Ma le scuole serie non sono quelle che bocciano

La Repubblica ed. Palermo 12.02.2012

Amici e parenti che hanno figli in terza media, se sei insegnante, in quest’epoca non fanno altro che chiederti consigli, perché il 20 febbraio scade il termine per le iscrizioni alla scuola superiore. Le richieste sono di varia natura. Talvolta il ragazzino (o la ragazzina) sembra avere le idee chiare sull’indirizzo di studi e allora occorre capire qual è la sezione “migliore”. Altre volte la vocazione è meno chiara e la questione si complica, perché si tratta di riuscire a spiegare le caratteristiche dei vari indirizzi di studio, senza utilizzare categorie come “migliore” o “peggiore” perché in questo caso esse risultano inservibili. Chi potrebbe dire che è in assoluto migliore il liceo scientifico o il tecnico per geometri o il professionale? Vero è che anche nel primo caso andare ad individuare una presunta “migliore” sezione è impresa scarsamente sensata sia perché il meglio e il peggio tra gli insegnanti si individua con una certa difficoltà sia perché, ove ci si riuscisse, è molto difficile trovare sezioni in cui si concentra tutto il presunto meglio e tutto il presunto peggio. Quale criterio per scegliere allora?

Repubblica alcuni giorni fa ha presentato un’indagine sulle scuole palermitane che ha adottato come criterio di maggiore o minore “severità” la percentuale di ripetenze nel primo anno. I risultati di quell’inchiesta sollecitano un approfondimento nella direzione del legame concettuale tra ripetenza e severità. Ragionare su questo nesso è importante proprio per l’individuazione di quel criterio di scelta di cui vanno in cerca le famiglie. Infatti sappiamo bene che il concetto di severità può esercitare un certo fascino su quelle famiglie che desiderano che i propri figli conseguano un titolo di studi cui corrisponda una buona preparazione, così come può dissuadere quelle altre famiglie che alla severità attribuiscono una valenza minacciosa, capace di avvelenare la vita del proprio rampollo. Ritengo che ciascuna famiglia abbia il diritto di scegliere se inseguire la severità della scuola o tenersene distante. Provo qui a delineare solo qualche pista di riflessione creando magari i presupposti, come avvenuto in altre occasioni, per una discussione a tutto campo.

Quando si parla di severità in ambito scolastico, ci si deve riferire agli apprendimenti, perché a questi tutto deve essere subordinato. La scuola è in primis un servizio di istruzione. I fatti educativi a scuola sono rilevanti solo nella misura in cui attengono alle regole necessarie che una scuola si dà per garantire a tutti in modo ordinato l’istruzione. Non si manda quindi un figlio nella scuola tal dei tali sol perché si mettono molti cinque in condotta o perché c’è una disciplina ferrea. Se a fronte di tale rigore disciplinare si registrasse una carenza diffusa di istruzione, la severità di quella scuola sarebbe fine a se stessa. La severità finalizzata agli apprendimenti, che invece incorpora – e rende strumentale – la severità disciplinare, consiste nel dare una buona preparazione agli studenti.

Quando si parla di ripetenza, il quadro concettuale sembrerebbe essere chiaro. In Italia l’alunno che viene bocciato ripete l’anno scolastico. Se anche dovesse essere ritenuto insufficiente nel trenta per cento del sapere scolastico può dover ripetere ugualmente anche il rimanente settanta per cento. L’inchiesta di Repubblica fa vedere le scuole dove ci sono più o meno ripetenti in prima classe, ma questo dato coincide automaticamente con la ripetizione dello stesso anno scolastico? Mi spiego meglio. Nei licei classici, dove le percentuali di ripetenti in prima classe sono alquanto basse a confronto con gli altri indirizzi di studio, si boccia in prima classe, eccome. Solo che in quei luoghi si tende subito – alle volte già al primo quadrimestre – a dire alle famiglie che il fanciullo “non è portato per il liceo classico”, notoriamente quello in cui si esprime la più alta forma di cultura. Talché la famiglia ripiega altrove, dove l’alunno ripete l’anno non superato al classico. Ciò va ad ingrossare in altri istituti la percentuale dei ripetenti, reduci dall’esperienza fallimentare. Insomma, occorrerebbe chiedersi sempre, quando ci si imbatte in un ripetente: cosa sta ripetendo? In altri indirizzi di studio, come i tecnici e i professionali, si può ritenere invece a buon diritto che l’alunno stia ripetendo la stessa cosa, perché a Palermo dire ad una famiglia “non è portato per l’istituto professionale” equivarrebbe a dire “non è portato per lo studio”. Quindi o nuoti lì o affoghi.

Per ultimo, il nesso tra ripetenza e severità. Il transito dalla scuola media alla scuola superiore è agevole solo per una bassa percentuale di studenti. Le ragioni sono facilmente spiegabili, ma non è questa la sede per approfondirle. Basta solo dire che la logica pedagogica delle due “scuole” è molto diversa. Molte volte i ragazzi trascorrono il primo anno delle superiori, ovunque si trovino, a capire la nuova aria che tira. Non è detto che riescano subito ad entrare nel nuovo clima “esigente”. L’esperienza insegna che il cattivo orientamento molte volte c’entra poco. Il ragazzo ha bisogno di un tempo superiore a quello previsto per rodare, niente di più. Gli insegnanti hanno gli strumenti professionali per capirlo. Si intravede che avrebbe la stoffa, saprebbe fare se volesse, e via discorrendo. Ma non rende. E magari comincia a far vedere qualcosa di buono soltanto in primavera, troppo tardi in molti casi per ottenere la promozione. Le scuole in questo caso hanno davanti a sé due strade, entrambe non prive di rischi: censurare l’embrione di miglioramento e bocciarlo per il “peccato originale” dei primi mesi larvali; oppure investire su questa tardiva rinascita – riconoscendola come fatto autentico e non strategico – e rimandare un eventuale bocciatura alla fine del secondo anno. A seconda della strada scelta, la percentuale dei ripetenti si alzerà o si abbasserà. Quale sarà allora la scuola più severa? O più selettiva? O semplicemente più….seria?

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Insegnante, blogger di servizio

Pubblicato il febbraio 17, 2012, in Educazione e scuola con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Rimane una problematica di fondo: quelle famiglie che non hanno nè un amico insegnante nè strumenti per un buon discernimento, come possono orientarsi nella scelta dell’indirizzo di studi più consono al ragazzo (se mai esiste un indirizzo più adatto)? Nella mia pagella di terza media era scritto che ero adatto a qualunque tipo di studio, quindi cosa scegliere? E chi sarebbe meglio preposto ad orientare questa scelta? Non dovrebbe essere proprio quel corpo docenti che ha cresciuto e che è cresciuto per i tre anni della scuola media con il soggetto interessato? Nella mia piccola esperienza mi pare di notare che molto spesso le famiglie decidano per conto del proprio figlio e in assenza del sostegno degli insegnanti della scuola media.

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