprile.
Insomma, mai come in quest’epoca la democrazia interna alle scuole ha toccato il fondo. Mai come in quest’epoca è assente ogni forma di resistenza di fronte a misure insensate, incompetenti, inessenziali. Le ultime significative obiezioni di coscienza interne alle scuole risalgono al portfolio del 2004 e al bonus premiale del 2015. L’uno e l’altro infatti sono stati affossati in virtù di prese di posizioni forti. Questioni educative di grande portata, quali l’inclusione, il merito, la cittadinanza o l’orientamento, sono ridotte a certificazioni da compilare per sedare le famiglie oppure a numero di ore da dichiarare, 33 di educazione civica, 30 di orientamento. Banalità pedagogiche. L’educazione ridotta a Burocrazia ed Adempimento. Altro che festa della Liberazione. Questa è la festa della Sudditanza. Nessuna Greta Thunberg della scuola all’orizzonte. Si naviga a vista. Buon 25 aprile.