Chi ha paura delle famiglie a scuola?

001Il giovanissimo (trentatreenne) scrittore Paolo Di Paolo commenta su “Repubblica” del 17 settembre scorso la lettera provocatoria che il Dirigente del Liceo Scientifico “Fermi” di Bologna ha inviato ai genitori per inaugurare l’anno scolastico. Questa conteneva un decalogo, ironicamente concepito, volto a far fallire la scuola. Alcuni comandamenti di questo decalogo: “Evitate di parlare con i docenti” “Credete loro (sc. ai figli) anche contro l’evidenza” “Giustificateli sempre e comunque” e via discorrendo. Non li enuncio tutti perché si sarà compreso il malessere che soggiace a questo tipo di elaborazioni. Nelle intenzioni del Dirigente c’era evidentemente il desiderio di “educare” i genitori a non oltrepassare il confine che suddivide le pertinenze tra scuola e famiglia e quindi ad intrattenere con la scuola un rapporto collaborativo.

Il giovane scrittore Paolo Di Paolo, che parla di alleanza trasformata in “guerra aperta”, commenta la lettera argomentando come segue. In prima battuta, enuncia tutti i mali della scuola di cui la scuola stessa sarebbe incolpevole accentuando la mortificazione sociale dei docenti, che sarebbero diventati dei “perdenti” di fronte ad un’ “ignoranza sempre più arrogante e rumorosa”. Molti genitori entrerebbero “a gamba tesa” e farebbero “invasione di campo” anziché restare, come dovrebbero “al bordo”. E’ notevole, per inciso, che quel Dirigente avesse parlato di “minoranza” affermando addirittura che il dialogo con le famiglie dei suoi alunni sarebbe ottimo. Quindi il commentatore, che non è mai entrato né in una classe né in un’aula professori, né ha mai partecipato ad un collegio dei docenti o ad un consiglio di classe, può affermare che questi genitori compromettono “non solo il sereno lavoro dei docenti – valido, efficace o no che sia (sic!) -, ma soprattutto il loro rapporto con gli alunni, riducendolo a un conflitto permanente”.

Considerazioni di un docente che è anche genitore.

  1. Non conosco un docente che faccia il suo lavoro in scienza e coscienza e che abbia un cattivo rapporto con le famiglie. Io non credo di essere particolarmente bravo ma in ventinove anni di carriera si contano sulle dita di una mano gli screzi con qualche famiglia.
  2. Non capisco perché stia in inciso la circostanza che il lavoro docente possa essere valido ed efficace oppure no. Il commentatore auspica che non si disturbi il manovratore qualsiasi cosa faccia? Io voglio essere trattato per come svolgo il mio lavoro non perché sono un docente e basta.
  3. A nessuno è concessa l’immunità per fede e per ruolo. Il commentatore è abbastanza giovane da non far pensare che possa rimpiangere tempi che non ha vissuto, in cui obbedienza e rispetto erano riservati “a prescindere”. Piaccia o no, oggi non si può prescindere dal “contenuto”. E in una società democratica è legittimo chiedere le ragioni di un servizio come la scuola che è pubblico. Io voglio che mi si chieda conto del mio lavoro e mi si dia la possibilità di spiegare perché ho agito in un modo o in un altro.
  4. Non comprendo perché la discesa sociale del prestigio dei docenti sia soltanto colpa di “altri”. Io credo che la politica ci ha messo del suo, la società ci ha messo del suo, la famiglia ci ha messo del suo. Vero. Ma anche la scuola ci ha messo pesantemente del suo. Conosco un gran numero di docenti che presso le famiglie dei loro allievi godono di un prestigio indiscusso. Ci sarà un perché.

Il commentatore conclude il suo autorevole commento citando una lettera che un papà di Varese ha inviato agli insegnanti per giustificare il figlio che non ha fatto i compiti delle vacanze. Il genitore viene criticato perché avrebbe detto agli insegnanti che hanno nove mesi per insegnargli le nozioni e lui tre soli per insegnargli a vivere. Il giovane intellettuale si indigna perché quel papà avrebbe attribuito alla scuola il nozionismo e all’extrascuola la vita. Evidentemente in quella scuola i docenti sono amici del Di Paolo ed egli sa che lì la vita e la cultura sono un tutt’uno e di nozionismo non vi sia traccia. Scrive Di Paolo: “E’ triste che un uomo adulto pensi alla scuola come a una fabbrica di nozioni. E’ triste soprattutto per lui”. Caro Di Paolo, non fare lo snob. E soprattutto non farlo se non sai come funziona la scuola, anche se te ne fanno scrivere su un importante quotidiano nazionale. Quel papà ha solo rivendicato per il figlio il diritto di non fare compiti per tre mesi. Lo rivendico anch’io. C’è un tempo per tutto.

Non credo che si aiuti la scuola così. Tenendo i genitori al “bordo” e stando sulla difensiva. Se a fare invasioni di campo è una minoranza di genitori, vorrà pur dire che una maggioranza non ha da ridire. Ma siamo certi che la maggioranza che non ha da ridire (magari perché non ha gli strumenti culturali per ridire) possa contare su comportamenti ineccepibili dei docenti? Il Dirigente si informi meglio su quel che avviene nelle classi ed il giovane scrittore si occupi di premi letterari su cui forse ha più esperienza. La scuola qualifichi sempre di più se stessa, i docenti studino le leggi che li riguardano e coltivino meglio la loro preparazione disciplinare e psicopedagogica e vedranno che non dovranno difendersi da nessuno. Garantito.

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Insegnante, blogger di servizio

Pubblicato il settembre 18, 2016, in Cultura e società, Educazione e scuola con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 4 commenti.

  1. Non mi interessa ciò che pensa il “giovane” scrittore. Ma come insegnante con trent’anni di esperienza mi sento autorizzato ad affermare che
    1. ci devono essere limiti certi alla possibilità di ingerenza delle famiglie: nelle scelte didattiche, metodologiche e persino di argomenti svolti. La flessibilità e adattabilità, in quanto dote professionale dell’insegnante, deve riguardare – a priori – il suo rapporto con gli alunni, non quello con le famiglie. Ciò mi permette di considerare vere e proprie ingerenze indebite quelle che si verificano sempre più frequentemente, comprese quelle che riguardano il lavoro da fare con ragazzi con bisogni speciali, dove capita che le famiglie preferiscano allearsi con professionisti che emettono diagnosi fotocopia dopo aver visto un soggetto per alcune ore, magari due anni prima, invece di affidarsi ad un docente che sa ben lavorare per sviluppare il potenziale di OGNI singolo alunno, in barba a dispensazioni assegnate meccanicamente.
    2. Accade che il dirigente utilizzi una bilancia ad un solo piatto, dove mettere (attirandone sempre più) le lamentazioni di famiglie e alunni mentre le moltissime, molto spesso maggioritarie referenze e considerazioni positive vengono dimenticate o circolano esclusivamente all’interno della comunità docenti, o sotto-comunità di essi. Il solo fatto che ciò possa verificarsi, a causa del pregiudizio o della stupidità di una singola persona, ha un impatto molto grave su una comunità educante, senza paragoni in altri tipi di comunità di professionisti.
    È perciò sensato affermare che l’insegnante isolato, e anche come categoria, non abbia alleati – se non, a volte, gli studenti stessi – e risulta privo di validi mezzi per migliorare la propria professionalità (ebbene sì, essa è qualcosa che si accresce con idonee formazioni pre- e in-servizio, e non si può pretendere a priori, ed è questo il vero problema della scuola che i riformatori si ostinano a non vedere). E anche se andiamo a vedere il problema della collaborazione tra pari, questa si nutre di strumenti chiamati libertà di insegnamento e “istigazione” alla ricerca educativa, non di competizione, controlli, meriti, demeriti e bonus e corsi obbligatori. Vedasi http://cmc.ihmc.us/cmc2016papers/JariMLavonen-Keynote-CMC2016.pdf

  2. Ho letto l’articolo in questione che non mi è sembrato poi tanto male: pur se non perfettamente centrato solleva delle questioni sulle quali è giusto riflettere e comunque cerca di tenere alto il livello di aspettativa sulla scuola e di questo ne sono lieto. Sinceramente devo ammettere che negli ultimi anni ho auspicato una minore ingerenza delle famiglie in quanto spesso si manifesta come elemento resistente a qualsiasi tentativo di cambiamento. Per le famiglie spesso la scuola si riduce a quella mastrocoliana: il docente spiega, l’alunno ascolta; il docente interroga, l’alunno espone . . . vabbé… Naturalmente, va sottolineato, io parlo della scuola secondaria, laddove l’età degli alunni si avvicina, o supera, la maggiore età, e per questo ordine di scuola dovremmo veramente tutti stare attenti ad evitare qualsiasi forma di “mammizzazione” dell’insegnamento. Ad esempio mi sono rifiutato, in apertura d’anno scolastico, di avvallare la forzata redisposizione degli alunni di una classe quarta. Stiamo parlando di ragazzi di 17 anni, a me pare veramente mortificante, per me e per loro, che si debbano trattare come bambini che non riescono a capire quali sono i comportamenti base per convivere in una classe. Sono convinto che si fa loro un torto privandoli della possibilità di autodisciplinarsi e di autoregolarsi. In questo senso anche la presenza delle famiglie potrebbe, ripeto, per quelle fasce di età, essere considerata dannosa ove si sostituisca alla nascita di un autonomo senso di responsabilità degli studenti! Del resto non è, quest’ultima, una delle competenze che inseriamo sempre in qualsiasi programmazione?

  3. Esatto Carlo! C’è anche una minoranza di famiglie più sagge e lungimiranti. Ma noi non possiamo e non dobbiamo stare dietro alle loro pretese, tanto più che non sono d’accordo tra di loro e ciascuno vede solo la problematica del figlio. A livello consultivo possiamo ascoltare, e questo è quanto. Poi le decisioni le prendiamo NOI, meglio se in team, ma NOI.

  4. PS: qui non si tratta di stare sulla difensiva, ma all’attacco. Ebbene sì: noi possiamo sapere meglio dei genitori ciò di cui ha bisogno ciascun adolescente per crescere e diventare adulti autonomi e responsabili. Una di queste cose potrebbe essere proprio la debita distanza dai genitori almeno per una parte della giornata. E invece ora abbiamo registri online che spediscono l’sms in automatico a casa se poco poco non ti sbrighi a registrare un ingresso in ritardo. Un alunno non è più libero di “salare” un’ora di scuola liberamente e consapevolmente, rapportandosi in prima persona e umanamente con i docenti. Diventa una specie di pacco postale, per l’appunto, “mammizzato”.

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